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Corte europea dei diritti del'uomo (Strasburgo)

Giurisprudenza - Corte europea dei diritti del'uomo (Strasburgo)
13/09/2018 - Cedu 13/9/2018 - RIC. 58170/13, 62322/14 E 24960/15 - CASO SNOWDEN - INTERCETTAZIONI DI MASSA - TUTELA DELLA PRIVACY E DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE
CEDU SEZ. I BIG BROTHER WATCH ED ALTRI C. REGNO UNITO 13 SETTEMBRE 2018, RIC. 58170/13, 62322/14 E 24960/15 CASO SNOWDEN - INTERCETTAZIONI DI MASSA - TUTELA DELLA PRIVACY E DELLA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Alcuni aspetti del sistema di sorveglianza inglese violano la Cedu. Diversi ricorrenti (per un totale di 16 tra associazioni e giornalisti) operanti «nel campo delle libertà civili» lamentano che i servizi segreti inglesi, in accordo con quelli americani, avrebbero istituito un programma d’intercettazione di massa, con ricerca, selezione, archiviazione e trasmissione dei dati raccolti dai servizi di comunicazione. Giudicavano che tutto ciò discriminasse maggiormente i cittadini residenti fuori dal Regno ritenuti più suscettibili ad essere oggetto di queste intercettazioni. La CEDU premette che di per sé le intercettazioni di massa non violano la Cedu se sono adottate tutte le garanzie enunciate dalla sua prassi (Roman Zakharov c. Russia [GC] del 2015 e Weber e Saravia c. Germania del 2006), ma nella fattispecie non sono state rispettate, perciò ha ravvisato plurime violazioni dell’art. 8 Cedu. Infatti il sistema con cui le autorità ottengono i dati dai fornitori di servizi della comunicazione non è conforme ai requisiti legali previsti da questa norma, è insufficiente la sorveglianza sulle scelte dei providers che effettuano le intercettazioni, “setacciano” la rete, ricercano e selezionano i dati intercettati da esaminare e le garanzie legate a quest’ultima fase sono inadeguate. Questi sistemi d’intercettazione di massa e di ottenimento dei dati dai fornitori di servizi per la comunicazione violano anche il combinato degli art. 8 e 10 perché non offrono garanzie atte a tutelare le fonti giornalistiche confidenziali. Infondate le doglianze ex art. 6 Cedu. Infine è conforme alla Cedu e, perciò, lecito lo scambio d’informazioni con i servizi di intelligence di Stati stranieri. Le osservazioni si riferiscono alle norme in vigore nel Regno Unito prima della riforma del 2016.
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19/07/2018 - CEDU 17 e 19 LUGLIO 2018 - ERRORI MEDICI - ASSASSINI
CEDU - SEZZ. V E III SARISHVILI – BOLKVADZE C. GEORGIA E MAZEPA ED ALTRI C. RUSSIA 19 E 17 LUGLIO, RIC. 58240/08 E 15086/07 TUTELA DELLA VITA - ERRORI MEDICI - ASSASSINIO DELLA POLITKOVSKAYA. Ogni vita vale e lo Stato deve punire i colpevoli ed indennizzare le vittime. Le ricorrenti sono la madre di un giovane morto per il riacutizzarsi di un’ulcera, dovuta ad un incidente sul lavoro e la madre, la sorella e la figlia della nota giornalista russa assassinata nel 2007. In entrambi i casi lamentano che lo Stato sia venuto meno ai doveri imposti dall’art. 2 Cedu. Nel primo fu negato un indennizzo per i danni morali, liquidando per quelli patrimoniali la cifra irrisoria di € 2701 ed è emerso che i medici che hanno curato il figlio non erano abilitati a ciò e che l’ospedale non aveva le necessarie autorizzazioni a prestare le cure. Nell’altro malgrado la condanna di 5 persone ancora non si è individuato il mandante dell’omicidio. La Cedu ha ravvisato una deroga all’art. 2 nel suo aspetto sostanziale nel primo caso ed a quello procedurale in entrambi. I regolamenti e le leggi georgiani presentano gravi carenze e non sono atte a preservare la vita dei pazienti, tanto che, malgrado l’indiscusso dolore di una madre per la perdita del giovane figlio, liquida solo i danni patrimoniali, ma non quelli morali etc. È per questo motivo che l’azione civile, al contrario di quella penale, non era conforme agli aspetti procedurali previsti dall’art. 2 Cedu. Anche le autorità russe hanno violato questo aspetto: non hanno svolto un’indagine effettiva e rapida ed hanno omesso di adottare misure per individuare il mandante dell’omicidio. Infatti non hanno precisato quali erano i mezzi per verificare la pista secondo cui era un magnate russo, ormai deceduto, residente a Londra, né hanno approfondito le altre ipotesi che suggerivano implicazioni di agenti dei servizi segreti russi o dell’amministrazione cecena. Sul tema: Molga c. Polonia del 17/1/17, Armani Da Silva c. Regno Unito [GC], Mustafà e Fecire Tunç c. Turchia [GC] nelle rassegne dell’1/4/16 e 17/4/15 e Cocchiarella c. Italia [GC] del 2006.
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24/04/2018 - Corte Edu 24/4/2018 - Diritto all'equo processo - Omissione rinvio pregiudiziale
Corte CEDU 24/4/2018 Terza sezione Baydar v. the Netherlands Ricorso n. 55385/41 Non viola il diritto all’equo processo, garantito dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il giudice di ultimo grado che decide di non procedere a un rinvio pregiudiziale d’interpretazione alla Corte di giustizia dell’Unione europea, richiamando nell’ordinanza unicamente le norme rilevanti, senza una motivazione dettagliata, qualora non si pongano importanti questioni giuridiche. Con la sentenza Baydar contro Paesi Bassi (ricorso n. 55385/41) depositata il 24 aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso ritenendo che non vi fosse stata alcuna violazione della Convenzione. A rivolgersi a Strasburgo è stato un uomo con doppia nazionalità, olandese e turca, che era stato condannato dalla Corte di appello di Arnhem per traffico di esseri umani e per trasporto di droga. Nel corso dei processi nazionali era sorta una questione sulla corretta qualificazione della nozione di residenza ai sensi della direttiva 2002/90 sul favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali e della decisione quadro 2002/946 relativa al rafforzamento del quadro penale in questo settore e, quindi, l’imputato, poi condannato, aveva chiesto al giudice di effettuare un rinvio pregiudiziale alla Corte Ue. I tribunali interni, inclusa la Corte Suprema, si erano rifiutati. Così l’uomo ha presentato un ricorso a Strasburgo sostenendo che fosse stato violato l’articolo 6 anche per il mancato rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia UE. Una tesi non condivisa da Strasburgo. Per la Corte europea, infatti, proprio in base all’articolo 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, gli Stati, inclusi quelli di ultimo grado, non sono obbligati a effettuare il rinvio pregiudiziale laddove ritengano che la questione non sia rilevante ai fini della soluzione del caso e l’atto sia chiaro. Così, per Strasburgo è conforme alla Convenzione europea la decisione, nei casi in cui non sorgano questioni giuridiche di importanza fondamentale, di respingere la richiesta con una motivazione sommaria.
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09/01/2018 - CEDU Lopez Ribalda c. Spain, 9/1/2018 - Cedu sulla videosorveglianza sul luogo di lavoro
issued by the Registrar of the Court ECHR 007 (2017) 09.01.2018 Covert video surveillance of Spanish supermarket cashiers led to privacy violation In today’s Chamber judgment1 in the case of López Ribalda v. Spain (application no. 1874/13) the European Court of Human Rights held: by six votes to one, that there had been a violation of Article 8 (right to respect for private and family life) of the European Convention on Human Rights, and unanimously, that there had been no violation of Article 6 § 1 (right to a fair trial). The case concerned the covert video surveillance of a Spanish supermarket chain’s employees after suspicions of theft had arisen. The applicants were dismissed mainly on the basis of the video material, which they alleged had been obtained by breaching their right to privacy. The Spanish courts accepted the recordings in evidence and upheld the dismissal decisions. The Court found in particular that under Spanish data protection legislation the applicants should have been informed that they were under surveillance, but they had not been. The employer’s rights could have been safeguarded by other means and it could have provided the applicants at the least with general information about the surveillance. The domestic courts had failed to strike a fair balance between the applicants’ right to privacy and the employer’s property rights. However, the Court found that the proceedings as whole had been fair because the video material was not the only evidence the domestic courts had relied on when upholding the dismissal decisions and the applicants had been able to challenge the recordings in court. Principal facts The applicants, Isabel López Ribalda, María Ángeles Gancedo Giménez, María Del Carmen Ramos Busquets, Pilar Saborido Apresa, and Carmen Isabel Pozo Barroso, are five Spanish nationals who were born in 1963, 1967, 1969 and 1974 respectively and live in Sant Celoni and Sant Pere de Vilamajor (Ms Pozo Barroso) (both in Spain). (The case concerns the covert video surveillance of the applicants at their workplace.) In June 2009 they were all working as cashiers for M.S.A., a family-owned supermarket chain. The surveillance was carried out by their employer in order to investigate possible theft after the shop manager had noticed irregularities between stock levels and what was actually sold on a daily basis. The employer installed both visible and hidden cameras. The company told its workers about the visible cameras but not about the hidden ones and they were thus never aware that they were being filmed. All the workers suspected of theft were called to individual meetings where the videos were shown to them. They had caught the applicants helping customers and other co-workers to steal items and stealing them themselves. The applicants admitted involvement in the thefts and were dismissed on disciplinary grounds. 1. Under Articles 43 and 44 of the Convention, this Chamber judgment is not final. During the three-month period following its delivery, any party may request that the case be referred to the Grand Chamber of the Court. If such a request is made, a panel of five judges considers whether the case deserves further examination. In that event, the Grand Chamber will hear the case and deliver a final judgment. If the referral request is refused, the Chamber judgment will become final on that day. Once a judgment becomes final, it is transmitted to the Committee of Ministers of the Council of Europe for supervision of its execution. Further information about the execution process can be found here: www.coe.int/t/dghl/monitoring/execution. 2 Three of the five applicants signed a settlement agreement acknowledging their involvement in the thefts and committing themselves not to challenge their dismissal before the labour courts, while the employer company committed itself not to initiate criminal proceedings against them. The other two applicants did not sign an agreement. All the applicants ultimately went to court, but the dismissals were upheld at first-instance by Employment Tribunals and on appeal by the High Court of Justice. The courts accepted the video evidence as having been obtained lawfully. Complaints, procedure and composition of the Court Relying on Article 8 (right to respect for private life) and Article 6 § 1 (right to a fair trial), the applicants complained about the covert video surveillance and the courts’ use of the data obtained to find that their dismissals had been fair. Three of the applicants also complained that the settlement agreements had been made under duress owing to the video material and should not have been accepted as evidence that their dismissals had been fair. Lastly, the first applicant also complained that the judgments had lacked proper motivation as to her specific circumstances or any reasoning leading to the conclusion that her dismissal had been fair. The application was lodged with the European Court of Human Rights on 28 December 2012. Judgment was given by a Chamber of seven judges, composed as follows: Helena Jäderblom (Sweden), President, Luis López Guerra (Spain), Dmitry Dedov (Russia), Pere Pastor Vilanova (Andorra), Alena Poláčková (Slovakia), Georgios A. Serghides (Cyprus), Jolien Schukking (the Netherlands), and also Stephen Phillips, Section Registrar. Decision of the Court Article 8 The Court first observed that the Spanish Government had argued that the State was not responsible in this case as the disputed acts had been carried out by a private company. However, the Court reiterated that countries had a positive obligation under the European Convention to take measures to ensure respect for private life and it therefore had to examine whether the State had struck a fair balance between the applicants’ rights and the employer’s. Under Spanish law individuals were to be clearly told about the storage and processing of personal data, but the applicants had had no such warning. The domestic courts had found that justifiable given the reasonable suspicions of theft and because there had been no other way to provide sufficient protection for the employer’s rights and interfere less with those of the applicants. The Court observed that it had not found a violation in the case of Köpke v. Germany, which had also concerned covert video surveillance of an employee. However, in that case there had been no clear domestic law on the issue and the surveillance had been limited. The monitoring in this case had involved all employees over several weeks, during all working hours. The Court disagreed with the domestic courts about the proportionality of the measure. The surveillance had not complied with Spanish law, in particular when it came to notification, and the employer’s rights could have been given at least some protection by other means. For instance, the 3 company could have provided the applicants with general information about the surveillance and given the notification required under the Personal Data Protection Act. The Court found that the domestic courts had failed to strike a fair balance between the rights involved and there had been a violation of Article 8 in respect of the applicants. Article 6 § 1 The Court examined whether the use of the video material obtained in violation of the European Convention had made the domestic proceedings as a whole unfair. It noted that the applicants had been able to challenge the authenticity of the recordings in adversarial proceedings and that the films had not been the sole evidence for the courts’ decisions, which had also been based on witness statements. The Court also saw no reason to challenge the domestic courts’ findings that it had been possible to use the third, fourth and fifth applicants’ settlement agreements as evidence, even if they had been obtained after the video recordings had been shown to them. The domestic courts had weighed up the validity of the documents and the applicants had had ample opportunity to object to them. Overall, it found no breach of the fair trial provision. It also rejected as manifestly ill-founded the first applicant’s complaint about a lack of reasoning or consideration of specific circumstances by the courts. Just satisfaction (Article 41) The Court decided by four votes to three that Spain was to pay the applicants 4,000 euros (EUR) each in respect of non-pecuniary damage. It held unanimously that Spain had to pay EUR 500 to the first applicant in respect of costs and expenses and EUR 568.86 euros to each of the others. Separate opinion Judge Poláčková issued a partly dissenting opinion, which was joined by Judge Pastor Vilanova, while Judge Dedov expressed a dissenting opinion. These opinions are annexed to the judgment. The judgment is available only in English. This press release is a document produced by the Registry. It does not bind the Court. Decisions, judgments and further information about the Court can be found on www.echr.coe.int. 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05/09/2017 - La Grande camera di Strasburgo nel caso Barbulescu, 5 settembre 2017: Il datore non può spiare la mail e la chat del dipendente, nemmeno se aziendali: viola la sua privacy
PRIVACY Il datore non può spiare la mail e la chat del dipendente, nemmeno se aziendali: viola la sua privacy La Grand Chamber ha smentito la tesi di prime cure delle sezioni semplici della CEDU che attribuiva al datore un potere disciplinare di sorveglianza delle comunicazioni del dipendente. Per la GC le autorità interne non sono state in grado di proteggere la sua privacy e la segretezza della sua corrispondenza: non hanno determinato le ragioni specifiche per l’adozione di questa sorveglianza, la possibilità di adottare misure meno invasive e se il controllo era avvenuto a sua insaputa.La Grande camera di Strasburgo nel caso Barbulescu ha condannato, riformando la sentenza precedente, la Romania per non aver garantito il diritto alla privacy del lavoratore spiato attraverso le email .
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11/07/2017 - CEDU 11/7/2017 - AFFAIRE BELCACEMI ET OUSSAR c. BELGIQUE - Vietare l'utilizzo del niqab non è contrario alla CEDU
CEDU 11/7/2017 AFFAIRE BELCACEMI ET OUSSAR c. BELGIQUE La tutela di determinati valori considerati rilevanti per una società giustifica il no al velo islamico in luoghi pubblici. Non solo, quindi, le esigenze di sicurezza nazionale, ma anche necessità legate alla convivenza in una determinata società, possono essere invocate da uno Stato per limitare l’esposizione di simboli religiosi che confliggono con quei valori. E’ la Corte europea dei diritti dell’uomo a tornare sulla questione del velo islamico con la sentenza Belcacemi e Oussar, depositata l’11 luglio (analoga a quella Dakir resa nella stessa data), con la quale la Corte ha dato torto alle ricorrenti ritenendo conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la normativa belga che fissa il divieto del niqab nei luoghi aperti al pubblico. Sono state due donne, una belga e una del Marocco, a contestare il divieto all’utilizzo, in luoghi pubblici, di indumenti che coprono il volto totalmente o parzialmente. A causa di questa proibizione, le donne non potevano utilizzare il niqab. La Corte costituzionale belga aveva respinto il ricorso e le donne hanno così scelto la strada di Strasburgo sostenendo che era stato violato il diritto al rispetto della vita privata (articolo 8), della libertà di religione (articolo 9) e il diritto a non essere discriminati (articolo 14). Di diverso avviso la Corte europea. Prima di tutto, la Corte ha tenuto a precisare che la legge belga del 2011, frutto di un percorso lungo 7 anni, indicava con chiarezza i divieti, giustificati da fini legittimi come la sicurezza pubblica, l’uguaglianza di genere e la tutela della convivenza all’interno di una società. In materia di libertà di religione, inoltre, gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento nel decidere eventuali limitazioni al diritto di manifestare un determinato credo e, certo, i giudici interni si trovano in una posizione migliore rispetto alla Corte per la valutazione dei bisogni di una determinata società. E’ vero – osserva Strasburgo – che una scelta legislativa come quella belga può contribuire a consolidare stereotipi che colpiscono determinate categorie di individui e incoraggiano espressioni di intolleranza, limitando per di più il pluralismo e creando ostacoli alle donne musulmane nell’espressione della propria personalità. Detto questo, però, anche tenendo conto che gli Stati parti alla Convenzione europea non hanno una posizione univoca nel senso di permettere o vietare il niqab, la Corte riconosce un ampio margine di apprezzamento agli Stati. I divieti fissati in Belgio, inoltre, sono da classificare tra le misure necessarie in una società democratica perché servono a favorire le relazioni tra i componenti di una società e ad agevolare certe condizioni di convivenza che lo Stato vuole per la propria comunità. La legge belga supera poi il vaglio della Corte anche perché le sanzioni sono proporzionali in quanto l’ordinamento prevede una multa, limitando il carcere solo in casi estremi, per ripetute violazioni e dopo un’attenta valutazione dei giudici nazionali. Di conseguenza, il no imposto per legge all’utilizzo del niqab non è contrario alla Convenzione dei diritti dell’uomo.
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22/06/2017 - Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 22 giugno 2017 - Ricorso n. 37931/15 - Causa Barnea e Caldararu c. Italia
La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 22 giugno 2017 - Ricorso n. 37931/15 - Causa Barnea e Caldararu c. Italia In materia di adozioni Tenuto conto delle considerazioni sopra esposte (paragrafi 68 88) e nonostante il margine di apprezzamento dello Stato convenuto in materia, la Corte conclude che le autorità italiane non si sono impegnate in maniera adeguata e sufficiente per far rispettare il diritto dei ricorrenti di vivere con C., tra giugno 2009 e novembre 2016, quando hanno disposto l’affidamento della minore ai fini della sua adozione, e che le stesse autorità non hanno poi correttamente eseguito la sentenza della corte d’appello del 2012 che prevedeva il ritorno di quest’ultima nella sua famiglia di origine, violando in tal modo il diritto dei ricorrenti al rispetto della loro vita famigliare, sancito dall’articolo
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25/04/2017 - Corte Edu, 25/4/2017, OOO Izdatelskiy Tsentr Kvartirnyy Ryad v. Russia - art. 10 Convenzione - Violazione della libertà di espressione
sentenza della CORTE EDU del 25/4/2017 domanda n. 39748/05 OOO Izdatelskiy Tsentr Kvartirnyy Ryad v. Russia, Sulla violazione della libertà di stampa Se i giudici nazionali non applicano gli standard fissati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a tutela della libertà di stampa è certa la violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di espressione. In particolare, ha chiarito la Corte di Strasburgo nella sentenza di condanna alla Russia depositata il 25 aprile, i giudici nazionali devono verificare se l’articolo ritenuto diffamatorio raggiunge un certo livello di gravità, se procura un effettivo pregiudizio al godimento del diritto alla vita privata e personale e se l’articolo in discussione è di interesse generale. Senza dimenticare che certo non si può chiedere al giornalista o all’editore di fornire la prova di un giudizio di valore e che chi riveste un ruolo pubblico, anche quando agisce nella sua attività privata, è sottoposto a uno scrutinio di più ampia portata rispetto al privato cittadino. A rivolgersi alla Corte europea è stata una società editoriale con sede a Mosca che pubblicava un quotidiano sul mercato immobiliare nella zona di Mosca. In un articolo un giornalista aveva criticato l’amministrazione di un’associazione di comproprietari, contestando al presidente dell’associazione il contemporaneo svolgimento di un’attività pubblica nella circoscrizione municipale. Di qui l’azione civile per diffamazione, con i tribunali nazionali che avevano dato torto all’editore imponendogli di versare un risarcimento di 270 euro. L’editore ha così fatto ricorso a Strasburgo che ha ritenuto che la Russia avesse violato la Convenzione perché i giudici nazionali hanno trascurato del tutto i criteri di Strasburgo e dato peso unicamente alla reputazione del protagonista dell’articolo, senza considerare l’interesse pubblico della notizia e che il giornalista aveva agito in buona fede e nel rispetto delle regole deontologiche. Per di più, è evidente che la decisione nazionale è contraria alla Convenzione perché è stata affermata la responsabilità dell’editore senza valutare che un personaggio pubblico deve essere sottoposto a critiche più dure rispetto a un privato. A ciò si aggiunga – osserva la Corte – che i giudici nazionali hanno chiesto al giornalista di provare la verità di quanto scritto rispetto a quello che era un giudizio di valore, in modo del tutto contrario alla Convenzione europea.
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13/04/2017 - Corte Cedu 13/4/2017 - art. 2 Convenzione - Violazione del diritto alla vita - Strage di Beslan
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato la Russia per violazione del diritto alla vita, con riferimento alla strage della scuola di Beslan avvenuta nel settembre 2004 a seguito dell'assedio di un commando di terroristi ceceni in cui furono massacrate circa 330 persone, fra cui moltissimi bambini. Con la sentenza Tagayeva e altri c. Russia, i giudici di Strasburgo hanno affermato che la reazione delle autorità russe ha violato l'art. 2 della CEDU (diritto alla vita), sia sotto il profilo sostanziale che sotto quello procedurale. Dal primo punto di vista, la Corte ha ritenuto all'unanimità che le autorità russe non abbiano preso sufficienti misure di prevenzione. Infatti, nonostante la prevedibilità di un attacco terroristico nella regione, innanzitutto, non è stato impedito ai separatisti ceceni di organizzare l'agguato; in secondo luogo, non è stata rafforzata la sicurezza attorno all'edificio e, infine, il personale scolastico non è stato avvertito della minaccia. Sotto il profilo procedurale, la Corte ha sancito la violazione dell'art. 2 con riferimento all'inadeguatezza delle indagini condotte, le quali non hanno permesso di stabilire se l'utilizzo della forza da parte degli agenti statali fosse stato appropriata, tenuto conto delle circostanze. Inoltre, i giudici di Strasburgo (per cinque voti contro due) hanno stabilito che le défaillances nell'organizzazione e nel controllo dell'operazione di riscatto da parte delle forze di sicurezza russe, hanno originato un'ulteriore violazione della CEDU. Analogamente, la Corte ha condannato l'utilizzo della forza letale nella medesima operazione che, avendo causato ulteriori vittime fra gli stessi ostaggi, è andata oltre la "misura assolutamente necessaria" ai sensi dell'art. 2 CEDU. A fronte della condanna al pagamento di circa 3 milioni di euro per dannon morale arrecato alle vittime e in considerazione dell'elevato numero di attacchi terroristici subiti, il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha espresso il disappunto del Paese per le formulazioni della Corte, sostenendo che la sentenza è "assolutamente inaccettabile".
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30/03/2017 - Corte Cedu 30/3/2017 - art. 4 Convenzione - Sfruttamento di migranti come braccianti agricoli: si tratta di lavoro forzato e tratta di esseri umani
Gli Stati parti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo non devono interpretare il reato di traffico di esseri umani in modo restrittivo e sono tenuti a intervenire per aiutare le vittime e punire i colpevoli. Di conseguenza, è una violazione della Convenzione un’interpretazione restrittiva che comporta la configurazione della tratta solo nel caso di schiavitù e non nell’ipotesi in cui le vittime siano sottoposte a forme di lavoro forzato durante il lavoro stagionale nei campi. E’ quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Chowdury e altri contro Grecia depositata il 30 marzo (ricorso n. 21884/15). A rivolgersi a Strasburgo 42 cittadini del Bangladesh che vivevano in Grecia e che erano stati reclutati per raccogliere le fragole con una paga di 22 euro per 7 ore di lavoro e un controllo, mentre lavorano e vivevano in condizioni di degrado, da guardie private armate. In realtà, gli uomini, che non avevano il permesso di lavoro, non erano stati pagati. Avevano così protestato, ne erano seguiti incidenti con i datori di lavoro che avevano addirittura aperto il fuoco sui braccianti. I titolari erano però stati assolti dall’accusa di traffico di esseri umani ed erano stati tenuti a pagare unicamente 43 euro a ciascun lavoratore. Inoltre, il procuratore non aveva voluto presentare il ricorso in Cassazione per l’accusa di traffico di esseri umani. Di qui il ricorso a Strasburgo che ha dato ragione alle vittime. Prima di tutto, la Corte europea ha ribadito che la tratta di esseri umani rientra nell’ambito di applicazione dell’articolo 4 della Convenzione che vieta il lavoro forzato e la schiavitù, precisando che gli Stati non devono utilizzare una nozione troppo restrittiva. Nel caso di specie, i ricorrenti erano stati sottoposti a lavoro forzato ed erano state vittime della tratta di esseri umani ai sensi dell’articolo 3a del Protocollo alla Convenzione di Palermo e dell’articolo 4 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani. Gli Stati, inoltre, sono tenuti ad adottare un quadro legislativo e amministrativo che proibisca e punisca il lavoro forzato e devono intervenire con controlli e ispezioni per prevenire il traffico di esseri umani. Non solo. Va garantita un’azione giurisdizionale effettiva e una punizione per gli autori del crimine. Nel caso si specie, la Corte europea ha accertato che lo Stato ha violato l’articolo 4 venendo meno all’obbligo positivo di prevenire il crimine, proteggere le vittime e punire i colpevoli. Strasburgo ha anche consesso 16mila euro ai ricorrenti che avevano partecipato al procedimento dinanzi alla Corte di assise e 12mila agli altri ricorrenti
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02/03/2017 - Corte EDU, Prima Sezsione, 2/3/2017 - Caso TALPIS c. ITALIA - STRASBURGO condanna l'Italia per la VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Caso TALPIS C. ITALIA (Ricorso no. 41237/14) Prima Sezione 2 marzo 2017 Se gli Stati non intervengono con misure effettive e immediate a tutela delle donne vittime di violenza domestica è certa la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha inflitto una dura condanna all’Italia, accertando una violazione dell’articolo 2 che tutela il diritto alla vita, dell’articolo 3, che vieta i trattamenti disumani e degradanti e dell’articolo 14 che vieta ogni forma di discriminazione. A rivolgersi a Strasburgo, una donna che nel corso degli anni era stata vittima della violenza del marito. A settembre 2012 la donna aveva presentato una denuncia per violenza e chiesto un intervento delle autorità ma, successivamente, aveva attenuato le accuse. L’anno dopo, nuova denuncia, con una lite tra la donna e l’uomo culminata con l’uccisione del figlio, che aveva cercato di difendere la madre, da parte del marito. Quest’ultimo era stato condannato all’ergastolo, in un procedimento con rito abbreviato, dal giudice dell’udienza preliminare di Udine, condanna confermata in appello. Per la Corte europea, che ha per la prima volta condannato l’Italia per un caso di violenza domestica, dopo “l’assoluzione” nel caso Rumor (sentenza del 27 maggio 2014), le autorità nazionali non hanno fornito un adeguato supporto alla vittima di violenza domestica, costringendo la ricorrente a vivere in una situazione di grande insicurezza e vulnerabilità fisica e psichica. Non solo. L’inerzia delle autorità nazionali ha determinato una situazione di impunità che ha lasciato spazio alla violenza del marito. Evidente così il mancato rispetto dell’articolo 2 che impone agli Stati obblighi positivi e, quindi, l’adozione di misure necessarie alla protezione degli individui sottoposti alla propria giurisdizione e che, invece, nel caso di specie, non erano state adottate. La Corte, inoltre, accertata la violazione dell’articolo 3 che vieta i trattamenti disumani e degradanti e dell’articolo 14 sul divieto di ogni forma discriminazione, ricorda la gravità della piaga della violenza contro le donne in Italia. Basti pensare – osserva Strasburgo – al rapporto del Comitato Onu per l’eliminazione delle discriminazioni verso le donne, istituito con il Protocollo del 1979 alla Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne del 18 dicembre 1979 (ratificata con legge 14 marzo 1985 n. 132), con il quale è stato chiesto al Governo di “attuare misure complete per affrontare la violenza contro le donne” e un’adeguata protezione a coloro che subiscono violenza, oltre a garantire l’accesso al gratuito patrocinio e a forme di riparazione per le vittime. La Corte, analizzando diversi atti di organismi internazionali, ha posto l’accento sulla gravità e sull’ampiezza del fenomeno drammatico della violenza domestica nei confronti delle donne, aggravata “da un’attitudine socioculturale di tolleranza” che continua a persistere. Accertate le gravi violazioni della Convenzione da parte dell’Italia, i giudici hanno concesso alla donna 30mila euro per i danni morali subiti e 10mila per le spese sostenute.
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23/02/2017 - Corte EDU, Grande Chambre, 23/2/2017 - Caso DE TOMASO C. ITALIA - Art. 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione - Misure di prevenzione - Garanzia di prevedibilità
Caso DE TOMASO C. ITALIA (Ricorso no. 43395/09) Grande Chambre 23 febbraio 2017 Le misure di prevenzione personale vanno applicate solo se è garantita la prevedibilità attraverso l’individuazione di condizioni di attuazione e di parametri chiari, per limitare un’eccessiva discrezionalità nell’applicazione. E’ stata la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo con la sentenza di parziale condanna all’Italia pronunciata il 23 febbraio, a seguito di un ricorso un cittadino italiano colpito per due anni da una misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e obbligo di soggiorno secondo la legge n. 1423/1956, poi abrogata dal Dlgs n. 159/2011. Per la Corte europea dei diritti dell’uomo la misura di prevenzione della sorveglianza speciale imposta al ricorrente non era equiparabile a una privazione della libertà personale, con la conseguenza che non è stato violato l’articolo 5 della Convenzione europea sul diritto alla libertà personale, ma l’articolo 2 del Protocollo n. 4 sulla libertà di circolazione. E’ vero che le misure avevano un fondamento nella legge, ma la loro applicazione era legata a un apprezzamento in prospettiva dei tribunali nazionali tanto più che la stessa Corte costituzionale non ha identificato con certezza la nozione di “elementi di fatto” o i comportamenti specifici da classificare come indice di pericolosità sociale. Così, non è stato rispettato il requisito della prevedibilità sia con riferimento ai destinatari delle misure di prevenzione, sia per le condizioni richieste. Quello che non convince la Corte è l’applicazione di misure preventive senza che gli individui possano sapere con chiarezza quali comportamenti, ritenuti pericolosi per società, possono far scattare l’applicazione dei provvedimenti. Di conseguenza, poiché la legge in vigore all’epoca della vicenda non aveva indicato con precisione le condizioni di applicazione e, tenendo conto dell’ampio margine di discrezionalità concesso alle autorità nazionali competenti, l’Italia ha violato la Convenzione, con un’evidente ingerenza nel diritto alla libertà di circolazione. Tanto più – osserva Strasburgo – che al ricorrente non era stato imputato un comportamento o un’attività criminale specifica perché il tribunale competente aveva soltanto richiamato il fatto che aveva frequentazioni assidue con criminali importanti. La decisione, così, è stata fondata sul postulato di una tendenza a delinquere. Di qui la conclusione che la legge in vigore all’epoca dei fatti (che in larga parte corrisponde a quella attualmente in vigore) non offriva una garanzia adeguata contro ingerenze arbitrarie.
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09/02/2017 - Solarino c. Italia, del 9/2/2017
in materia di potestà genitoriale traduzione in italiano
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09/02/2017 - Messana c. Italia del 9/2/2017
in tema di espropriazione indiretta traduzione in italiano
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24/01/2017 - Corte EDU, 24/1/2017, Caso Paradiso e Campanelli c. Italia - MATERNITA' SURROGATA
24/1/2017 GRAND CHAMBER CASE OF PARADISO AND CAMPANELLI v. ITALY (Ricorso no. 25358/12) Nel caso Paradiso e Campanelli v. Italia, la Corte EDU ha dichiarato che non vi è stata alcuna violazione della Convenzione. Il caso riguardava l'affidamento ai servizi sociali di un bambino di nove mesi che era nato in Russia a seguito di un contratto di maternità surrogata stipulato da una coppia; è risultato in seguito che la coppia non aveva alcuna relazione biologica con il bambino.
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24/01/2017 - Paradiso e Campanelli c. Italia, del 24/1/2017
Traduzione in italiano
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17/01/2017 - Corte EDU, quarta sezione, 17/1/2017 - TAVARES DE ALMEIDA v. PORTUGAL - Art. 10 CEDU - Risarcimento danni per diffamazione: no di Strasburgo a sanzioni punitive
Caso di TAVARES DE ALMEIDA FERNANDES AND ALMEIDA FERNANDES v. PORTUGAL (Ricorso no. 31566/13) Quarta Sezione17 Gennaio 2017 Un editoriale dal titolo emblematico “la strategia del ragno”, con la descrizione del giudice neo-eletto alla Presidenza della Corte suprema portoghese come persona simbolo del corporativismo, conservatore, manipolatore, in grado di tessere una rete per scalare il potere e “simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario”. In pratica un esemplare “di ciò che è sbagliato nel sistema giudiziario portoghese”. Parole dure, quelle scritte da un giornalista che per la Corte europea dei diritti dell’uomo non giustificano, però, in alcun modo il risarcimento danni imposto dai giudici nazionali portoghesi al giornalista citato in giudizio, in sede civile, per diffamazione. E questo anche perché l’importo imposto per il risarcimento è stato sproporzionato. Con la sentenza depositata il 17 gennaio la Corte di Strasburgo procede, così, nella sua opera di protezione della libertà di stampa e non esita a condannare il Portogallo per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la libertà di espressione. Questi i fatti. Un giornalista di un quotidiano nazionale aveva scritto un editoriale nel quale criticava aspramente il neo Presidente della Corte suprema, eletto il giorno prima, classificandolo come simbolo del lato oscuro del sistema giudiziario. Il giudice lo aveva querelato in sede civile con una richiesta di 150mila euro. Il Tribunale e la Corte di appello avevano accolto l’istanza ritenendo il giornalista responsabile per diffamazione perché l’articolo era un attacco al giudice e lo avevano così condannato a versare la somma di 60mila euro (in base al diritto portoghese anche la moglie, in comunione legale, era tenuta al risarcimento). Così, il reporter ha fatto ricorso alla Corte europea che gli ha dato ragione su tutta la linea. Strasburgo riconosce che il giornalista ha usato un linguaggio aspro, ma è diritto del cronista ricorrere a un certo grado di esagerazione e provocazione. La vicenda al centro dell’articolo, poi, era di interesse pubblico e l’articolo 10, in questi casi, lascia poco spazio a restrizioni al diritto della stampa di informare. L’articolo – osserva la Corte – riguardava un ambito “nel quale le limitazioni alla libertà di espressione devono essere interpretate in modo restrittivo”. Non solo. Lo scritto al centro dell’azione giudiziaria concerneva un giudice e, quindi, un individuo che è sottoposto a critiche più ampie rispetto al cittadino comune. Certo, scrive la Corte, c’è da proteggere la fiducia verso la giustizia rispetto ad attacchi distruttivi ma, nel caso di specie, le critiche non erano legate all’attività professionale del giudice, ma alla rete politica che il Presidente si era costruito. Il giornalista poi ha espresso un giudizio di valore con una base fattuale sufficiente raccogliendo informazioni non solo da fonti la cui identità era confidenziale, ma anche da colleghi del giudice. Tra l’altro, i tribunali nazionali, nel dichiarare la responsabilità per diffamazione del giornalista, si sono distaccati dai parametri imposti dalla Corte europea perché non hanno valutato l’articolo nel suo insieme, estrapolando, invece, singole frasi, e non hanno considerato che faceva parte dello stile del giornalista, ugualmente protetto dall’articolo 10 della Convenzione, l’uso delle metafore. Chiaro, quindi, il giudizio negativo sull’operato dei giudici nazionali che non hanno applicato i criteri stabiliti dalla Corte europea nelle tante sentenze sulla libertà di stampa. La Corte bacchetta l’operato dei tribunali nazionali anche per l’importo imposto, come risarcimento, al giornalista, pari a 60mila euro. Una cifra estremamente alta che mostra un chiaro intento punitivo. A ciò si aggiunga che l’articolo non aveva avuto alcun impatto sul futuro professionale del Presidente della Corte Suprema, ma i giudici nazionali hanno agito come se ciò si fosse verificato, aumentando l’importo della sanzione. La Corte europea non ha liquidato alcuna cifra per i danni non patrimoniali al giornalista solo perché quest’ultimo non li aveva richiesti. Rispetto ai danni patrimoniali, la Corte non ha concesso un indennizzo al giornalista unicamente perché era stato l’editore a versare i 60mila euro. Liquidati, invece, 9400 euro per le spese processuali.
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10/01/2017 - Corte EDU, terza sezione, 10 gennaio 2017 - AFFAIRE OSMANOGLU ET KOCABAS c. SUISSE - Art. 9 CEDU - Libertà di religione e integrazione sociale degli studenti
AFFAIRE OSMANOĞLU ET KOCABAŞ c. SUISSE (Ricorso no 29086/12) Terza Sezione, 10 gennaio 2017 LIBERTA’ DI RELIGIONE: L’integrazione sociale degli studenti prevale su ogni precetto religioso: sì ai corsi di nuoto La CEDU ha convalidato la multa inflitta ad una coppia musulmana che aveva vietato alle figlie la frequenza di corsi scolastici obbligatori di nuoto misti perchè contrari ai loro precetti religiosi, escludendo la deroga all’art. 9 Cedu. L’integrazione sociale degli alunni, intesa anche come adeguamento agli usi ed ai costumi locali, indipendentemente dalle loro origini, cultura e religione, perseguibile col rispetto del dovere di scolarizzazione, è un diritto fondamentale ed un interesse pubblico prevalente sulle opposte convinzioni religiose e filosofiche dei loro genitori. L’interferenza nella libertà di religione, poi, era minimizzata da alcune misure: il permesso di indossare il burkini, spogliatoi e docce separate per bambini e bambine. È quanto deciso dalla CEDU nel caso Osmanoğlu e Kocabaş c. Svizzera (ric. 29086/12) del 10 gennaio 2017. Il caso. I ricorrenti, musulmani di origine turca residenti in Svizzera, proibirono alle loro figlie (9 e 7 anni all’epoca dei fatti) di frequentare i corsi obbligatori di nuoto misti, previsti dai programmi della loro scuola elementare perché contrari ai loro precetti religiosi. Una direttiva interna («Nota su come affrontare le questioni religiose nella scuola»), pubblicata sul sito internet della scuola, da loro ben conosciuta, prevedeva l’organizzazione di corsi separati per maschi e femmine solo dalla pubertà e perciò tale esonero era inopponibile alle bimbe. Dopo vari inutili tentativi di conciliazione e solleciti, fu elevata loro un’esosa multa per essere venuti meno alle responsabilità genitoriali. Tale decisione veniva impugnata dalla coppia invocando la libertà di religione, ma le Corti interne respinsero tutti i ricorsi. Diritto comparato. Infatti, in linea con quanto riconosciuto dalla prassi di altri paesi del COE (giurisprudenza costituzionale della Germania e del Liechtenstein), anche in età puberale l’integrazione sociale degli studenti stranieri rientra tra i compiti centrali della scuola che deve promuovere il dialogo ed il confronto tramite la conoscenza di diversi costumi, opinioni religiose e culturali. «Non si possono, quindi, escludere dai programmi scolastici pratiche, tollerate dalla società al di fuori della scuola, solo perché in contrasto con le credenze religiose di alcuni». Inoltre si deve tener conto delle suddette misure atte a mitigare questa ingerenza. Lo sport unisce e non viola le diverse convinzioni altrui. L’art.9 Cedu (libertà di opinione, di coscienza e di religione) tutela non solo gli atti e le pratiche devozionali di un culto, ma anche le credenze generalmente riconosciute come riconducibili allo stesso: nella fattispecie c’è una possibile interferenza in questa libertà. Lo Stato però ha «un margine discrezionale nel regolare i propri rapporti con le varie religioni e per stabilire il senso da dare alla religione nella società», così come può stabilire quali materie considerare obbligatorie nei programmi scolastici e stilarli secondo le proprie necessità e tradizioni. La scuola, come detto, ha un ruolo centrale per contrastare l’esclusione sociale degli alunni stranieri e/o con culture, origini e religioni differenti, perché da un lato consegue le pari opportunità di tutti gli allievi e dall’altro li aiuta ad adattarsi agli usi ed ai costumi locali per essere meglio accettati dai coetanei. In breve, nel rispetto di questa diversità, come sopra evidenziato, deve essere la minoranza ad adattarsi agli usi ed ai costumi della maggioranza: non si può pretendere di “piegare” le abitudini e le tradizioni locali agli interessi individuali di alcuni che professano diversi credi o sono atei, agnostici etc. (Lautsi ed altri c. Italia [GC] del 2011 sulla presenza dei crocifissi nella aule scolastiche; Izzetin Dogan ed altri c. Turchia [GC] del 26/4/16). Infatti l’insegnamento dello sport, come il nuoto, non solo è volto all’attività fisica degli alunni ed a migliorare il loro sviluppo e la loro salute, ma soprattutto, dovendosi svolgere in gruppo, migliora e favorisce la loro socializzazione, il confronto con gli studenti dell’altro sesso e lo spirito di squadra, «al di fuori di tutte le eccezioni connesse all’origine dei minori od alle diverse opinioni religiose e filosofiche dei loro genitori». La legge interna, poi, non può essere considerata eccessivamente rigida laddove preveda espressi casi di esonero (motivi di salute etc.) e le ricordate misure per mitigare detto impatto conflittuale. Questa imposizione, dunque, è un’interferenza lecita, prevista dalla legge e necessaria in una società democratica. Proporzionalità della sanzione inflitta. I ricorrenti hanno avuto mezzi e rimedi interni per impugnare la multa nel rispetto dei loro diritti alla difesa ed al contraddittorio e del principio di certezza del diritto. Le autorità interne non hanno oltrepassato il loro margine di discrezionalità riconosciuto nelle questioni analoghe a questa, basate sulla istruzione obbligatoria, facendo correttamente prevalere l’interesse superiore dei minori al loro onere di perseguire una scolarizzazione completa e totale e, quindi, alla riuscita dell’integrazione sociale sulla volontà dei genitori di esonerarle da questi corsi obbligatori di nuoto per motivazioni religiose. Non vi è stata, in conclusione, alcuna interferenza arbitraria e sproporzionata contraria all’art. 9 Cedu.
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15/12/2016 - Corte EDU 15/12/2016 Grande Camera - CASE OF KHLAIFIA AND OTHERS v. ITALY - La Grande Camera ha ritenuto la sussistenza di una responsabilità dell'Italia per i fatti di Lampedusa
CASE OF KHLAIFIA AND OTHERS v. ITALY (Application no. 16483/12) JUDGMENT STRASBOURG 15 December 2016 Con sentenza nella causa Khlaifia and Others v. Italy (no. 16483/12), la Grande Camera ha ritenuto la sussistenza di una responsabilità dell'Italia per i fatti di Lampedusa. Giovedì 15 dicembre 2016, mentre era in corso di svolgimento il Consiglio europeo sulla gestione delle migrazioni, è stata resa nota la sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Khlaifia v. Italia relativo al trattenimento e all’espulsione di un gruppo di cittadini stranieri giunti a Lampedusa nel 2011, detenuti arbitrariamente nel centro di accoglienza e a bordo navi militari italiane al largo di Palermo, trasformate in centri di detenzione. L’Italia era già stata condannata dalla Camera lo scorso 1° settembre 2015 ma il Governo italiano aveva presentato ricorso. Importanti e significative le conclusioni della Grande Camera. Lo Stato italiano è stato condannato per il trattenimento illegittimo dei cittadini stranieri (violazione art. 5 CEDU) nel centro di accoglienza di Lampedusa e sulle navi divenute centri di detenzione in quanto non vi era alla base un provvedimento di un giudice che legittimasse tale detenzione. Inoltre la mancanza di un provvedimento che legittimasse la detenzione e la privazione della libertà ha reso di fatto impossibile un ricorso effettivo (violazione art. 13 CEDU) per contestare eventuali violazioni. Più specificamente: Il caso riguardava l’arrivo dei ricorrenti, tre tunisini, nell’isola di Lampedusa, la loro temporanea sistemazione in un centro di accoglienza ed il successivo confinamento su due navi ormeggiate nel porto di Palermo, seguito dal rimpatrio in Tunisia conformemente alla procedura semplificata di cui all’accordo fra Italia e Tunisia dell’aprile 2011. I ricorrenti lamentavano la violazione degli artt. Artt. 3, 5, e 13 della Convenzione e l’art. 4 del 4 del Protocollo No. 4. La Corte ha ritenuto, all’unanimità: Una violazione dell’art.5 § 1 (diritto alla libertà e alla sicurezza) della Convenzione Europea dei Diritti Umani; Una violazione dell’art. 5 § 2 (diritto ad essere prontamente informato delle accuse a proprio carico); Una violazione dell’ art. 5 § 4 (diritto ad una sollecita decisione da parte di una Corte sulla ingiustizia della detenzione); L’assenza di violazione dell’art. 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) in relazione alle condizioni di detenzione sulle navi. La Corte ha ritenuto, a maggioranza, Una violazione dell’art.3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) in relazione alle condizioni di detenzione nel centro di accoglienza Contrada Imbriacola; Una violazione dell’art. 4 del Protocollo n. 4 (divieto di espulsioni collettive degli stranieri); Una violazione dell’art. 13 (diritto ad un rimedio effettivo) in relazione agli art. 3 e 4 del Protocollo n. 4. Sebbene non tutte le violazioni riscontrate nel settembre 2015 siano state confermate, questa sentenza appare di fondamentale importanza perché definisce inammissibile qualunque forma di detenzione o privazione della libertà personale de facto sottratte al controllo dell’autorità giudiziaria. Questo vale anche per le situazioni di trattenimento dei migranti negli hotspot e in altri luoghi ( porti, aeroporti, centri d prima accoglienza, ecc.) caratterizzati troppo spesso da criticità legate al mancato accesso di organizzazioni di tutela e dalla carenza di garanzie dei diritti fondamentali, come gli ultimi rapporti ampiamente testimoniano.
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29/11/2016 - 29/11/2016 Corte EDU - Art. 5 Convenzione Europea - CEDU "morbida" con la Turchia
La Corte europea dei diritti dell’uomo con decisione depositata il 29 novembre blocca ancora l’accesso a Strasburgo di dipendenti pubblici turchi rimossi dal servizio e colpiti da provvedimenti restrittivi dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016. Con la decisione Zihni contro Turchia, infatti, la Corte europea ha dichiarato irricevibile il ricorso per il mancato previo esaurimento dei ricorsi interni. In questo caso a rivolgersi ai giudici internazionali è stato un insegnante, che rivestiva il ruolo di vicepreside, sospeso dalle funzioni e rimosso dal servizio a seguito dell’adozione di un decreto voluto da Erdogan all’indomani del tentato colpo di Stato. La Corte europea ha ritenuto che l’uomo dovesse impugnare in via amministrativa il provvedimento. Non solo. Per la Corte, il ricorrente aveva anche la possibilità di rivolgersi alla Corte costituzionale malgrado questa si fosse già pronunciata sulla costituzionalità del decreto legislativo e malgrado la situazione della Consulta turca, con la rimozione e l’arresto di due giudici. La conclusione di Strasburgo è nel senso di ritenere che il ricorrente non ha dimostrato che l’accesso ai rimedi giurisdizionali interni non era effettivo e nel non vedere circostanze speciali idonee a esonerare gli individui colpiti dalle misure repressive volute da Erdogan dal previo esaurimento dei ricorsi interni. Questa decisione segue quella analoga del 17 novembre (caso Mercan contro Turchia, ricorso n. 56511/16). Secondo la Cedu, il sistema giudiziario turco rispetta gli standard convenzionali. Porte chiuse, quindi, per il ricorso presentato dalla giudice che era stata rimossa dal suo incarico e posta in custodia cautelare dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, che aveva portato le autorità nazionali a destituire dalle proprie funzioni ben 2.900 magistrati. La donna si era rivolta alla Corte di assise di Ordu (Turchia), ma la sua azione era stata respinta. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione, da parte della Turchia, del diritto alla libertà e alla sicurezza garantito dall’articolo 5 della Convenzione europea: la donna, infatti, sosteneva di essere stata sottoposta a una misura detentiva senza alcuna prova e senza che le autorità inquirenti le avessero fornito alcuna indicazione dei motivi dell’arresto. In particolare, la ricorrente sosteneva la necessità di adire subito, per far valere i propri diritti, la Corte europea in ragione dell’ineffettività del ricorso alla Corte costituzionale, tenendo conto del contesto di gravi repressioni nei confronti dei magistrati, culminati con l’arresto di due giudici della stessa Corte costituzionale. Un problema che per Strasburgo evidentemente non esiste, malgrado Ankara abbia anche notificato la sospensione dell’applicazione della Convenzione in base all’articolo 15. La Corte europea, infatti, richiama altri precedenti relativi però a una fase in cui non erano state adottate le misure speciali dopo il tentato colpo di Stato. Il timore circa la mancanza di imparzialità dei giudici – osserva Strasburgo – non solleva la ricorrente da presentare prima il ricorso alla Corte costituzionale, come previsto dall’articolo 35, par. 1 della Convenzione europea. Nel presente caso, secondo i giudici internazionali, non vi sono motivi per discostarsi dalla giurisprudenza consolidata che ha già giudicato i ricorsi alla Corte costituzionale turca come effettivi. Inoltre, per Strasburgo gli argomenti avanzati dall’interessata circa l’esistenza di circostanze particolari proprio a causa delle reazioni del Governo “non consentono di far dubitare prima facie dell’effettività dei ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale”.
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17/11/2016 - 17/11/2016 Corte EDU - Art. 5 Convenzione Europea - CEDU "morbida" con la Turchia
Secondo la Cedu, il sistema giudiziario turco rispetta gli standard convenzionali. Porte chiuse, quindi, per il ricorso presentato dalla giudice che era stata rimossa dal suo incarico e posta in custodia cautelare dopo il tentativo di colpo di Stato del 15 luglio, che aveva portato le autorità nazionali a destituire dalle proprie funzioni ben 2.900 magistrati. La donna si era rivolta alla Corte di assise di Ordu (Turchia), ma la sua azione era stata respinta. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione, da parte della Turchia, del diritto alla libertà e alla sicurezza garantito dall’articolo 5 della Convenzione europea: la donna, infatti, sosteneva di essere stata sottoposta a una misura detentiva senza alcuna prova e senza che le autorità inquirenti le avessero fornito alcuna indicazione dei motivi dell’arresto. In particolare, la ricorrente sosteneva la necessità di adire subito, per far valere i propri diritti, la Corte europea in ragione dell’ineffettività del ricorso alla Corte costituzionale, tenendo conto del contesto di gravi repressioni nei confronti dei magistrati, culminati con l’arresto di due giudici della stessa Corte costituzionale. Un problema che per Strasburgo evidentemente non esiste, malgrado Ankara abbia anche notificato la sospensione dell’applicazione della Convenzione in base all’articolo 15. La Corte europea, infatti, richiama altri precedenti relativi però a una fase in cui non erano state adottate le misure speciali dopo il tentato colpo di Stato. Il timore circa la mancanza di imparzialità dei giudici – osserva Strasburgo – non solleva la ricorrente da presentare prima il ricorso alla Corte costituzionale, come previsto dall’articolo 35, par. 1 della Convenzione europea. Nel presente caso, secondo i giudici internazionali, non vi sono motivi per discostarsi dalla giurisprudenza consolidata che ha già giudicato i ricorsi alla Corte costituzionale turca come effettivi. Inoltre, per Strasburgo gli argomenti avanzati dall’interessata circa l’esistenza di circostanze particolari proprio a causa delle reazioni del Governo “non consentono di far dubitare prima facie dell’effettività dei ricorsi dinanzi alla Corte costituzionale”.
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27/10/2016 - 27/10/2016 Corte EDU - Art. 11 Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo - Libertà di associazione - Scioglimento di club di tifos
Quinta sezione AFFAIRES LES AUTHENTIKS ET SUPRAS AUTEUIL 91 c. FRANCE (Ricorso n. 4696/11 et 4703/11) E’ conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la decisione delle autorità governative di sciogliere un club di tifosi coinvolti in gravi episodi di violenza. Nessuna violazione dell’articolo 11, che assicura la libertà di associazione, nel provvedimento di uno Stato, in questo caso la Francia, di procedere all’adozione di una misura sì drastica, come la dissoluzione di un club, ma necessaria a fronteggiare la violenza negli stadi. Con la sentenza depositata il 27 ottobre (n. 4696/11), la Corte ha dato ragione alla Francia che aveva deciso lo scioglimento di due club di tifosi del Paris-Saint-Germain perché il provvedimento, certo dirompente, persegue un bisogno sociale imperativo come impedire la violenza negli stadi. A rivolgersi alla Corte europea, due associazioni di tifosi del Paris-Saint-Germain che erano state sciolte con provvedimento del Governo per i gravi scontri tra i tifosi della squadra di calcio parigina e quelli dell’Olympique di Marsiglia, scontri che erano culminati nella morte di un tifoso. Le due associazioni, a seguito della misura di scioglimento, avevano fatto ricorso al Consiglio di Stato che, però, lo ha respinto. Di qui l’azione dinanzi alla Corte europea che, nella prima sentenza sul rapporto tra libertà di associazione e lotta alla violenza negli stadi (in passato un ricorso analogo era stato dichiarato irricevibile), non ha accolto le ragioni dei club secondo i quali la Francia aveva compiuto un’ingerenza sproporzionata nel proprio diritto alla libertà di associazione garantito dall’articolo 11. La Corte riconosce che si è verificata un’ingerenza, ma questa misura, oltre ad essere prevista dalla legge, era necessaria in una società democratica a tutela di un bisogno sociale imperativo come la protezione della collettività dalla violenza. Certo, la decisione di sciogliere un club è un provvedimento estremamente grave tanto più nei casi in cui l’associazione persegue un obiettivo legittimo come un interesse sportivo, ma gli Stati hanno il diritto/obbligo di fronteggiare in modo efficace la violenza durante gli incontri sportivi anche per “soddisfare l’aspirazione legittima degli individui di assistere a manifestazioni sportive in piena sicurezza”. Così, il provvedimento è stato conforme alla Convenzione anche perché rispettoso del principio di proporzionalità in quanto preceduto da misure individuali come il divieto per alcuni tifosi di assistere agli incontri. Poco importa, poi, che lo scioglimento non è stato preceduto da una misura più tenue come la sospensione, perché laddove ci sono episodi di incitamento alla violenza o casi concreti di violenza nei confronti della popolazione, gli Stati godono di un ampio margine di apprezzamento, più ampio rispetto a quello tradizionalmente concesso per testare la necessità di un’ingerenza. Senza dimenticare – osserva Strasburgo – che un’associazione che supporta un club di football non ha la stessa importanza per la democrazia di un partito politico e, quindi, il rigore con il quale va esaminata la necessità di una restrizione alla libertà di associazione non è certo lo stesso. Via libera, così, allo scioglimento del club.
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11/10/2016 - 11/10/2016 Corte EDU - Caso Iglesias c. Spagna - «Artt. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - diritto all'equo processo
Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. I, sentenza 11/10/2016 Nella causa A F F AIRE IG L ESIAS C ASARRUBIOS E T C ANT A L API EDRA IG L ESIAS c. ESPA GNE “Artt. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto all’equo processo” Ricorso no 23298/12) Nei procedimenti di divorzio in cui si discute l’affidamento dei figli, il giudice deve ascoltare i minori coinvolti. E’ vero che non esiste un diritto assoluto dei minori, ma nei casi in cui il tribunale nazionale si rifiuti sistematicamente di audire i figli al centro del procedimento di affidamento, l’organo giurisdizionale ha l’obbligo di giustificare il rifiuto opposto alla richiesta di uno dei genitori. E’ la Corte europea a chiarirlo nella sentenza Iglesias Casarrubios e Cantalapiedra Iglesias contro Spagna depositata l’11 ottobre 2016, con la quale i giudici internazionali hanno condannato la Spagna per violazione dell’articolo 6 della Convenzione che assicura l’equo processo. Il procedimento nazionale riguardava il divorzio di una coppia e l’affidamento delle figlie, minorenni all’epoca dei fatti. La madre aveva chiesto ai giudici competenti di sentire le bambine, ma la sua istanza era stata respinta. Tuttavia, l’affidamento condiviso aveva causato numerosi problemi con ulteriori dissidi tra i genitori, che avevano portato la donna a proseguire la sua richiesta fino alla Corte costituzionale. Ma ogni sua istanza era stata rigettata. Di qui il ricorso a Strasburgo che le ha dato ragione. Prima di tutto, Strasburgo ha dichiarato irricevibile il ricorso delle bambine che avevano affiancato la madre nell’azione alla Corte europea. Questo non perché minorenni (tanto più che è ben possibile, anche in questi casi, il ricorso alla Corte europea), ma perché solo la madre era stata parte nel procedimento nazionale. Detto questo, però, Strasburgo ha dato ragione alla donna. E’ vero – osserva la Corte – che non si può affermare un diritto assoluto a sentire i minori perché ciò dipende dalle circostanze particolari di ciascun caso, con un obbligo di valutare l’età e la maturità del minore, ma la conclusione cambia se è la legge interna a stabilire un simile obbligo. Se poi tale obbligo viene disatteso, è indispensabile una giustificazione, che era mancata nel caso arrivato a Strasburgo, con la consequenziale condanna della Spagna.
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06/10/2016 - 06/10/2016 Corte EDU - Caso RI C HMOND Y AW E T AUTRES c. I T A L I E - «Artt. 5 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - diritto alla libertà persionale - proroga del trattenimento al CIE
Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. I, sentenza 6/10/2016 Nella causa A F F AIRE RI C HMOND Y AW E T AUTRES c. I T A L I E “Artt. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto alla libertà personale – proroga del trattenimento nel CIE” Non informare gli interessati e i legali di un’udienza nella quale il giudice è chiamato a decidere del prolungamento del trattenimento in un centro di identificazione ed espulsione è una violazione dell’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto alla libertà personale. Lo ha chiarito la Corte di Strasburgo nel caso Richmond Yaw e altri, con la quale l’Italia è stata condannata per aver agito in modo contrario alla Convenzione. A rivolgersi alla Corte, 4 cittadini del Ghana che erano arrivati illegalmente in Italia nel 2008. Erano stati subito colpiti da un provvedimento di espulsione e posti in un centro di identificazione ed espulsione (Cie). Gli uomini avevano impugnato il provvedimento prefettizio dinanzi al giudice di pace che, però, aveva confermato la misura. Successivamente, su richiesta del questore, il giudice di pace aveva disposto il prolungamento della misura che obbligava i migranti (i quali avevano anche presentato una domanda di protezione internazionale) alla permanenza nel Cie. Tuttavia, poiché tutto si era svolto senza la loro presenza e senza un avvocato, i ricorrenti avevano impugnato il provvedimento che prolungava il trattenimento, che era stato annullato. La Cassazione aveva dato loro ragione. Le vittime avevano così chiesto un indennizzo per ingiusta detenzione, ma la richiesta era stata respinta dalla Corte di appello di Roma. Un comportamento complessivo che è stato sanzionato da Strasburgo. Prima di tutto, con riguardo al procedimento dinanzi al giudice di pace, la Corte europea ha ritenuto che fosse stato leso il principio del contraddittorio, bollando la mancata comunicazione ai legali e agli interessati da parte del giudice di pace come una irregolarità grave e manifesta delle regole convenzionali. Strasburgo ha anche chiarito che se il trattenimento è illegittimo, come era stato nel caso di specie, le vittime hanno diritto a un indennizzo. Così l’Italia è stata condannata per violazione dell’articolo 5, par. 5, con l’obbligo di versare 6.500 euro a ciascun ricorrente più 10.500 euro, nel complesso, per le spese legali.
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13/09/2016 - CEDU 13/9/2016 - Casi Medvedev/Russia e Kirillova/Russia - Diritto di proprietà sui beni
sentenza CEDU, sez. III, caso Andrey Medvedev c. Russia, ric. n. 75737/13, del 13 settembre 2016 sentenza CEDU, sez. III, caso Kirillova c. Russia, ric. n. 50775/13, del 13 settembre 2016 COMPRAVENDITA Illecito revocare la vendita di un bene per la privazione del titolo del dante causa del venditore L’appartamento dei ricorrenti dei due casi annotati era stato oggetto di varie compravendite. Si sono visti privare della loro proprietà, seppure acquisita in buona fede (senza, per altro, poterla dimostrare), per le negligenze delle autorità che, dopo molti anni dal loro passaggio in giudicato, non avevano ottemperato alle sentenze di revoca del titolo degli originari proprietari, trascrivendole nei pubblici registri. Per la CEDU è un’interferenza illecita ed arbitraria nel diritto di godimento dei beni dei proprietari. La deroga all’art. 1 protocollo 1 assorbe anche quella dell’art.8 Cedu.
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30/06/2016 - 30/06/2016 - Corte EDU Sezione prima- Caso Taddeucci e McCall c. Italia - Art. 8 e 14 CEDU - rispetto della vita privata e familiare
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Prima Sezione, sentenza 30/6/2016 caso Taddeucci e McCall c. Italia (ric. 51362/09) E’ discriminatorio negare il permesso di soggiorno al partner straniero La CEDU ha ravvisato la violazione del combinato disposto degli artt. 8 (serenità familiare e privacy) e 14 (divieto di discriminazione): l’interpretazione restrittiva della nozione di «membro della famiglia» non ha tenuto conto dell’impossibilità di ottenere un riconoscimento giuridico della loro unione, malgrado una forte tendenza internazionale ad estendere lo status di familiare anche alle coppie dello stesso sesso conviventi o sposate.
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14/06/2016 - 14/06/2016 - Corte EDU Sezione terza- Caso Aldeguer Tomas c. Spagna - Art. 8 e 14 CEDU - rispetto della vita privata e familiare
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Terza Sezione, sentenza 14/6/2016 Nella causa di cui al ricorso n. 35214/09 Aldeguer Tomás v. Spain, “Artt. 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – rispetto della vita privata e familiare” Nessuna violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare se lo Stato non riconosce la pensione di reversibilità al partner di una coppia dello stesso sesso, morto quando la legge che consentiva il matrimonio ai conviventi same sex non era in vigore. Lo ha chiarito, con riferimento alla Spagna, la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Aldeguer Tomás depositata il 14 giugno, con la quale è stato respinto il ricorso di un uomo che aveva avuto una convivenza di fatto, per 12 anni, con un partner dello stesso sesso e che non aveva potuto regolarizzare la propria situazione perché la legge che prevedeva il matrimonio era entrata in vigore dopo la morte del partner. I tribunali nazionali avevano respinto le sue richieste relative alla pensione di reversibilità e così ha fatto la Corte europea. Riconosciuto il principio consolidato secondo il quale i rapporti tra coppie dello stesso sesso rientrano nell’ambito della vita privata e familiare, diritto tutelato dall’articolo 8, Strasburgo ha chiarito, però, che la norma in esame non assicura un diritto di beneficiare di uno specifico regime di previdenza sociale come quello ad ottenere la pensione di reversibilità. E questo malgrado nella nozione di vita familiare non rientrino solo aspetti di natura sociale, morale o culturale ma anche interessi materiali. Nel periodo considerato, tra l’altro, gli Stati godevano di un certo margine di apprezzamento, tanto più che mancava un consenso degli Stati circa i diritti da attribuire alle coppie same sex. La Corte esclude, quindi, una violazione del principio di non discriminazione in base all’orientamento sessuale perché il partner che rivendicava la pensione non si trovava nella stessa situazione del coniuge e, quindi, il rifiuto era basato unicamente sul fatto che la coppia non era sposata, circostanza che costituiva una condizione per ottenere la pensione di reversibilità. Così, la Corte esclude un’assimilazione alle coppie che una volta sposate non potevano divorziare per le quali il legislatore era intervenuto con una legislazione ad hoc perché, pur trattandosi di ostacoli giuridici, le due situazioni hanno natura differente e riguardano due contesti diversi. Respinta anche la tesi di un’applicazione retroattiva della legge che ha poi riconosciuto il diritto al matrimonio a persone delle stesso sesso.
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07/06/2016 - 07/06/2016 Corte EDU - Caso Cicad c. Suisse - «Artt. 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - diritto alla libertà di espressione e diritto alla reputazione sul web
Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. III, sentenza 7/6/2016 Nella causa CICAD C. SUISSE “Artt. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto alla libertà di espressione e diritto alla reputazione sul web” L’impatto potenziale di una pubblicazione attraverso internet, suscettibile di ledere il diritto alla reputazione, è di più ampia portata rispetto alla diffusione tramite i mezzi tradizionali come la stampa ed è, quindi, giustificato un intervento delle autorità nazionali più incisivo. Un principio che arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. A rivolgersi a Strasburgo un’associazione svizzera, che combatte l’antisemitismo, la quale aveva pubblicato sul proprio sito internet e in una newsletter un articolo in cui accusava di antisemitismo un professore che aveva pubblicato, nel 2005, con il supporto dell’Università di Ginevra, un libro dal titolo “Israël et l’autre”. Il curatore del volume aveva agito dinanzi ai tribunali nazionali sostenendo che era stato violato il proprio diritto alla reputazione. I giudici svizzeri gli avevano dato ragione e avevano ordinato la rimozione dell’articolo dal sito dell’Associazione. Quest’ultima si è così rivolta alla Corte europea che le ha dato torto. Per Strasburgo, non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea che assicura il diritto alla libertà di espressione. E’ vero che l’articolo pubblicato sul sito conteneva un giudizio di valore, ma anche in questo caso è necessario che vi sia una base fattuale sufficiente. L’articolo riguardava questioni di interesse generale, ma era particolarmente aggressivo, definendo il testo antisemita senza che, però, vi fossero dati concreti per giustificare questo giudizio. Strasburgo, poi, nell’effettuare il bilanciamento tra i diversi diritti in gioco, mette in primo piano anche il mezzo con il quale è stato disseminato l’articolo. Il web – osservano i giudici internazionali – permette una maggiore accessibilità della collettività, ha una capacità enorme di conservazione e di diffusione di dati, facilitando l’accesso al pubblico. Basti pensare, infatti, alla possibilità, introducendo unicamente il cognome del professore nel motore di ricerca, di arrivare all’articolo. E’ evidente, quindi, che internet presenta più rischi rispetto alla stampa con riguardo alla possibilità di intaccare diritti fondamentali come il rispetto della vita privata e quello alla reputazione. Di conseguenza, l’impatto potenziale dell’accusa di antisemitismo era molto più grande rispetto a quello che poteva derivare da un articolo di stampa. Inoltre, per accertare se vi sia stata una violazione della Convenzione europea, la Corte è passata a valutare l’entità della sanzione che è stata proporzionata tenendo conto che ha avuto natura civile e non penale e che l’Associazione ricorrente è stata tenuta unicamente a rimuovere l’articolo. Senza dimenticare – prosegue la Corte – che l’Associazione ricorrente aveva pubblicato una lettera di precisazioni del docente, ma il giorno dopo aveva ribadito, in un articolo, le accuse. Considerata l’esistenza di motivi pertinenti e sufficienti, idonei a giustificare l’ingerenza nel diritto alla libertà di espressione, la Corte ha respinto il ricorso, dando così ragione all’autore del libro.
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31/05/2016 - 31/05/2016 - Corte EDU Sezione IV- Caso Tence c. Slovenia - Art. 6 CEDU - Diritto all'equo processo - Notifica in via telematica
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Sezione IV, sentenza 31/05/2016 Nella causa TENCE v. SLOVENIA (Domanda no. 37242/14) “Artt. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – Diritto all’equo processo – Notifica in via telematica” vi segnalo la seguente pronuncia della CORTE DI GIUSTIZIA UE Ricorso telematico non leggibile per guasti alla rete e/o errori tecnici: inopponibile la tardività dell'invio La CEDU ha considerato una deroga all’equo processo quale diniego all’accesso alla giustizia respingere un ricorso spedito per via telematica (nella fattispecie via fax), nei termini di legge, la cui notifica e, quindi, il cui deposito non si sono perfezionati per guasti alla rete o per errori tecnici (carenza di carta, toner, macchina inceppata etc.). Non si può negare che la ricevuta di avvenuta trasmissione sia valida prova dell’invio.
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24/05/2016 - 24/05/2016 - Corte EDU Sezione decima- AFFAIRE ASSOCIATION DE SOLIDARITÉ AVEC LES TEMOINS DE JEHOVAH ET AUTRES c. TURQUIE - Art. 9 CEDU - libertà di religione
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Decima Sezione, sentenza 24/05/2016 Nella causa Ricorso n. 36915/10 e 8606/13 AFFAIRE ASSOCIATION DE SOLIDARITÉ AVEC LES TEMOINS DE JEHOVAH ET AUTRES c. TURQUIE “Artt. 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – libertà di pensiero, coscienza e religione” Le norme interne non possono essere utilizzate in modo strumentale dalle autorità amministrative per impedire l’esercizio del proprio credo religioso, anche in modo collettivo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condnanato la Turchia per violazione dell’articolo 9 della Convenzione europea che assicura la libertà di pensiero, coscienza e religione. Strasburgo ha chiarito che i limiti posti dalla legislazione nazionale in ordine alla costruzione di luoghi culto, inclusi nel piano urbanistico locale, incidono sulla libertà di religione in modo diretto, con un’evidente violazione di un diritto convenzionale fondamentale. E’ vero, infatti, che esiste un ampio margine di apprezzamento concesso agli Stati in materia urbanistica, ma ogni limitazione posta a una libertà fondamentale deve essere proporzionata rispetto al fine conseguito. A rivolgersi alla Corte alcuni predicatori responsabili della Congregazione dei testimoni di Geova della città di Mersin in Turchia, autorizzati a svolgere alcune celebrazioni del proprio culto in luoghi privati. In base a una legge nazionale, le autorità avevano impedito, successivamente, l’utilizzo dell’appartamento nel quale erano compiuti i riti e detto no alla costruzione di edifici di culto. Tra le varie motivazioni, esigenze di sicurezza e il mancato rispetto di alcune condizioni legislative che, di fatto, impedivano a piccole comunità di realizzare luoghi di celebrazione del proprio credo. Dopo vari ricorsi interni, la vicenda è approdata a Strasburgo che ha dato pienamente ragione ai ricorrenti. Prima di tutto, i giudici internazionali hanno chiarito che la libertà di manifestare il proprio credo e di compiere i riti connessi alla propria religione sono parte integrante dell’articolo 9. E’ evidente – osserva la Corte – che anche la mancanza di un luogo di culto per celebrare regolarmente il proprio credo è un’ingerenza che si riflette direttamente sulla libertà di religione, per la cui piena realizzazione ha un grande rilievo la possibilità di svolgere cerimonie in luoghi in cui i fedeli possono manifestare il proprio credo collettivamente. La normativa interna in discussione e la sua applicazione – osserva la Corte europea – di fatto impediscono a piccole comunità di poter rispettare le condizioni per costruire un luogo di culto. Di qui la constatazione dell’ingerenza che, pur perseguendo un fine in sé legittimo, come, tra gli altri, la sicurezza nazionale, è sproporzionata e non necessaria in una società democratica perché impedisce la pratica religiosa in locali appropriati, bloccando il pluralismo religioso. Tanto più che la legge interna consente alle autorità amministrative di imporre condizioni rigide e proibitive per l’esercizio di certi culti minoritari.
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23/05/2016 - 23/05/2016 - Corte EDU Grande Camera- Caso Avotins c. Latvia - Art. 6 CEDU -diritto all'equo processo - esecuzione di sentenza straniera
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Grande Camera, sentenza 23/05/2016 Nella causa Ricorso n. 17502/07, Avotins c. Latvia “Artt. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto all’equo processo” La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo si pronuncia sul rispetto delle regole dell’equo processo in rapporto all’esecuzione di una sentenza straniera in base al diritto Ue con particolare riferimento al principio del mutuo riconoscimento. A rivolgersi alla Corte europea un consulente lettone che aveva firmato un atto notarile con il quale chiedeva un prestito a una società cipriota. Nell’atto era indicata come legge applicabile quella cipriota e come giudici competenti, non in via esclusiva, sempre quelli di Cipro. La società aveva così adito i giudici ciprioti che avevano riconosciuto l’obbligo del ricorrente di ripagare il debito con gli interessi. La società creditrice aveva cercato di ottenere l’esecuzione della sentenza in Lettonia, dove risiedeva il debitore, in base al regolamento n. 44/2001 sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale (sostituito dal regolamento n. 1215/2015). Il debitore si era inutilmente opposto. Di qui il ricorso a Strasburgo. Chiarito che spetta alla Corte di giustizia dell’Unione europea interpretare i regolamenti Ue, Strasburgo ha però ribadito il proprio compito, anche quando è in gioco il diritto dell’Unione, in ordine all’accertamento circa la violazione dell’articolo 6 della Convenzione, che assicura il diritto a un equo processo. Gli Stati – osserva la Corte europea – sono obbligati a rispettare la Convenzione anche quando applicano il diritto Ue, tenendo conto di quanto stabilito nella sentenza Bosphorus e Michaud con le quali è stato affermato che, in linea di principio, la protezione dei diritti fondamentali assicurata dall’ordinamento dell’Unione va considerata equivalente a quella convenzionale. Il principio della presunzione della protezione equivalente dell’ordinamento Ue è sottoposto a due condizioni: l’assenza di margine di manovra delle autorità nazionali e lo sviluppo di un meccanismo di supervisione previsto dal diritto Ue. Ora, tenendo conto che nel caso in esame era in discussione l’applicazione di un regolamento che lascia poco margine di intervento agli Stati e non piuttosto una direttiva e che le condizioni di cui all’articolo 34 del regolamento 44/2001 consentono il rifiuto al riconoscimento solo a condizioni prefissate e che la Corte Suprema lettone non ha fatto altro che applicare le regole europee derivanti dalla partecipazione all’Unione, è evidente che manca un potere discrezionale di applicazione per gli Stati, con maggiori garanzie circa il rispetto dei diritti fondamentali. Tra l’altro, grazie al regolamento, è assicurata la possibilità di un procedimento dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea attraverso il rinvio pregiudiziale e se è vero che spetta al giudice nazionale effettuare il rinvio non c’è dubbio che le parti in un procedimento possono sollevare alcuni problemi dinanzi al giudice nazionale, sollecitandolo al rinvio a Lussemburgo. Così non aveva fatto il ricorrente che, per di più, non aveva sollevato, pur avendo termini di ricorso stretti, il mancato rispetto degli obblighi di notificazione, situazione che a suo dire aveva inciso sull’equo processo. Pertanto, la Grande Camera, in modo analogo alla pronuncia della Camera, respinte le doglianze del ricorrente, ritiene che non è stato violato l’articolo 6. I giudici internazionali, inoltre, hanno precisato che la costituzione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia in Europa è del tutto legittimo dal punto di vista della Convenzione europea, a condizione che i metodi utilizzati non contrastino con i diritti umani fondamentali. Di conseguenza, i tribunali nazionali devono procedere a verificare che, pur applicando i meccanismi propri del regolamento Ue, i diritti convenzionali siano rispettati facendo attenzione alla circostanza che il mutuo riconoscimento non conduca a lacune nell’attuazione della Convenzione.
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28/04/2016 - 28/04/2016 - Corte EDU - Caso Cincimino c. Italia - Art. 8 CEDU -diritto al rispetto della vita privata e familiare - reintegrazione esercizio diritti genitoriali
Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. I, sentenza 28/04/2016 Nella causa Ricorso n. 68884/13, Cincimino v. Italia «Artt. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto al rispetto della vita privata e familiare – reintegrazione nell’esercizio dei diritti genitoriali» La Cedu ordina all’Italia di reintegrare una madre nell’esercizio dei propri diritti genitoriali Con la sentenza depositata il 28 aprile, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione che assicura il diritto al rispetto della vita privata e familiare perché, in via di fatto, non ha reintegrato una madre nell’esercizio della responsabilità genitoriale, fondando la decisione negativa per la donna su relazioni di esperti risalenti a molti anni prima (ricorso n. 68884/13, AFFAIRE CINCIMINO c. ITALIE). La circostanza che le autorità interne si siano basate su dati vecchi e sulla dichiarazione della minore fa dire alla Corte che l’iter decisionale non è stato conforme alla Convenzione. A Strasburgo si era rivolta una donna impossibilitata ad avere contatti con la propria figlia in attuazione del provvedimento dell’autorità giudiziaria. Dopo la separazione, la bambina era stata affidata al padre con diritto della madre a incontrare la figlia due pomeriggi alla settimana in presenza di un assistente sociale. Il tribunale, sulla base di alcune valutazioni di esperti, aveva deciso di sospendere la responsabilità genitoriale e di proibire contatti diretti con la figlia. La donna, inoltre, doveva sottoporsi a una terapia, ma non l’aveva seguita mantenendo un atteggiamento ostile verso gli assistenti sociali. Di qui la conferma del no al diritto di visita, provvedimento confermato dalla Corte di appello che aveva valutato gli effetti negativi del contatto con la madre sul benessere della bambina. La Corte europea riconosce che gli Stati hanno un ampio margine di discrezionalità nell’individuazione dei provvedimenti idonei a garantire il rispetto del diritto alla vita familiare ma sono tenuti a prestare una particolare attenzione alle misure che comportano una rottura nei rapporti genitori e figli, privando questi ultimi delle proprie radici. Nel caso all’attenzione di Strasburgo, è vero che la madre aveva avuto alcuni problemi ma le autorità nazionali non hanno considerato i progressi compiuti dalla donna. A fronte di un nuovo ricorso della madre della minore, gli organi competenti hanno dato grande peso all’audizione della minore la quale aveva dichiarato di non voler avere contatti con la madre che, d’altra parte, non vedeva da 7 anni. Tuttavia, non erano stati nominati nuovi esperti e la nuova decisione era stata presa basandosi su valutazioni risalenti al 2003 e al 2006. Di qui la conclusione della Corte europea di condanna all’Italia perché il processo decisionale nazionale non ha soddisfatto gli obblighi procedurali inerenti all’articolo 8. Lo Stato è stato condannato non solo a versare 32mila alla ricorrente per i danni non patrimoniali subiti, ma anche ad adottare una misura individuale ossia riesaminare la domanda della donna di reintegro nell’autorità genitoriale seguendo le indicazioni di Strasburgo e, quindi, tenendo conto della situazione attuale della madre e dell’interesse superiore del minore.
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26/04/2016 - 26/04/2016 - Corte EDU Grande Camera- Caso Izzettin Dogan c. Turchia - Art.9 e 14 CEDU -diritto alla libertà di religione
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Grande Camera, sentenza 26/04/2016 Nella causa Ricorso n. 62649/10, Izzettin Dogan + altri c. Turchia Artt. 9 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto alla libertà di religione – divieto al ricorrente, di confessione alevita, di svolgere un servizio pubblico – violazione del diritto alla libertà di religione
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21/04/2016 - 21/04/2016 - Corte EDU Sezione V- Caso Cherkezov c. Bulgaria - Art. 8 CEDU -diritto all rispetto della vita privata e familiare - demolizione casa abusiva - proporzionalità
Corte Europea Diritti dell’Uomo, Sezione V, sentenza 21/04/2016 Nella causa Ricorso n. 46577/15, Cherkezov c. Bulgaria “Artt. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto al rispetto della vita privata e familiare – demolizione casa – proporzionalità rispetto alla situazione personale dei residenti” L'esecuzione della demolizione di una casa abitata, costruita senza autorizzazione, sarebbe ingiustificata se non ne venisse presa in considerazione la proporzionalità rispetto alla situazione personale dei residenti, e avrebbe comportato la violazione del loro diritto al rispetto della vita privata e familiare
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01/03/2016 - 01/03/2016 Corte EDU - Caso Noureddine Tabbane c. Svizzera - «Art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - diritto di accesso alla giustizia ed equo processo - preclusione dell'appello in caso di scelta dell'arbitrato
Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. III, sentenza 1/03/2016 Nella causa Ricorso n. 41069/12 Noureddine TABBANE c. la Svizzera «Art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto di accesso alla giustizia ed equo processo – preclusione dell’appello in caso di scelta dell’arbitrato» La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la decisione predetta ha spianato la strada alle scelte di politica legislativa degli Stati che favoriscono la diffusione dell’arbitrato. Per Strasburgo non si verifica alcuna violazione del diritto di accesso alla giustizia e all’equo processo se le norme di diritto internazionale privato di uno Stato sanciscono che, nel caso in cui le parti a una controversia scelgano di avvalersi dell’arbitrato, sia preclusa la possibilità di appello. A rivolgersi alla Corte, un cittadino tunisino il quale aveva stipulato un contratto con la multinazionale francese Colgate: nel contratto era anche inclusa una clausola arbitrale con la quale le parti rinunciavano ad adire i tribunali ordinari optando, in caso di controversie, per l’arbitrato secondo le regole della Corte internazionale di arbitrato. Era stato così costituito un collegio che aveva scelto come sede la Svizzera, con la conseguenza che tale legge era quella applicabile. Il collegio arbitrale aveva condannato l’uomo d’affari a restituire le azioni e a pagare le spese processuali. L’imprenditore aveva fatto appello al tribunale federale svizzero che, però, aveva respinto il ricorso ritenendo che la libera scelta dell’arbitrato, in base alla legislazione svizzera, impediva la possibilità di appello. Di qui il ricorso a Strasburgo, poi proseguito dai figli e dalla moglie. Per la Corte europea, che ha dichiarato il ricorso irricevibile, non si è verificata alcuna violazione della Convenzione perché la legislazione svizzera persegue un fine legittimo ossia quello di favorire lo sviluppo dell’arbitrato. Il diritto di accesso a un tribunale – osserva Strasburgo – non implica necessariamente il diritto di adire un tribunale di tipo classico. L’articolo 6 della Convenzione, infatti, non si oppone ai tribunali arbitrali funzionali a giudicare controversie di natura patrimoniale. A ciò si aggiunga che, nel caso in esame, l’arbitrato era stato liberamente scelto dalle parti, nell’esercizio dell’autonomia negoziale. Ed invero, se si tratta di un arbitrato obbligatorio vanno applicate tutte le garanzie dell’articolo 6, a differenza dei casi di arbitrato volontario scelto liberamente dalle parti che rinunciano spontaneamente ad alcune garanzie. Nel caso in esame, nessun dubbio che il ricorrente avesse effettuato una scelta libera e senza equivoci. Tra l’altro, l’articolo 192 della legge di diritto internazionale privato svizzero, che punta a incrementare l’attratività e l’efficacia dell’arbitrato internazionale, escludendo il doppio grado di giurisdizione, è stato applicato perché il collegio arbitrale, con un arbitro scelto proprio dal ricorrente, aveva deciso la sede del collegio in svizzera e l’applicazione di tale legge che, in caso contrario, non sarebbe stata applicata in assenza di qualunque genere di legame con le parti e con il contratto. A ciò si aggiunga – precisano i giudici internazionali – che in base all’ordinamento elvetico, se la sentenza arbitrale deve essere eseguita in Svizzera va applicata la Convenzione di New York per il riconoscimento e l’esecuzione delle sentenze arbitrali straniere, con un controllo, quindi, supplementare e piena rassicurazione circa il rispetto dei diritti umani.
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25/02/2016 - 25/02/2016 Corte EDU - Caso Olivieri e altri c. Italia - «Artt. 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo - diritto alla durata ragionevole del processo - diritto alla tutela giurisdizionale effettiva - illegittimità di oneri procedurali
Ricorso n. 17708/12, 17717/12, 17729/12 et 22994/12 OLIVIERI E ALTRI c. ITALIA «Artt. 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto alla durata ragionevole del processo – diritto alla tutela giurisdizionale effettiva – illegittimità di oneri procedurali Secondo la Corte Europea dei diritti dell’uomo, gli oneri di carattere procedurale, inclusa l’istanza di prelievo, che non servono ad accelerare in modo effettivo e certo lo svolgimento del processo interno sono contrari all’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura la durata ragionevole del processo. L’Italia è stata condannata non solo per violazione dell’articolo 6 della Convenzione, ma anche per l’articolo 13 che garantisce il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva. A rivolgersi a Strasburgo alcuni impiegati di un comune che avevano chiesto, nel 1990, al tribunale amministrativo regionale della Campania una correzione nel calcolo degli anni di servizio. Nel 2008 il Tar aveva chiesto ai ricorrenti di presentare una nuova domanda di fissazione dell’udienza. Al tempo stesso le parti, senza dubbio vittime di un processo troppo lungo, avevano presentato un ricorso per ottenere un indennizzo in base alla legge n. 89/2001 (c.d. legge Pinto). Tuttavia, poiché non avevano depositato l’istanza di prelievo, la richiesta era stata dichiarata irrecevibile, conclusione confermata in cassazione. Di qui l’azione a Strasburgo che ha dato ragione ai ricorrenti. Nessun dubbio circa la violazione dell’articolo 6 tenendo conto che il procedimento amministrativo è durato 18 anni. Per quanto riguarda la legge Pinto e le condizioni di ricevibilità inserite con la legge n. 133 del 2008, la Corte constata che, in materia di procedimenti amministrativi, il Presidente del Tar, a seguito della domanda di fissazione d’urgenza (istanza di prelievo), ha una semplice facoltà di fissare la data. Non solo. Per la Corte, la legislazione nazionale non ha stabilito criteri specifici per rigettare o accogliere le domande. Respinta poi la tesi del Governo secondo il quale il sistema italiano funzionale all’accelerazione del processo amministrativo sarebbe analogo a quello utilizzato in altri Stati. Non solo l’Italia non ha fornito esempi, ma anche a guardare la durata dei procedimenti amministrativi dopo la presentazione dell’istanza di prelievo si evince che non si sono verificate accelerazioni in ogni situazione. Di qui la conclusione che l’istanza di prelievo non ha un effetto significativo sulla durata del procedimento. Classificato il meccanismo come aleatorio, tenendo conto che i ricorrenti già vittime di processi lunghi sono gravati da ulteriori oneri e che la domanda ex lege Pinto è automaticamente respinta per la mancanza dell’istanza di prelievo, Strasburgo ha condannato l’Italia. Mancano – scrive la Corte - malgrado alcune modifiche legislative, rimedi effettivi per la durata eccessiva dei processi amministrativi. A ciascuno dei 9 ricorrenti, la Corte ha concesso un indennizzo per i danni non patrimoniali pari a 22mila euro. Va segnalato che la pronuncia ha particolare rilievo perché apre la strada ad analoghe bocciature per rimedi simili alcuni dei quali introdotti nella legge di stabilità 2016 (legge 28 dicembre 2015 n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”). In pratica, quindi, pur riguardando il caso di specie, la sentenza è destinata ad avere effetti sulla politica legislativa italiana in tutti i casi in cui le condizioni preliminari all’attivazione della legge Pinto non abbiano alcun effetto utile ai fini dell’accelerazione dei processi, traducendosi, invece, in un ulteriore onere su chi è già leso dai procedimenti interni di durata irragionevole.
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23/02/2016 - 23/02/2016 - Corte EDU - Caso Nasr e Ghali c. Italia - Art. 3, 5, 8, 13 CEDU -divieto di tortura e trattamenti disumani - diritto alla libertà e alla sicurezza - diritto al rispetto della vita privata e familiare - diritto alla tutela giurisdizionale
Le autorità italiane sapevano della extraordinary rendition di Abu Omar organizzata dalla Cia e ben quattro Governi hanno abusato del segreto di Stato impedendo di far luce sulle gravi violazioni dei diritti dell’uomo di cui Abu Omar è stato vittima. La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, depositata il 23 febbraio, non solo accerta con chiarezza le violazioni della Convenzione perpetrate dall’Italia, condannata per violazione dell’articolo 3 (divieto di tortura e trattamenti disumani e degradanti), del 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), dell’articolo 13 (diritto alla tutela giurisdizionale effettiva), ma colpisce a tutto campo le istituzioni. Dal Governo che ha abusato del segreto di Stato favorendo l’impunità dei responsabili, alla Corte costituzionale, passando per il Presidente della Repubblica che ha concesso la grazia a due agenti della Cia condannati dai giudici italiani. A rivolgersi alla Corte Abu Omar e sua moglie. Arrivato in Italia nel 1998 e divenuto imam nel 2000, Abu Omar aveva ottenuto l’asilo per motivi politici. Accusato di far parte di un’organizzazione terroristica e condannato poi dal Tribunale di Milano nel 2013, l’imam fu rapito nel centro di Milano nel 2003. Portato nella base Usa di Aviano e poi in quella di Ramstein in Germania, Abu Omar fu consegnato dagli autori del rapimento, ossia gli agenti della Cia, nelle mani dei servizi segreti egiziani. Torturato a più riprese, fu rilasciato nel 2004. La Procura di Milano aveva aperto un’indagine per sequestro di persona. L’inchiesta, che vedeva al centro agenti della Cia e dei servizi segreti italiani (SISMI), è stata lunga e piena di ostacoli anche a causa del Governo che non aveva voluto chiedere l’estradizione degli agenti Usa coinvolti. Malgrado gli ostacoli, con sentenza del 4 novembre 2009, il Tribunale di Milano ha condannato 23 cittadini Usa (22 agenti della Cia e il colonnello Romano) e 2 agenti italiani del SISMI, tenuti a versare un indennizzo alla vittima. In appello la condanna dei due italiani era stata annullata. Questo perché era intervenuta, a seguito del conflitto di attribuzione sollevato dal Governo, la sentenza n. 106/2009 della Corte costituzionale resa il 18 marzo 2009. Per la Consulta i due agenti del SISMI non potevano essere interrogati perché non potevano divulgare fatti coperti dal segreto di Stato, principio che secondo la Corte costituzionale andava esteso anche alla successiva azione civile funzionale a corrispondere il risarcimento dovuto ad Abu Omar. Il procedimento era continuato con la Corte di appello di Milano che nel 2013 aveva condannato alcuni funzionari del Sismi alla reclusione ma, dopo un nuovo intervento della Consulta, la Corte di cassazione aveva dovuto annullare le condanne. Prima di tutto, la Corte europea riconosce che a livello nazionale sono state condotte indagini idonee a ricostruire gli eventi ma tutto è stato vanificato dal segreto di Stato concesso dalla stessa Corte costituzionale. Strasburgo tiene infatti a precisare che, a differenza di altri casi arrivati nelle proprie aule di giustizia (El Masri, Husayn e Al Nashiri), le autorità inquirenti italiane hanno svolto un’indagine approfondita che, per la prima volta, ha permesso la ricostruzione dei fatti anche a livello nazionale. La Corte, quindi, “rende omaggio al lavoro dei magistrati nazionali che hanno fatto tutto il possibile per stabilire la verità”. Ma nulla hanno potuto di fronte all’abuso del segreto di Stato opposto da ben 4 Governi, certo non funzionale a tenere coperti i fatti, ben noti anche grazie alla stampa, ma piuttosto a garantire l’impunità degli agenti del Sismi. Non solo. Il Governo non ha mai chiesto l’estradizione degli agenti della Cia (salvo per uno degli imputati) e due Presidenti della Repubblica hanno concesso la grazia a tre agenti americani condannati, malgrado la gravità del fatto. Di conseguenza, la punizione dei colpevoli non è stata effettiva nonostante gli sforzi degli inquirenti e dei giudici italiani. E’ evidente, quindi, che un principio legittimo come quello del segreto di Stato è stato utilizzato con il solo obiettivo di impedire che i responsabili fossero chiamati a rispondere delle proprie azioni. Di qui la violazione dell’articolo 3 che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti, tenendo conto che gli Stati non solo devono impedire atti di questo genere, ma sono anche tenuti ad individuare e punire i colpevoli. Altri elementi poi portano la Corte a stigmatizzare il comportamento dell’Italia tenendo conto che il Governo si è rifiutato di chiedere l’estradizione, malgrado l’esistenza di uno specifico trattato con gli Usa. Senza dimenticare la grazia che ha, di fatto, sottratto tre condannati per l’extraordinary rendition alla giustizia. Pertanto, conclude Strasburgo, nel caso in esame la responsabilità dello Stato non è dovuta all’assenza di disposizioni sulla tortura nel codice penale, perché l’impunità è diretta conseguenza del comportamento del Governo e del Presidente della Repubblica. La Corte europea, poi, in modo analogo ad altri casi, ha considerato i piani di consegna straordinaria organizzati dalla CIA come tortura e ha ritenuto che le autorità italiane erano a conoscenza della extraordinary rendition targata Cia e, quindi, del trasferimento all’estero e del rischio di tortura. E’ così evidente che lo Stato non ha adottato le misure necessarie per impedire che gli individui sotto la propria giurisdizione fossero soggetti a tortura o trattamenti disumani e degradanti. La Corte, in linea con altre sentenze sulle renditions, ha anche constatato la violazione dell’articolo 5 in considerazione del fatto che l’uomo è stato privato della libertà in modo arbitrario e dell’articolo 8 che assicura il diritto al rispetto della vita privata. In ultimo, proprio tenendo conto degli effetti negativi provocati dal segreto di Stato ai fini dell’accertamento della verità, considerando che molte prove non sono state utilizzate e che il ricorrente non ha avuto rimedi giurisdizionali effettivi, la Corte ha condannato l’Italia a versare ai due ricorrenti 85mila euro per i danni non patrimoniali e 30mila euro per le spese processuali sostenute. Da sottolineare, perché connesso alla materia del diritto sull’immigrazione, l’esame della Corte inerente alla violazione del diritto all’unità familiare: “VI. Violazione dell'articolo 8 della convenzione allegato dalla ricorrente 304. Il richiedente ha inoltre denunciato una violazione dell'articolo 8 della Convenzione, che prevede: "1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto a meno che questo tipo di interferenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, la pubblica sicurezza, il benessere economico del paese, la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o la protezione dei diritti e delle libertà altrui "… 308. Il concetto di "privacy" è ampio e non si presta a una definizione esaustiva; esso può, a seconda delle circostanze, coprire l'integrità morale e fisica della persona. La Corte riconosce inoltre che tali aspetti del concetto si estendono a situazioni di privazione della libertà. L'articolo 8 protegge anche il diritto di sviluppo personale e il diritto di stabilire e mantenere relazioni con altri esseri umani e il mondo esterno. Nessuno può essere trattato in un modo che comporti la perdita della dignità, essendo la dignità e la libertà dell'uomo l'essenza della Convenzione". Inoltre, per i membri della stessa famiglia, lo stare insieme è un elemento fondamentale della vita familiare. La Corte ricorda che l'articolo 8 tende essenzialmente a proteggere l'individuo da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche (El Masri, § 230 e Al Nashiri, citata, §§ 527-532, e riferimenti citati in queste)”.
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23/02/2016 - 23/02/2016 - Corte EDU - Caso Pajic v. Croatia - Art. 8 e 14 CEDU -diritto al rispetto della vita privata e familiare - divieto di discriminazione – permesso di soggiorno anche per il partner gay
Corte Europea Diritti dell’Uomo, sez. II, sentenza 23/02/2016 Nella causa Ricorso n. 68453/13, Pajić v. Croatia «Artt. 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – diritto al rispetto della vita privata e familiare - divieto di discriminazione – permesso di soggiorno anche per il partner della coppia dello stesso sesso» La Corte europea dei diritti dell’uomo interviene in materia di riconoscimento di diritti a coppie dello stesso sesso anche nel campo dei ricongiungimenti familiari con cittadini stranieri. Pur concedendo alle autorità nazionali la libertà nella scelta delle politiche in materia di immigrazione, gli Stati sono tenuti a garantire il pieno rispetto del diritto alla vita familiare di ogni individuo. Una cittadina bosniaca, che si era vista rifiutare il permesso di soggiorno fondato sul ricongiungimento con la propria compagna che viveva in Croazia, ha presentato ricordo alla Corte Europea. Le autorità croate avevano basato il proprio rifiuto sul fatto che la legge interna in materia di immigrazione concede espressamente il diritto solo a partner di coppie eterosessuali, tacendo sulle altre. Una chiara violazione della Convenzione europea, scrive Strasburgo, che ha condannato la Croazia per violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8) e del divieto di discriminazione (articolo 14). Riconosciuto che le coppie dello stesso sesso hanno un diritto alla vita familiare analogo a quelle delle coppie eterosessuali, tenendo conto per di più che la nozione di famiglia include i legami di fatto e non solo quelli formalizzati dal matrimonio, che l’evoluzione nella nozione di famiglia è ormai una realtà e la circostanza che un numero molto elevato di Paesi che hanno ratificato la Convenzione già prevede un riconoscimento giuridico alle coppie dello stesso sesso, la Corte ha concluso che se uno Stato prevede l’attribuzione del permesso di soggiorno per il ricongiungimento unicamente a un partner eterosessuale ma non a quello di una coppia same sex, incorre in una violazione della Convenzione compiendo una disparità di trattamento.
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21/01/2016 - 21/01/2016 - Corte EDU - Case of DE CAROLIS ET FRANCE TELEVISIONS c. FRANCE - Art. 10 CEDU - Diritto alla libertà di espressione - Resoconti giornalistici
La sanzione sarà pure stata lieve, ma il fatto stesso che un giornalista abbia subito una condanna in sede penale rende lo Stato responsabile per violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che garantisce il diritto alla libertà di espressione. Questo anche in considerazione del fatto che una sanzione penale ha in sé un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa, che non viene meno malgrado la lieve entità della sanzione pecuniaria. E’ stato il presidente di France 3, diventata poi France Télévision, e 3 giornalisti a rivolgersi a Strasburgo dopo essere stati condannati per diffamazione a seguito della denuncia del Principe saudita Turki Al Faisal. Quest’ultimo riteneva di essere stato diffamato per un reportage sull’11 settembre 2001 in cui i familiari delle vittime lamentavano i ritardi nelle inchieste giudiziarie in cui erano coinvolti alcuni sauditi da loro accusati di aver finanziato al Qaida. Il principe era accusato di aver aiutato i talebani quando era capo del servizio di sicurezza saudita. I giudici francesi avevano accolto la sua domanda e condannato i giornalisti. Una conclusione in violazione della Convenzione europea, per Strasburgo. E’ vero che l’ingerenza nel diritto alla libertà di stampa era previsto dalla legge ma non era necessaria in una società democratica anche tenendo conto che nei casi in cui il giornalista riporta fatti di interesse pubblico, per di più relativi a personaggi pubblici, il margine di apprezzamento dello Stato è “particolarmente limitato”. Non solo. La Corte è netta nello sbarrare la strada ai giudici nazionali che non possono certo sostituirsi alla stampa, scritta o televisiva, per decidere quale tecnica di resoconto i giornalisti devono adottare. Tra l’altro, nel caso di specie, i reporter avevano riportato fatti, espresso dei giudici di valore con una base fattuale sufficiente, usato varie volte il condizionale, invitato gli avvocati del principe e indicato quest’ultimo come presunto sostenitore di Osama bin Laden. Accortezze sufficienti a garantire il rispetto delle regole deontologiche del giornalismo. Detto questo, però, non si può certo chiedere al giornalista “di prendere sistematicamente e formalmente le distanze dal contenuto di una dichiarazione che potrebbe offendere terzi”. Tra l’altro, per la Corte, anche se l’entità della sanzione è stata limitata a 1.000 euro per i danni materiali e a un euro per quelli morali, il fatto che i giornalisti abbiano subito una condanna in sede civile e penale rende la sanzione sproporzionata perché la misura penale ha un effetto deterrente sulla libertà di stampa con inevitabile violazione della Convenzione.
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21/01/2016 - 21/01/2016 - Corte EDU - Case of Safaryan c. Armenia - Art. 8 CEDU - Rispetto della vita familiare e protezione della proprietà
Varya Safaryan e' una cittadina armena proprietaria di due case, un garage ed un padiglione, costruito quest'ultimo abusivamente, siti nel centro di Yerevan. Nel maggio del 2004 tento' di trasferire tramite donazione ai figli quelle proprieta', ma la trascrizione del trasferimento le venne negata: i suoi beni rientravano ormai nella zona destinata ad espropriazione per pubblica utilita'. Lei si oppose a questo rifiuto e la Corte d'appello nel luglio dello stesso anno accolse la sua istanza e ordino' la trascrizione del trasferimento nei pubblici registri immobiliari. Tuttavia, alla rinnovazione della istanza di registrazione, la Sig.ra Safaryan trovo' un nuovo rifiuto: esperiti nuovamente i procedimenti civili, infine la Corte di Cassazione le nego' la registrazione rilevando che il terreno era nella zona di espropriazione e che vi era stato realizzato un padiglione abusivo. Oggi la Sig.ra Safaryan denuncia davanti alla Corte europea la violazione del suo diritto di proprieta' e di quello al rispetto della vita privata e familiare perche' le e' stato impedito di donare i propri beni immobili ai figli.
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19/01/2016 - 19/01/2016 - Corte EDU - Case of GÖRMÜS ET AUTRES c. TURQUIE - Art. 10 CEDU - Diritto alla libertà di espressione - Libertà di stampa - Tutela delle fonti dei giornalisti
Arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo un chiaro monito agli Stati: la libertà di stampa va salvaguardata in modo effettivo e, quindi, sono incompatibili con l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto alla libertà di espressione, misure come le perquisizioni nelle redazioni dei giornali e il sequestro di materiale cartaceo e informatico, disposte dall’autorità giudiziaria e funzionali a individuare la fonte che ha svelato al giornalista fatti scottanti. E questo anche quando è certo che le notizie arrivano al giornalista da documenti classificati come confidenziali che non possono essere diffusi. Comportamenti diversi, che portano a perquisizioni a strascico nelle redazioni, conducono inevitabilmente a una condanna dello Stato a Strasburgo e questo con danni per l’immagine del Paese, classificato come uno Stato non in grado di garantire la libertà di stampa e per le casse del Paese, costretto a versare un indennizzo al giornalista oggetto delle misure che compromettono la libertà di stampa. Il ricorso è stato presentato dal direttore e da 5 giornalisti di un magazine turco che avevano pubblicato un articolo nel quale davano conto dell’esistenza di una sorta di lista di giornalisti buoni e cattivi stilata dalle autorità militari a seconda che i cronisti fossero favorevoli o contrari alle forze armate e questo al fine di invitare a determinati eventi solo i giornalisti ritenuti “buoni”. La lista era contenuta in un dossier confidenziale che, presumibilmente, era stato consegnato ai giornalisti da un whistleblower, ossia da una fonte interna che voleva denunciare questi comportamenti arbitrari all’opinione pubblica con la garanzia dell’anonimato. Il Tribunale militare aveva ordinato una perquisizione su larga scala all’interno del giornale che aveva portato al sequestro di cd, materiale cartaceo e informatico e oltre 40 computer. Non ottenendo giustizia sul piano nazionale, malgrado i chiari orientamenti della Corte europea del tutto ignorati dalle autorità giudiziarie interne che hanno provocato la condanna a Strasburgo, i giornalisti si sono rivolti alla Corte europea che, prima di tutto, ha chiarito che la tutela delle fonti dei giornalisti è la pietra angolare della libertà di stampa perché, se non fosse assicurata, alcune fonti non svelerebbero notizie scottanti di interesse pubblico e la stampa, di conseguenza, non potrebbe svolgere il proprio ruolo di cane da guardia della società, denunciando fatti che Governo e altri autorità nazionali vogliono tenere nascosti. Detto questo, la Corte condanna il comportamento delle autorità turche che con l’adozione di provvedimenti giudiziari abnormi hanno messo sotto scacco la libertà di stampa. Provvedimenti come perquisizioni nei giornali e sequestro di computer e documenti – scrive la Corte - non solo sono in contrasto con la Convenzione, ma costituiscono uno degli atti più gravi a danno della libertà di stampa, molto più gravi rispetto alla ripetuta richiesta al giornalista di svelare il nome della fonte. E questo anche quando le perquisizioni non raggiungono alcun risultato, perché sia la fonte sia il giornalista sono sicuramente intimiditi da misure di questo genere. Strasburgo è poi sorpresa non solo dalle misure, ma anche dalla circostanza che le autorità interne abbiano messo in secondo piano la valutazione circa l’interesse pubblico della notizia che invece ha un ruolo preminente. Nessun dubbio – scrive la Corte europea – che la classificazione dei giornalisti in base alla propria attività e il comportamento delle forze armate sia una questione di interesse pubblico che la collettività deve conoscere, anche quando la notizia è attinta da materiale coperto da segreto perché su tutto prevale la libertà di stampa, che può essere limitata solo in casi eccezionali e in presenza di un bisogno sociale imperativo che deve essere dimostrato e che, nel caso di specie, per Strasburgo, mancava anche se il documento era secretato e lo Stato invocava ragioni di sicurezza nazionale, giudicate inesistenti dai giudici internazionali.
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14/01/2016 - 14/01/2016 - Corte EDU - Case of D.A. e altri v. Italia - Artt. 2, 6, 13 CEDU - Diritto all salute e all'equo processo- Ritardi negli indennizzi alle vittime del sangue infetto
Nuova condanna all’Italia per la drammatica vicenda dei contagi provocati dal sangue infetto. Dopo la pronuncia G.N del 1° dicembre 2009 e la sentenza M.C. e altri contro Italia del 3 settembre 2013, questa volta la condanna è arrivata con la sentenza D.A. e altri depositata il 14 gennaio, con la quale Strasburgo ha disposto anche l’obbligo per lo Stato italiano, colpevole di tempi troppo lunghi per la liquidazione degli indennizzi alle vittime del sangue infetto, di assenza di ricorsi effettivi e di violazione del diritto alla salute, di versare, nel complesso, oltre dieci milioni di euro a titolo di risarcimento alle vittime. Sono stati ben 889 i ricorrenti (anche se molti ricorsi sono stati dichiarati irricevibili) a rivolgersi alla Corte europea. Condannati a gravi malattie contratte per trasfusioni di sangue infetto o utilizzo di emoderivati, le vittime avevano incontrato ostacoli per far valere almeno il proprio diritto a un indennizzo. Di qui la scelta di rivolgersi a Strasburgo che ha dato ragione alla maggior parte dei ricorrenti. Ed invero, la Corte europea ha accertato la violazione del diritto all’equo processo (articolo 6) nel quale rientra il diritto a ottenere in tempi rapidi l’esecuzione delle sentenze e questo a causa del fatto che, alcuni ricorrenti, malgrado avessero avuto il riconoscimento dell’indennizzo sul piano giurisdizionale non avevano ottenuto la piena esecuzione della sentenza perché lo Stato non aveva liquidato gli importi dovuti. Una situazione che spinge la Corte europea ad affermare che se uno Stato non esegue una sentenza definitiva a detrimento di una parte è chiara la violazione dell’articolo 6 proprio perché nel diritto all’equo processo è inclusa l’effettiva e tempestiva esecuzione della pronuncia. Nei casi in esame, i ritardi nell’esecuzione delle sentenze sugli indennizzi hanno impedito alle vittime di ottenere un effettivo ristoro che è rimasto solo sulla carta e questo – prosegue Strasburgo – senza alcuna giustificazione, per di più tenendo conto che si trattava di risarcimenti dovuti a malati. Violato anche l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà nel quale rientrano i crediti esigibili che lo Stato deve corrispondere senza poter avvalersi, a giustificazione dei ritardi, né della complessità delle procedure né di problemi di budget. Condanna, altresì, per violazione dell’articolo 13 che assicura il diritto alla tutela giurisdizionale effettiva e dell’articolo 2 sul diritto alla salute, per gli aspetti procedurali, perché lo Stato non ha fornito risposte adeguate e rapide tenendo conto che, in alcuni casi, il procedimento per ottenere un indennizzo è durato 12 anni per un solo grado di giudizio.
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14/01/2016 - 14/01/2016 - Corte EDU - Case of Mandet v. Francia - Art. 8 CEDU - Diritto al rispetto della vita familiare - Diritti del padre biologico
L’annullamento del riconoscimento del figlio minorenne effettuato dal padre legale a vantaggio del padre biologico è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Se i giudici nazionali, nel procedere a scardinare una situazione già consolidata, hanno valutato l’interesse superiore del minore, è conforme all’articolo 8, che assicura il diritto al rispetto della vita familiare, il via libera al riconoscimento da parte del padre biologico tenendo conto che il minore ha diritto a conoscere le proprie origini. Il ricorso alla Corte di Strasburgo è stato proposto dalla madre, dal marito della donna e dal minore legittimato a seguito del matrimonio. A loro dire i tribunali francesi avevano violato l’articolo 8 della Convenzione e il diritto all’interesse superiore allorquando avevano accolto il ricorso del padre biologico del minore il quale viveva con il marito della madre e con quest’ultima. Una tesi respinta dalla Corte europea secondo la quale i giudici nazionali hanno agito correttamente perché hanno messo in primo piano l’interesse superiore del minore che non può essere apprezzato tenendo conto unicamente delle sue dichiarazioni. La Corte europea pone l’accento sull’importanza di conoscere la verità sulle proprie origini e considera che, nel caso di specie, era stato raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco, tanto più che il minore era comunque affidato alla madre. Questo vuol dire che avrebbe continuato a vivere con la madre e con il padre che lo aveva legittimato a seguito del matrimonio, pur affermando il diritto del padre biologico ad avere rapporti familiari con il proprio figlio. Strasburgo riconosce che è stato modificato un elemento importante della struttura familiare e che questo cambiamento è avvenuto mentre il minore era bambino e poi adolescente, ma è stato considerato l’interesse superiore del minore garantendo sia la continuità con la famiglia nella quale era sempre vissuto sia il diritto alla verità sulle proprie origini.
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12/01/2016 - 12/01/2016 - Corte EDU - Case of Barbulescu v. Romania - Art. 8 CEDU - Diritto al rispetto della vita privata – Sorveglianza sul luogo di lavoro
Con una sentenza discutibile, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato il via libera alla sorveglianza dell’account aziendale da parte del datore di lavoro. La Corte, pur riconoscendo che nel diritto alla corrispondenza tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea, che si occupa del diritto al rispetto della vita privata, rientra la tutela delle mail e delle telefonate dai luoghi di lavoro, ha sdoganato il diritto del datore di lavoro al monitoraggio delle mail aziendali. E’ stato un ingegnere rumeno a citare in giudizio la Romania per violazione dell’articolo 8. Questo perché, a suo dire, le autorità nazionali non avrebbero adempiuto agli obblighi positivi derivanti dall’articolo 8 consentendo al datore di lavoro di licenziarlo perché, dopo aver attivato un account aziendale su richiesta del datore di lavoro, aveva scritto alcune mail personali dallo stesso account. I giudici internazionali non hanno dubbi nel ritenere che mail e altre forme di corrispondenza dagli uffici rientrano nel diritto alla corrispondenza e che ogni lavoratore ha una legittima aspettativa alla tutela della propria privacy anche nei luoghi di lavoro, con la conseguenza che ogni attività di controllo gli deve essere comunicata. Tuttavia, malgrado nel caso in esame non sia stato chiarito se il datore di lavoro avesse preventivamente avvisato il dipendente circa la possibilità di controlli sulla posta elettronica, la Corte sdogana il monitoraggio sulle mail aziendali se rispetta il requisito della proporzionalità. Nel raggiungere questa conclusione, Strasburgo dà grande rilievo alla distinzione tra controlli sull’account personale e su quello aziendale e al fatto che il datore di lavoro era convinto che la mail fosse stata utilizzata per rispondere ai quesiti dei clienti, procedendo così a una verifica. Tra l’altro, in base alla politica aziendale, il dipendente era consapevole del fatto che era proibito utilizzare computer e risorse aziendali per fini personali. Regolamenti e prassi interne erano, infatti, indirizzate in questo senso. Circostanze che fanno propendere la Corte europea verso la legittimità dell’ingerenza nella vita privata del dipendente tanto più che il datore di lavoro ha il diritto di verificare l’adempimento dei compiti professionali durante l’orario lavorativo. Strasburgo, inoltre, rileva che l’ingerenza è stata proporzionale rispetto al fine perseguito proprio perché il datore di lavoro ha effettuato una verifica unicamente sulla mail aziendale e non su dati o documenti contenuti nel computer del dipendente. Così come non è irrilevante il fatto che nel corso del procedimento giurisdizionale nazionale siano stati utilizzati diversi accorgimenti per non svelare l’identità delle persone con le quali il dipendente si era scambiato mail e il contenuto dei messaggi che è stato diffuso in modo limitato, solo per dimostrare che non si trattava di attività professionali, senza che lo stesso contenuto sia stato determinante per il licenziamento. Ciò non toglie, però, che, il datore di lavoro potesse intuire dall’oggetto del messaggio che non si trattava di una comunicazione professionale e che, in ogni caso, l’account con il nominativo del dipendente, malgrado l’utilizzo del computer aziendale, fosse del lavoratore che non aveva dato il consenso alla trascrizione del contenuto del messaggio privato. L’assenza di proporzionalità potrebbe derivare anche dal fatto che non è stato provato alcun danno sull’azienda.
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01/12/2015 - 1/12/2015 - Corte EDU - Case of Cengiz et Autres c. Turquie - Art. 10 CEDU - No al divieto di accesso a "You Tube"
La Corte europea dei diritti dell’uomo riconosce il valore di “YouTube” come strumento per ricevere informazioni non sempre accessibili attraverso altri media tradizionali e stabilisce il divieto di bloccare in modo assoluto l’accesso alla piattaforma che, tra l’altro, permette di avvalersi del cosiddetto “citizen journalism”. Il blocco all’accesso a “YouTube” rende inaccessibile la conoscenza di una grande quantità di informazioni danneggiando “considerevolmente i diritti degli internauti e provoca effetti collaterali importanti”. Di qui la constatazione che la Turchia ha violato l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo che tutela il diritto alla libertà di espressione. Questi i fatti. Tre professori universitari contestavano il divieto, deciso dal Tribunale penale di prima istanza di Ankara (Turchia), con il quale le autorità giudiziarie avevano bloccato l’accesso a “YouTube”. Una decisione dovuta al fatto che all’interno della piattaforma, diffusa in ben 76 Paesi, erano riprodotti 10 video ritenuti offensivi della memoria di Atatürk. I docenti avevano chiesto la rimozione del divieto, ma il Tribunale penale di Ankara, in primo e secondo grado, aveva sostanzialmente ritenuto che i professori non erano da considerare vittime, tanto più che l’accesso non era vietato da altre parti del mondo. Così i docenti hanno fatto ricorso a Strasburgo che ha dato ragione agli utenti di YouTube. Prima di tutto, la Corte ha riconosciuto lo status di vittima dei ricorrenti considerando che i docenti utilizzavano la piattaforma anche per fini professionali, inserendo video delle proprie lezioni e attingendo materiale per ricerche e didattica. Inoltre, come ogni altro individuo, anche i ricorrenti hanno diritto di ricevere informazioni e idee con i diversi mezzi, dalla stampa alla televisione passando attraverso il web. D’altra parte, Strasburgo non ha dubbi nell’affermare che internet è oggi “uno degli strumenti principali per l’esercizio, da parte degli individui, del proprio diritto alla libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee”. Si tratta, infatti, di uno strumento essenziale per la partecipazione alle attività e ai dibattiti relativi a questioni politiche o d’interesse pubblico. YouTube è una fonte di informazione importante e il blocco all’accesso impedisce agli utenti di ricevere informazioni alle quali potrebbe risultare impossibile accedere perché non diffuse con altre modalità. Per la Corte YouTube è un mezzo unico, “tenendo conto delle sue caratteristiche, del grado di accessibilità e soprattutto del suo potenziale impatto”, che non ha equivalenti. E la Corte fa di più, valorizzando il ruolo della piattaforma nella diffusione del cosiddetto “citizen journalism” che “porta alla diffusione di informazioni politiche non coperte dai media tradizionali”. Pertanto, la Corte conclude classificando il divieto di accesso come un’ingerenza vietata dall’articolo 10 della Convenzione. Senza dimenticare – prosegue Strasburgo – che il blocco totale all’accesso è stato deciso dai giudici nazionali senza che, però, vi fosse una previsione normativa chiara nel senso di disporre il blocco generale
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26/11/2015 - 26/11/2015 - Corte EDU - Case of Ebrahimian c. France - Art. 9 CEDU - Diritto alla libertà di religione e Divieto di indossare il velo islamico
Il divieto di indossare il velo islamico sul luogo di lavoro, imposto a un dipendente pubblico, supera il vaglio di Strasburgo. Per la Corte europea dei diritti dell’uomo la legislazione francese che, in forza del principio di laicità dello Stato e della neutralità dei servizi pubblici, impone ai dipendenti del pubblico impiego di non mostrare la propria appartenenza religiosa con simboli esposti sul luogo di lavoro, è conforme alla Convenzione europea e non viola l’articolo 9 che assicura il diritto alla libertà di religione. A rivolgersi alla Corte una cittadina francese, assunta a tempo determinato come assistente sociale in un ospedale pubblico alla quale non era stato rinnovato il contratto perché aveva disatteso l’obbligo di non indossare il velo islamico durante le ore lavorative. I giudici nazionali, ai quali si era rivolta, avevano respinto il suo ricorso in modo analogo a quanto ha poi fatto la Corte europea che, tra principio di laicità dello Stato e diritto di manifestare in modo ostentato il proprio credo religioso, fa pendere l’ago della bilancia a vantaggio della laicità e della neutralità dei servizi pubblici. Ad avviso dei giudici internazionali non si è verificata alcuna violazione dell’articolo 9 perché, malgrado indossare il velo islamico possa essere considerato come un mezzo per manifestare il proprio credo religioso, come tale protetto dalla norma convenzionale, l’ingerenza della Francia è proporzionale e necessaria in una società democratica perché assicura l’imparzialità dei dipendenti pubblici che non devono condizionare il pubblico, in questo caso i pazienti. La Corte riconosce che pochi Paesi del Consiglio d’Europa (solo 5) vietano di indossare simboli religiosi nel settore del pubblico impiego, ma la Francia ha raggiunto un giusto equilibrio tra libertà religiosa, che non è certo compromessa dal divieto di indossare il velo, e laicità dello Stato. D’altra parte, la legislazione francese vieta l’esibizione di simboli religiosi unicamente nel luogo di lavoro pubblico (per di più aperto al pubblico), senza limitare in alcun modo la libertà di religione e di coscienza. Del tutto compatibile con la Convenzione, quindi, la scelta di privilegiare l’interesse a salvaguardare un principio come la laicità dello Stato, rispetto all’interesse del singolo. Tra l’altro, la Corte sottolinea che l’applicazione del divieto è uniforme e non crea alcuna discriminazione, oltre a garantire un controllo giurisdizionale.
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10/11/2015 - 10/11/2015 - Corte EDU - Case of COUDERC AND HACHETTE FILIPACCHI ASSOCIÉS v. FRANCE - Art. 8 e 10 CEDU - Diritto alla libertà di stampa - Diritto al rispetto della vita privata
La divulgazione tramite la stampa di notizie di interesse generale va protetta anche se è lesa la privacy di un personaggio pubblico. La Grande camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha confermato le conclusioni della Camera del 12 giugno 2014. Al centro della vicenda il ricorso del direttore e dell’editore della rivista Paris Match contro la Francia i cui tribunali nazionali avevano condannato i ricorrenti per la pubblicazione della notizia dell’esistenza di un figlio segreto del Principe Alberto di Monaco. Sul piano interno, i giudici avevano dato ragione ad Alberto di Monaco, obbligando i ricorrenti a versare un indennizzo di circa 50mila euro. Una conclusione ribaltata dalla Corte europea che ha invece dato ragione al giornalista e all’editore. La Corte riconosce che le questioni attinenti alla nascita di un figlio rientrano nella vita privata ma questo non implica che vi sia sempre una prevalenza assoluta della privacy perché i giudici nazionali sono tenuti a effettuare un giusto bilanciamento tra i diversi diritti convenzionali in gioco: da un lato, libertà di stampa, tutelata dall’articolo 10 e dall’altro lato, diritto al rispetto della vita privata, assicurato dall’articolo 8. E’ vero che la notizia apparsa su Paris Match, corredata da fotografie, è stata un’ingerenza nella vita privata di Alberto di Monaco, ma i giudici nazionali, nel disporre la condanna, non hanno considerato l’interesse generale a ricevere quella determinata informazione, dando preminenza assoluta alla vita privata, senza considerare che il protagonista della vicenda era un personaggio pubblico, la cui indole, trattandosi di un futuro regnante, ha interesse generale. Non solo. Nessun peso è stato dato alla circostanza che la notizia era vera e che la stessa madre del bambino aveva accordato un’intervista, di fatto comprimendo anche la libertà di espressione della donna. La Corte, inoltre, dopo aver chiarito che spetta alla stampa e non ai giudici o al Governo stabilire le modalità di presentazione di un articolo, le scelte stilistiche, la pubblicazione dell’articolo corredata da una fotografia, ha condannato la Francia perché ogni restrizione alla liberà di espressione determina il rischio di ostruire o di paralizzare “la futura attività dei media sulla copertura di simili questioni”. Tanto più che la sanzione, ossia il pagamento di 50mila euro, non può “essere considerata insignificante”
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03/11/2015 - 03/11/2015 - Corte EDU - Case of Stankiewicz and Others v. Poland - Art. 10 CEDU - Diffamazione - Salvaguardia della libertà di stampa in caso di fatti di interesse pubblico
Il titolo “Mafia pays no taxes” sarà stato pure dirompente, ma la libertà di stampa va salvaguardata se il contenuto dell’articolo ha una base fattuale sufficiente e contiene critiche su fatti di interesse pubblico, come un progetto di legge che agevola indirettamente la criminalità. Si sono rivolti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo un giornalista, il redattore capo e la società editrice di un quotidiano polacco che aveva criticato aspramente il progetto di legge in materia di tasse che avrebbe permesso di usare, nei processi tributari, il materiale probatorio raccolto nei procedimenti penali, ma solo dopo la conclusione del processo penale. Un vantaggio per chi evade il fisco, secondo il giornalista che aveva scritto diversi articoli critici nei confronti di una ex funzionaria dello Stato che aveva contribuito all’approvazione della legge. I giudici polacchi avevano condannato il reporter a pubblicare una lettera di scuse e a versare 5mila euro di indennizzo alla funzionaria. La Corte ha ritenuto che questa condanna costituisca una violazione dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che garantisce la libertà di espressione. E’ vero – osserva la Corte europea – che il titolo era “forte”, ma era controbilanciato dal modo con il quale i giornalisti avevano riportato i fatti, attenendosi alle trascrizioni del dibattito parlamentare. Quanto scritto, ossia l’andamento della discussione sull’approvazione del testo normativo, era corretto e il giornalista aveva agito con due diligence perché aveva sentito le parti coinvolte nell’approvazione del testo. Inoltre, il promotore del testo era una persona pubblica che deve avere un più alto livello di tolleranza. Senza dimenticare, come invece hanno fatto i giudici nazionali, che l’articolo riguardava l’attività pubblica e non certo elementi della vita privata. Tra l’altro non vi era alcun attacco personale nei confronti della funzionaria. I giudici nazionali non hanno considerato questi elementi e non hanno così effettuato il giusto bilanciamento necessario, trascurando il ruolo essenziale della stampa in una società democratica. Di qui la conclusione della violazione della Convenzione e l’obbligo per lo Stato di versare 5mila euro per i danni patrimoniali e la stessa cifra a ogni ricorrente per quelli non patrimoniali.
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08/10/2015 - 08/10/2015 - Corte EDU - Macalin Moxamed Sed Dahir c. Suisse - art. 8 CEDU - Libertà di modificare il proprio cognome - Utilizzo alternativo di cognomi
Si è rivolta alla Corte europea una donna, con doppia cittadinanza, somala e svizzera, la quale, dopo il matrimonio con il marito somalo, aveva chiesto e ottenuto di aggiungere al cognome del coniuge il proprio cognome di nascita. Tuttavia, poiché la pronuncia del suo nome, in Svizzera, richiamava una parola che secondo la lingua somala era offensiva, la donna aveva chiesto di utilizzare due differenti cognomi. La richiesta è stata bocciata dalle autorità svizzere e la Corte Europea ha condiviso questa decisione. Il diritto di cambiare cognome rientra nell’ambito dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e personale, ma gli Stati hanno un margine di discrezionalità e possono porre limiti, anche per ragioni di sicurezza interna, alla libertà degli individui che puntano a modifiche del cognome. Il cognome svolge una funzione essenziale per la sicurezza sociale e cambiamenti possono essere concessi se esso è umiliante o ridicolo. Ma certo, un individuo non può chiedere l’utilizzo di entrambi i cognomi a seconda delle circostanze.
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21/07/2015 - 21/7/2015 - Corte EDU - O. e altri c. Italia - art. 8 della Convenzione - mancata tutela delle unioni omosessuali
Secondo i giudici della Cedu l’Italia non sta tutelando adeguatamente gli interessi della comunità nel suo complesso. Pur tenendo conto che "è necessario del tempo per ottenere una graduale maturazione di una visione comune nazionale per il riconoscimento di questa nuova forma di famiglia", la Corte ha ritenuto che il Governo italiano abbia ecceduto il margine di discrezionalità attribuito a ogni Stato in materia, e non sia riuscito ad ottemperare all’obbligo di fornire una disciplina giuridica che preveda il riconoscimento e la tutela delle unioni tra persone dello stesso sesso, violando così l’art. 8 della Convenzione
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10/03/2015 - 10/03/2015 - Corte EDU - Y.Y. c. Turchia - art. 8 CEDU - Diritto di mutamento di sesso senza necessità di intervento chirurgico
La normativa interna che vieta il cambiamento di sesso perchè sussiste ancora la capacità di procreare è contraria all’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che assicura il diritto al rispetto della vita privata e personale. La legge turca garantisce il diritto di cambiare sesso e il riconoscimento giuridico del cambiamento, ma lo condiziona, in base all’art. 40 del codice civile, al fatto che sussista un’incapacità definitiva di procreare. Pertanto, nel caso di specie, la donna che chiedeva il mutamento di sesso, la cui esigenza era stata accertata da perizie mediche, avrebbe dovuto prima far ricorso a un intervento chirurgico per la sterilità e dopo chiedere il cambiamento di sesso. E’ evidente – osserva la Corte - che non sussiste alcun interesse generale a porre una simile condizione e che le obiezioni fornite dal Governo in causa sono prive di giustificazione risultando così contrario alla Convenzione l’obbligo di un simile trattamento preventivo. A ciò si aggiunga che, secondo Strasburgo, un individuo ha la libertà di definire la propria appartenenza, tenendo conto che detta libertà è un elemento del diritto all’autodeterminazione. Successivamente, in conformità con la sopra riportata decisione CEDU, la sezione prima della Corte di Cassazione, con sentenza 21/5/2015 n. 15138, ha deciso che per ottenere la rettificazione degli atti anagrafici non è obbligatorio l'intervento di adeguamento degli organi riproduttivi. e la Corte costituzionale, con recente ordinanza n. 221 del 5/11/2015, ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, co. 1, della l. n. 164/1982 (sulla rettificazione dell’attribuzione del sesso), precisando che il trattamento chirurgico non deve essere considerato quale prerequisito per accedere al procedimento di rettificazione, ma come possibile mezzo, funzionale al conseguimento di un pieno benessere psicofisico.
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11/02/2014 - Corte EDU - Cesnieks v. Lettonia - Art. 6 CEDU - Confessione estorta
Il ricorrente si doleva del fatto che la sua condanna per concorso in omicidio (in grado di appello) era stata fondata sua una confessione scritta ottenuta dalla polizia con metodi violenti - La Corte ha rilevato che quando la prova contrasta con uno dei diritti-cardine della Convenzione, nulla rileva se tale tale prova sia o meno decisiva per la condanna - In casi di prova estorta con tortura dunque le valutazioni circa la decisività dell’elemento illecito d’accusa e l’eventuale presenza di garanzia procedurali non rilevano : l’art. 3 si staglia come diritto fondamentale « strutturante » l’assetto convenzionale al punto da non patire bilanciamenti in caso di violazione.
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11/02/2014 - Corte EDU - Contrada v. Italia - Art. 3 CEDU - Stato di salute del detenuto
Il ricorrente aveva denunciato di essere stato sottoposto a trattamenti inumani e degradanti in contrasto con l’art. 3 della Convenzione in quanto era stato tenuto in detenzione malgrado le sue ( più volte denunciate) condizioni deteriori di salute - La Corte ha osservato che “pour qu’une peine et le traitement dont elle s’accompagne puissent être qualifiés d’« inhumains » ou de « dégradants », la souffrance ou l’humiliation doivent en tout cas aller au-delà de celles que comporte inévitablement une forme donnée de traitement ou de peine légitime » - Nel caso proposto CONTRADA era stato posto in regime di detenzione domiciliare nove mesi dopo la sua prima domanda in seguito a numerosi rigetti effettuati dal Tribunale di sorveglianza (confermati dalla Cassazione) che ha ritenuto compatibile il regime di cure necessario al CONTRADA con la detenzione inframuraria.
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21/01/2014 - Corte EDU - Zhou c. Italia - Art. 8 CEDU - Condizioni di adottabilità
Violazione dell’art. 8 della Convenzione da parte dello Stato Italiano perché ha deciso di aprire la procedura di adozione senza avere messo in atto altre misure finalizzate a “salvare” il rapporto tra madre e figlio. L’adozione viene presentata come estrema ratio; nel caso preso in esame la decisione delle autorità non risulta fondata sull’accertamento di un comportamento violento del genitore ma solo su una sua inadeguatezza risultante dall’accertamento tecnico disposto dal Tribunale: la Corte considera tale elemento insufficiente.
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07/01/2014 - Corte EDU - Prajna c. Romania - Art. 6 CEDU - Testi assenti
Utilizzabilità come fonte di prova decisiva delle dichiarazioni cartolari raccolte in fase di indagine - Malgrado la Corte richiami i possibili fattori di bilanciamento che potrebbero consentire l’uso della dichiarazione decisiva non assunta in contraddittorio, di fatto non li rinviene, ritenendo le “prove di contorno” (testimonianze de relato ed autopsia della vittima) insufficienti a garantire il bilanciamento e a rendere equo il processo fondato su dichiarazione mai sottoposta al vaglio del contraddittorio.
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07/01/2014 - Corte EDU - Cusan e Fazzo v. Italia - FILIAZIONE - Art. 14 CEDU - Attribuzione del cognome della madre al figlio
Con la Sentenza in oggetto, la Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato l'Italia per aver violato i diritti di due coniugi milanesi a cui era stato negata la possibilità di dare a un figlio il solo cognome materno. - La Corte di Strasburgo ha affermto che la determinazione del nome del bambino è fatta unicamente sulla base di una discriminazione fondata sul sesso dei genitori, la regola in questione che vuole in effetti che il nome attribuito sia, senza eccezione, quella del padre, indipendentemente dalla volontà dei coniugi.
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19/12/2013 - Corte EDU - Rosin v. Estonia - Art. 6 CEDU - Audizione dei minori
La corte estone aveva condannato il ricorrente per abuso sessuale sulla base delle dichiarazioni rese dalla vittima minore il giorno dopo il fatto alla polizia giudiziaria. All’audizione era presente uno psicologo e l’intervista veniva videoregistrata ed esaminata in tale forma documentale dalla Corte estone. Nel corso del processo veniva chiesto ad un tecnico di esaminare il minore per verificare se lo stesso avesse potuto testimoniare senza patire danni. Il tecnico rispondeva in modo negativo ed il minore non veniva sentito -La Corte di Strasburgo evidenzia che per rendere “equo” il processo sarebbe stato necessario consentire all’accusato di porre domande alle vittima durante la fase delle indagini, anche con modalità “protette che evitassero il contatto diretto. Il processo come condotto risulta invece non equo in quanto resta il dubbio “if the investigating authorities had paid due attention to the applicant’s defence rights there would have been any significant additional damage to the child”
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03/12/2013 - Corte EDU - Vararu c. Romania - Art. 6 CEDU - Dichiarazioni di testimoni non sentiti in contraddittorio
Tema dei testi assenti - La Corte ribadisce la giurisprudenza inaugurata con la sentenza di Grande Camera Tahery al Khawaya del 16 dicembre 2011 - Il caso è quello di un condannato per oltraggio sulla base dell’utilizzo di ichiarazioni predibattimentali rese da testi divenuti irreperibili - La Corte rilevando che la condanna si fondava in modo determinante su tali dichiarazioni da un lato ha censurato, in primo luogo, il fatto che la Corte di secondo grado non aveva rinnovato le ricerche per ascoltare i testimoni “assenti” durante la celebrazione del primo dibattimento ed, in secondo luogo, le modalità con cui erano state raccolte le dichiarazioni predibattimentali. - La Corte europea nel cercare eventuali “contrappesi procedurali” alla lesione del diritto di difesa che scaturisce dall’utilizzo delle dichiarazioni di testi non uditi in contraddittorio estende la sua cognizione alla valutazione di attendibilità con tecnica assimilabile a quella utilizzata dai giudici di merito.
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12/11/2013 - Corte EDU - Sepil v. Turchia - Art. 6 CEDU - Operazioni sotto copertura
Operazioni sotto copertura - La Corte ribadisce l’illegittimità convenzionale delle condanne basate su comportamenti “indotti” dall’agente e non “osservati” da questo - Il ricorrente veniva condannato per traffico di droga: l’operazione “commerciale” veniva sollecitata telefonicamente da un ufficiale di PG che “ordinava” la droga prontamente reperita e commerciata dal Sepil - Si rimarca la non compatibilità con le garanzie convenzionali di una condanna per una condotta che non sarebbe stata posta in essere senza l’intervento dell’agente sotto copertura, ma che da tale intervento dipende.
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29/10/2013 - Corte EDU - Hogea v. Romania - Art. 6 CEDU - Mancata audizione di testimoni in appello (La pronuncia ritiene non compatibile con le garanzie convenzionali la condanna in appello che riforma l’assoluzione di prima istanza senza l’audizione diretta dei testimoni-chiave - Si tratta dell’ennesima pronuncia che ribadisce che -ove il giudizio di seconda istanza sia un giudizio pieno sul fatto e sul diritto -ove la condanna sia basata sulla rivalutazione di testimonianze valutate non attendibili dai giudici di primo grado l’overtuning non è comppatibile con l’art. 6 CEDU che richiede che la condanna sia fondata su prove sottoposto al vaglio del contraddittorio di fronte al decidente nel pieno rispetto del principio di oralità.)
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29/10/2013 - Corte EDU - Varvara c. Italia - Art. 7 CEDU - Confisca e prescrizione (La pronuncia ritiene non compatibile con le garanzie convenzionali l'applicazione della sanzione (amministrativa in Italia) della confisca quando ci sia stata una pronuncia di estinzione del reato per prescrizione - Il presupposto della condanna è il riconoscimento della natura di “pena” alla confisca in quanto si tratta di un evento afflittivo connesso al riconoscimento di un fatto penalmente rilevante - La Corte ritiene che il principio nulla poena sine lege richiede tuttavia l’esplicito riconoscimento della responsabilità penale perché possa farsi conseguire qualsivoglia effetto afflittivo al fatto penalmente rilevante - Questo mentre la nostra Suprema corte decide che “la confisca dei terreni può essere disposta anche in presenza di una causa estintiva del reato (nella specie, della prescrizione), purchè sia accertata la sussistenza della lottizzazione abusiva sotto il profilo oggettivo e soggettivo, nell'ambito di un giudizio che assicuri il contraddittorio e la più ampia partecipazione degli interessati, e che verifichi l'esistenza di profili quantomeno di colpa sotto l'aspetto dell'imprudenza, della negligenza e del difetto di vigilanza dei soggetti nei confronti dei quali la misura viene ad incidere (Fattispecie nella quale è stata ritenuta legittima la confisca dei terreni nonostante la prescrizione del reato, all'esito dell'accertamento della rimproverabilità della condotta degli imputati e della illegittimità della concessione edilizia rilasciata in zona di inedificabilità assoluta” (Sez. 3, Sentenza n. 17066 del 04/02/2013 Ud. (dep. 15/04/2013 ) Rv. 255112)- Nel corpo di tale sentenza , peraltro viene diffusamente analizzata la compatibilità dell’applicazione della confisca con il sistema convenzionale: i nostri giudici ritengono necessario l’accertamento del fatto abusivo nelle sue componenti oggettive e soggettive ma non ritengono necessario come presupposto per l’applicazione della sanzione (amministrativa ?) il riconoscimento “formale” della responsabilità penale attraverso la condanna.)
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21/10/2013 - Corte EDU - Del Rio Prada v. Spagna - Art. 7 CEDU - Legalità sostanziale e non retroattività (La decisione ribadisce che la “legge” che viene presa in considerazione dalla Corte per la valutazione del rispetto del principio nulla poena sine lege non è solo quella scritta, ma anche quella che proviene dalla interpretazione delle Alte corti - Partendo da questa premessa si sostiene che un imprevisto overruling interpretativo che incida sulla durata della pena non può essere “applicato” a coloro che sono stati condannati sotto diverso e più lieve “regime interpretativo” dato che la applicazione – retroattiva - della nuova interpretazione viola il principio di legalità indicato dall’art. 7)
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17/10/2013 - Corte EDU - Horvatic v. Croazia - Art. 6 CEDU - Diritto di difesa ed indagini (La pronuncia “estende” espressamente le garanzie dell’art. 6 anche alla fase delle indagini - Il ricorrente era stato individuato come rapina sulla base di una analisi tecnica compiuta in fase investigativa che aveva consentito di rintracciare sugli abiti utilizzati dal rapinatore delle tracce organiche e a riconducibili - Non essendo stato presente all’”impacchettamento successivo al prelievo dei suoi reperti organici (unghie e capelli) il ricorrente adduceva che le prove erano state manipolate - La Corte ha rilevato la assenza di videoregistrazione delle operazioni di impacchettamento dei reperti e la iniquità del diniego di sentire in dibattimento coloro che avevano proceduto alla rilevazione dei reperti e alle analisi successive - Se ne ricava l’interessante estensione delle garanzie dell’art. 6 alla fase delle indagini che si declina -nella necessità di documentare in modo fruibile i passaggi rilevanti (principalmente quelli relativi alla identificazione dell’imputato); -nella necessità di supplire ad eventuali deficit di documentazione di tali passaggi attraverso l’esame dibattimentale delle persone che vi hanno proceduto.)
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08/10/2013 - Corte EDU - Mulosmani v. Albania - Art. 6 CEDU - Correlazione tra accusa e sentenza (Tema della correlazione tra accusa e sentenza e della violazione dei diritti di difesa in caso di nuova qualificazione giuridica del fatto (tema già trattato dalle note sentenze Pelissier e Sassi c. Fancia e Drassich v. Italia)
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08/10/2013 - Corte EDU - Ricci c. Italia - Art. 10 CEDU - Libertà di espressione (Riconoscimento della violazione dell’art.10 della Convenzione in punto di sproporzione della pena detentiva in caso di riconoscimento della responsabilità del giornalista per diffamazione - La Corte di Strasburgo pur riconoscendo una violazione delle regole deontologiche per la diffusione di videoriprese “interne” alla Rai non destinate alla diffusione ma riservate, riconosce la assoluta sproporzione della pena detentiva e dunque la violazione dell’art. 10 CEDU)
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19/09/2013 - CGUE - C 297-12 - Direttiva rimpatri - Interpretazione (Protocollo 16 alla Convenzione EDU firmato dall’Italia che prevede un rinvio pregiudiziale facoltativo proponibile dalle Corti supreme alla Corte di Strasburgo per avere una opinione su questioni relative all’interpretazione dei diritti fondamentali.)
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17/09/2013 - Corte EDU - Brzuszczynsky v. Polonia - Art. 6 CEDU - Utilizzo dichiarazioni di coimputato assente (Caso in cui la condanna si fonda sulle dichiarazioni di imputato di reato connesso deceduto - Le dichiarazioni in questione sono decisive e non risultano sottoposte al vaglio del contraddittorio - In accordo con la giurisprudenza TAHERY AL KHAWAIA, i giudici europei esaminano se la prova decisiva non assunta in contraddittorio sia “bilanciata” da adeguate garanzie procedurali - I giudici hanno ritenuto che gli elementi di conferma esterna al dichiarato predibattimentale ed il fatto che la audizione del teste fosse stata registrata confortano l’attendibilità della testimonianza cartolare.)
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03/09/2013 - Corte EDU - MC c. Italia - TRASFUSIONE SANGUE INFETTO - Indennizzo - L. 210-1992 - Rivalutazione della componente I.I.S. (La Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato l'Italia a pagare la rivalutazione dell'indennità percepita per la contaminazione subita attraverso trasfusioni di sangue o di somministrazione di derivati infetti - L'adozione da parte del Governo del decreto legge d'urgenza n. 78/2010 sulla controversa questione della rivalutazione viola il principio dello Stato di diritto e del diritto dei ricorrenti ad un processo equo .)
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09/07/2013 - Corte EDU - Di Giovanni c. Italia - LIBERTA' DI ESPRESSIONE - Magistrati - Limiti (La Corte Europea Diritti dell'Uomo, con la Sentenza sopra indicata, ha ritenuto che l’applicazione di una sanzione disciplinare lieve a un magistrato che, con un’intervista alla stampa, avanzi critiche sul buon funzionamento della giustizia e insinui dubbi sull’indipendenza e l’imparzialità dei magistrati, è compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e, in particolare, con il diritto alla libertà di espressione (articolo 10); i magistrati godono, al pari di ogni individuo, della libertà di espressione ma un’ingerenza dello Stato con un effetto restrittivo del diritto è ammissibile se necessaria alla salvaguardia di altri valori fondamentali come il buon funzionamento della giustizia. La Corte ha anche chiarito che il sistema disciplinare attivato all’interno del Csm è compatibile con l’articolo 6 della Convenzione perché è assicurata l’indipendenza e l’imparzialità dei componenti chiamati a giudicare.)
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09/07/2013 - Corte EDU - Sica v. Romania - Art. 6 CEDU - Dichiarazioni dei testimoni assenti (Questione dei testi assenti - I giudici ribadiscono i principi indicati nelle pronunce THAERY al KHAVAJA e TSEBER evidenziando come nella valutazione della equità della procedura devono essere tenuti in considerazione: 1) l’impegno dell’autorità nella ricerca del teste da udire; 2) il peso della dichiarazione del teste assente in relazione alla condanna (la verifica della rilevanza esclusiva o determinante della testimonianza resa in assenza dell’accusato); 3) l'esistenza di adeguate garanzie procedurali che controbilancino l’abbattimento delle garanzie difensive che consegue all’utilizzo della testimonianza predibattimentale - La Corte ha condannato la Romania per violazione dell’art. 6 proprio perché non ha rinvenuto le adeguate garanzie capaci di bilanciare il sacrificio patito dal diritto difesa.)
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20/06/2013 - Corte EDU - Abdulgadirov v. Azerbaijan - Art. 6 CEDU - Diritto dell'imputato di essere presente nel giudizio di appello (La Corte ha condannato l’AZERBAIJAN per avere consentito lo svolgimento del giudizio di secondo grado in assenza dell’imputato ed alla sola presenza dei difensori dello stesso - La Corte ha precisato che il diritto ad essere presenti nei gradi di giudizio successivi al primo non è assoluto ma dipende dai poteri di cui la corte di secondo grado è investita - Se (come nel caso sottoposto alla sua attenzione)la Corte di appello è chiamata a decidere non solo circa questioni di diritto, ma anche a rivalutare il fatto, l'assenza involontaria dell’imputato è incompatibile con le garanzie previste dall’art. 6 CEDU - L’assenza è incompatibile con l’art. 6 solo quando si tratta unicamente di questioni di diritto.)
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04/06/2013 - Corte EDU - Hanu v. Romania - Art. 6 CEDU - Diritto di difesa e audizione diretta dei testimoni in appello (Mancata audizione diretta dei testi in appello - Uno Stato (la Romania) ha ricevuto una condanna per avere “ribaltato” la pronuncia di assoluzione primo grado effettuando una rivalutazione solo cartolare di testimonianze giudicate non decisive dalla Corte di prima istanza.)
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04/06/2013 - Corte EDU - Kostecki v. Polonia - Art. 6 CEDU - Diritto di difesa e audizione diretta dei testimoni in appello (Valutazione della equità del processo che utilizza per la decisione la testimonianza cartolare formatasi nella fase delle indagini e non sottoposta al vaglio del contraddittorio dibattimentale - Caso di un imputato condannato sulla base di diversi testimonianze, due delle quali “cartolari” e non sottoposte al vaglio del contraddittorio in quanto formate nella fase delle indagini da testi poi divenuti irreperibili - La Corte ha ribadito che il suo compito è quello di valutare “ the overall fairness of the criminal proceedings” - Per quanto riguarda la questione dell’utilizzo della testimonianza cartolare formata senza contraddittorio la Corte afferma che la condanna può anche essere fondata in via esclusiva e determinante sulla testimonianza del teste assente purchè si rinvengano adeguate garanzie procedurali che bilancino il sacrificio dei diritti di difesa - Nel caso posto alla sua attenzione tuttavia le testimonianze cartolari censurate non costituiscono la prova esclusiva e determinante in considerazione del fatto che la condanna risultava basata anche sulla audizione “regolare” degli altri due testi - La Corte affronta anche il tema della equità del processo in caso di rifiuto di audizione dei testi a difesa e ribadisce che “the admissibility of evidence is a matter for regulation by national law and the national courts”)
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25/04/2013 - Corte EDU - Ercapic c. Croazia - Prova dichiarativa, coimputati, ritrattazione (Violazione dell’art. 6 CEDU - Condanna fondata sulle dichiarazioni registrate rese nel corso delle indagini di coimputati che in dibattimento non hanno reiterato le accuse sostenendo una scorretta acquisizione delle loro dichiarazioni durante le indagini - Le dichiarazioni in questione erano non uniche ma determinanti per l’accusa ed hanno censurato l’assenza di approfondimenti circa la corretta acquisizione delle dichiarazioni in fase investigativa. Due passaggi appaiono rilevanti: - l’estensione dei diritti al “processo” equo anche alla fase investigativa, con specifico riferimento alle modalità di assunzione delle dichiarazioni; - il minor « peso processuale » delle registrazioni predibattimentali in considerazione del fatto che tali testimonianze anche se assunte correttamente sono rese in una fase in cui il quadro probatorio non è completo.)
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25/04/2013 - Corte EDU - Yevgeniy Ivanov v. Russia - Art. 6 CEDU - Diritto di interrogare i testimoni d'accusa
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09/04/2013 - Corte EDU - Flueras v. Romania - Art 6 CEDU - Prova testimoniale e appello (La Corte EDU ribadisce la necessità che le condanne in appello – qualora i giudici di secondo grado abbiano la piena congnizione del fatto e del diritto in ordine alla valutazione della responsabilità – debbano essere fondate su testimonianze orali e non cartolari. I giudici rumeni nel caso Flueras avevano condannato il ricorrente “rivalutando” le testimonianze senza udire i testi. La Corte di Strasburgo rileva che il diritto al processo equo è stato leso anche in assenza della richiesta dell’imputato di sentire nuovamente i testi. Tale misura doveva essere presa dai giudici di ufficio.)
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09/04/2013 - CorU - Flueras v. Romania - Art 6 CEDU - Prova testimoniale e appello (La Corte ribadisce la necessità che le condanne in appello – qualora i giudici di secondo grado abbiano la piena congnizione del fatto e del diritto in ordine alla valutazione della responsabilità – debbano essere fondate su testimonianze orali e non cartolari. . La Corte di Strasburgo rileva che il diritto al processo equo è stato leso anche in assenza della richiesta dell’imputato di sentire nuovamente i testi. Tale misura doveva essere presa dai giudici di ufficio (La Cour estime que la juridiction de recours était tenue de prendre d’office des mesures positives à cette fin, même si le requérant ne l’avait pas sollicitée expressément en ce sens (voir, mutatis mutandis, Botten, prélcité, § 53, et Danila, précité, § 41 »).)
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04/04/2013 - Corte EDU - Reznik v. Russia - Art.10 CEDU - Libertà di espressione (Violazione dell’art. 10 della Convenzione da parte della Russia - Caso di condanna per diffamazione del Presidente del Moscov city bar che si era lamentato nel corso di una intervista televisiva della “ispezione patita dall’ vvocato di un detenuto “eccellente” all’uscita dal colloquio in carcere. Il ricorrente non aveva fatto nel corso della intervista televisiva i nomi degli ispettori La Corte ha rilevato la illecita ingerenza nella libertà di espressione, sottolineando la rilevanza della notizia per il pubblico ed ha ribadito che agli avvocati entro certi limiti è consentito criticare pubblicamente ’amministrazione della giustizia)
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04/04/2013 - Corte EDU - C.B. v. Austria - Art.6 CEDU -Equo processo, prova scientifica e rigetto di nuova testimonianza (La Corte ha concluso per il rispetto del diritto all’equo processo rilevando: - che le istanze tecniche della difesa erano filtrate nel processo attraverso le domande poste dal difensore e concordate con il tecnico di parte (la Corte osserva che “the court-appointed expert was made available for questioning by the applicant and his counsel for more than three hours during an oral hearing. The private expert opinion had prepared the applicant and his counsel for this questioning, had provided them with the necessary specific knowledge on the subject matter and had raised their awareness of possible problem areas in the court-appointed expert’s opinion”. - che la richiesta di nuova testimonianza era stata debitamente motivata dalla Corte nazionale sulla base della vaghezza della richiesta)
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05/03/2013 - Corte EDU - Varela Geis c. Spagna - Processo equo ed imputazione (In grado d’appello il ricorrente aveva patito riqualificazione e condanna di un fatto inizialmente qualificato come “negazione del genocidio” (fatto dichiarato incostituzionale) in “giustificazione di genocidio” (penalmente rilevante). La Corte ribadisce con forza che il diritto difesa per essere effettivo deve fondarsi sulla conoscenza dell’accusa nei suoi elementi di fatto e di diritto - La riqualificazione è legittima ma deve rispettare il diritto di difesa ed in particolare permettere di adeguare le strategie difensive al fatto contestato nella sua definitiva veste giuridica. La riqualifica con sentenza d’appello a giudizio della Corte ha impedito al ricorrente di esercitare in modo effettivo il diritto di difesa.)
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05/03/2013 - Corte EDU - Manolachi v. Romania - Art. 6 CEDU - Appello e audizione diretta dei testi (La Corte d’appello rumena aveva “rovesciato” la sentenza di assoluzione emessa del Tribunale di primo grado, sulla base di una diversa valutazione delle testimonianze rese da persone che non era state nuovamente e direttamente udite dai giudici di secondo grado. La Corte ha rilevato la violazione dell’art. 6 CEDU osservando che la nuova audizione dei testi finalizzata alla valutazione della attendibilità è misura che deve essere presa d’ufficio anche senza la istanza di parte. La Corte parte dalla premessa che la valutazione della attendibilità posta a fondamento della decisione deve basarsi sulla analisi non solo del dichiarato scritto, ma anche del comportamento posto in essere durante l’audizione)
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19/02/2013 - Corte EDU - Art. 6 CEDU - Equo processo e testi assenti - Gani v. Spagna (Rispetto dei diritti di difesa e contraddittorio e (mancato) esame dei testi decisivi (perchè assenti)- Caso di violenza sessuale: la condanna veniva emessa dal autorità giudiziaria spagnola sulla base di una testimonianza resa di fronte al giudice per le indagini a cui il difensore dell’accusato, regolarmente citato, non aveva partecipato senza fornire giustificazioni. La vittima, dichiarata idonea alla testimonianza sulla base di accertamenti tecnici, non riusciva tuttavia a portare a termine la testimonianza dibattimentale a causa degli effetti di un forte disturbo post traumatico (accertato in dibattimento). Veniva allora “recuperata” la dichiarazione predibattimentale resa in assenza di contraddittorio. La Corte ha ritenuto che il diritto all’equo processo non fosse violato valorizzando i seguenti fattori di bilanciamento “procedurale”: -l’assenza non giustificata del difensore dell’accusato durante l’esame della vittima da parte del giudice nel corso delle indagini, -la “lettura” della testimonianza resa in assenza dell’accusata nel corso del dibattimento, -la valutazione della attendibilità delle dichiarazioni effettuata anche attraverso la testimonianza “parziale” resa dalla vittima in dibattimento.)
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19/02/2013 - Corte EDU - X c. Austria - ADOZIONE - Artt. 8 e 14 CEDU - Figli del partner omosessuale (Adozione - Discriminazione da parte dell'Austria dei diritti di due donne che vivevano in una relazione stabile con il figlio che una di esse avuto da un uomo con cui non era sposata - Violazione dell’art. 14 e 8 della CEDU, che sanciscono la non discriminazione e il diritto al rispetto della vita familiare)
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29/01/2013 - Corte EDU - Lombardo c. Italia - Art. 8 CEDU - Diritto del padre separato alle visite al figlio minore (Italia condannata per la violazione dell’art. 8 CED in un caso in cui non era stati posti in essere in modo tempestivo tutti gli strumenti adeguati per consentire ad un padre separato di realizzare in concreto il diritto di visita accordatogli dalla autorità giurisdizionale con la figlia in tenera età Tra gli strumenti idonei la Corte indica un tempestivo intervento dei servizi sociali con funzione di “mediazione”; la “più grande prudenza” è invece raccomandata in relazione all’eventuale ricorso all’uso di mezzi coercitivi.)
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08/01/2013 - Corte EDU Torreggiani c. Italia - Art. 3 CEDU - Condizioni di detenzione in carcere (Si tratta della rilevazione di una “violazione strutturale” cui dovrebbe porsi riparo nel termine di anno dalla data in cui la sentenza diventa definitiva (è possibile il ricorso alla Grande Camera . Si prevede “que les autorités nationales doivent sans retard mettre en place un recours ou une combinaison de recours ayant des effets préventifs et compensatoires et garantissant réellement une réparation effective des violations de la Convention résultant du surpeuplement carcéral en Italie. Ce ou ces recours devront être conformes aux principes de la Convention, tels que rappelés notamment dans le présent arrêt (voir, entre autres, les paragraphes 50 et 95 ci-dessus), et être mis en place dans un délai d’un an à compter de la date à laquelle celui-ci sera devenu définitif (voir, à titre de comparaison, Xenides-Arestis, précité, § 40, et point 5 du dispositif) ». Inoltre « la Cour l’encourage à agir de sorte à réduire le nombre de personnes incarcérées, notamment en appliquant davantage des mesures punitives non privatives de liberté (Norbert Sikorski, précité, § 158) et en réduisant au minimum le recours à la détention provisoire (entre autres, Ananyev et autres, précité, § 197).£ «)
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20/12/2012 - Corte EDU - Rio del Prada c. Spagna - Art. 7 CEDU (Sentenza emessa dalla terza sezione della Corte EDU nel caso RIO DEL PRADA c. SPAGNA. Si tratta del riconoscimento della violazione dell’art. 7 in un caso in cui in seguito a un revirement del Tribunale supremo spagnolo relativo alla interpretazione della legge che regola in Spagna l’accesso ai benefici penitenziari la ricorrente aveva visto “slittare” in avanti la data della effettiva liberazione. La pronuncia si segnala per la valorizzazione della legalità sostanziale che si compone della legge e della interpretazione e per la estensione dell’area semantica della “pena” a tutte le disposizioni che di fatto incidono sul trattamento afflittivo dell’imputato\condannato collegato al riconoscimento della responsabilità penale (comprese dunque quelle in materia di esecuzione, qualora queste si traducano come nel caso di specie in un prolungamento dello stato di detenzione effettiva) Il caso sarà trattato dalla Grande Camera – dunque la risposta della Corte non è da considerarsi definitiva)
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13/12/2012 - Corte EDU - El Masri c. Macedonia - Art. 3 CEDU - Extraordinary renditions (sentenza emessa dalla Grande Camaera della Corte EDU nel caso EL MASRI c. MACEDONIA per la prima volta uno Stato del Consiglio d'Europa - nel caso di specie la Macedonia - viene condannata per avere cooperato alla pratica delle extraordinary renditions, organizzata e gestita dalla CIA negli anni immediatamente successivi all'attentato dell'11 settembre 2001. Più in particolare, lo Stato macedone è qui ritenuto responsabile della violazione degli articoli 3 e 5 (sotto il duplice versante procedurale e sostanziale, in relazione a entrambe le norme), nonché 8 e 13 CEDU in relazione alla condotta di propri agenti che nel dicembre 2003 arrestarono in Macedonia Khaled El Masri, cittadino tedesco, sospettato di coinvolgimento in attività terroristiche;e qui lo sottoposero a ripetuti maltrattamenti senza garantirgli alcun accesso ad un giudice, né all'assistenza di un avvocato, per poi consegnarlo ad agenti della CIA. Questi ultimi lo trasferirono quindi in un campo di detenzione sito in Afghanistan, dove fu soggetto a trattamenti contrari all'art. 3 CEDU sino al suo definitivo trasferimento, nel maggio 2004, in Germania (abstract di f. VIGANO’ da DPC)
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03/12/2012 - Corte EDU - Vararu c. Romania - Art. 6 CEDU - Dichiarazioni di testimoni non sentiti in contraddittorio (La Corte ribadisce la giurisprudenza inaugurata con la sentenza di Grande Camera Tahery al Khawaya del 16 dicembre 2011 - Il caso è quello di un condannato per oltraggio sulla base dell’utilizzo di dichiarazioni predibattimentali rese da testi divenuti irreperibili - La Corte rilevando che la condanna si fondava in modo determinante su tali dichiarazioni da un lato ha censurato, in primo luogo, il fatto che la Corte di secondo grado non aveva rinnovato le ricerche per ascoltare i testimoni “assenti” durante la celebrazione del primo dibattimento ed, in secondo luogo, le modalità con cui erano state raccolte le dichiarazioni predibattimentali - Come si è più volte osservato la Corte europea nel cercare eventuali “contrappesi procedurali” alla lesione del diritto di difesa che scaturisce dall’utilizzo delle dichiarazioni di testi non uditi in contraddittorio estende la sua cognizione alla valutazione di attendibilità con tecnica assimilabile a quella utilizzata dai giudici di merito.)
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22/11/2012 - CEDU - Tseber c. Repubblica Ceca - Dichiarazioni rese non in contraddittorio da testimoni assenti (Testi assenti - Le dichiarazioni rese non in contraddittorio del teste assente determinante possono essere poste a fondamento della condanna se sono rispettate alcune condizioni ed in particolare: - valutazione preliminare del carattere “determinante” della deposizione dell’assente; - assenza del teste al dibattimento non imputabile a negligenze dello Stato (l’assenza deve essere giustificata da “motivi seri”) - esistenza di garanzie procedurali idonee a controbilanciare l’abbattimento del diritto di difesa nascente dal mancato accesso alla fonte dichiarativa)
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08/11/2012 - CEDU - Agrati bis c. Italia - ANZIANITA' DI SERVIZIO - Dipendenti ATA della scuola - Modificata in pejus da L. n. 266-2005 (Quantificazione del danno subito dai 125 ricorrenti nel caso Agrati e altri c. Italia - Caso riguardante la posizione di funzionari pubblici, che avevano iniziato una causa per ottenere l’esatta quantificazione dell’anzianità di servizio. Nel corso della procedura era entrata in vigore la legge n. 266 del 2005 relativa alla legge finanziaria per il 2006, che aveva applicato in via retroattiva, e quindi anche alla posizione dei ricorrenti, un nuovo metodo di calcolo più sfavorevole. In merito la CEDU, con la sentenza del 07 giugno 2011, aveva accertato, all’unanimità, la violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione (diritto ad un processo equo) e dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 (diritto alla tutela dei propri beni). Con la sentenza dell’8 novembre 2012, pronunciandosi sulla quantificazione dei danni subiti ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione, la C.E.D.U. ha riconosciuto ai ricorrenti i danni materiali.)
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02/10/2012 - CEDU - L.B. c. Belgio - Patologie Psichiatriche ed art. 5 CEDU (Necessità - ai fini del rispetto dell’art. 5 della Convenzione – che le persone con patologie mentali siano detenute presso strutture specializzate idonee a curare le patologie e a favorire il reinserimento del reo nella società - Il ricorrente era stato internato a causa delle sue patologie con decisione ministeriale e ristretto in carcere dans l’annexe psychiatrique de la prison de Merksplas)
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25/09/2012 - CEDU - Godelli c. Italia - ADOZIONE - Diritto dei figli adottivi a conoscere le proprie origini (Riconoscimento del diritto dei figli adottati a conoscere le proprie origini - Violazione art. 8 CEDU che tutela la vita familiare e privata - Condanna dell’Italia che tutela in modo assoluto l'anonimato della madre, sancendo la contrarietà alla Convenzione di una norma che vieta ad un soggetto abbandonato dalla nascita a conoscere le circostanze nelle quali è venuto al mondo e anche l’identità della madre)
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28/08/2012 - CEDU - Costa e Pavan c. Italia - DIVIETO DI DIAGNOSI PREIMPIANTO EMBRIONI - Violazione art. 8 CEDU (La legge italiana sulla fecondazione assistita è incoerente e viola l'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo nella parte in cui vieta ad una coppia italiana fertile ma portatrice sana di fibrosi cistica di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni)
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19/07/2012 - CEDU - Koch c. Germania - Suicidio assistito (Il rifiuto dei giudici nazionali di esaminare nel merito la domanda del ricorrente, svolta in proprio, di ottenere l’autorizzazione all’acquisto di un farmaco letale per far conseguire una morte decorosa alla propria consorte, anch’essa ricorrente prima del decesso intervenuto in corso di causa, integra una violazione del diritto del ricorrente alla tutela della propria vita privata di cui all’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.)
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10/07/2012 - CEDU - Trampevski v. Macedonia - Dichiarazioni non sottoposte a contraddittorio - Processo non equo (Equità del processo basato sulle dichiarazioni non sottoposte a contraddittorio - Nel giudicare il processo in questione non equo la Corte si fa carico di verificare se esistono dei “bilanciamenti procedurali” che consentono di rafforzare il valore probatorio della dichiarazioni unilaterale e ritiene (nel caso concreto) che tali bilanciamenti non si rinvengono nella possibilità degli imputati di fornire la propria versione né in quella di sentire altri testi.)
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28/06/2012 - CEDU - Ressiot c. Francia - Libertà di stampa e segreto istruttorio (Bilanciamento tra libertà di stampa e processo penale - Alcuni giornalisti avevano diffuso intercettazioni telefoniche relative ad una indagine circa l’utilizzo di sostanze dopanti in un gara ciclistica. Erano state perquisite le sedi di due importanti periodici oltre che le residenze dei giornalisti I giornalisti lamentavano una illegittima compressione della libertà di stampa - Con motivazione articolata la Corte ha ritenuto illegittima l’ingerenza sul diritto alla libertà di stampa (art. 10 CEDU) effettuato dalle Autorità francesi. Ancora una volta nel bilanciamento tra tutela del segreto istruttorio (della presunzione di innocenza e della tutela del processo) la Corte privilegia il diritto all’informazione ( diritto- dovere dei giornalisti a “fornirla” e diritto dei cittadini a riceverla) ritenendo sproporzionate e “non necessarie in una società democratica” le misure invasive adottate dalle autorità francesi)
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07/06/2012 - CEDU GC - Centro Europa 7 c. Italia - LIBERTA' DI ESPRESSIONE E ART. 10 CEDU (Condanna dell'Italia per violazione del diritto alla libertà d'espressione, non avendo concesso per 10 anni le frequenze all'emittente televisiva Europa 7 - Obbligo prescritto dalla Convenzione europea dei diritti umani di mettere in atto un quadro legislativo e amministrativo per garantire l'effettivo pluralismo dei media)
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29/05/2012 - CEDU - Shuvalov c. Estonia - Libertà di espressione dei magistrati (Il magistrato inquirente che diffonde un comunicato stampa su un’indagine in corso e concede interviste a tv e giornali per informare la collettività su questioni di interesse generale non viola la presunzione d’innocenza di un indagato e non compromette il suo diritto all’equo processo - Se il magistrato inquirente si limita a fornire notizie, sottolineando che non vi è stato alcun accertamento della colpevolezza e tenendo così ben distinte la fase delle indagini da quella del giudizio, è da escludere una violazione dei diritti dell’indagato - Nell’effettuare il bilanciamento tra diritto alla presunzione d’innocenza e diritto della collettività a ricevere informazioni su procedimenti di interesse collettivo è indispensabile valutare l’insieme delle dichiarazioni e non certo estrapolare singole espressioni - Nel caso di dichiarazioni rese da organi giudicanti lo scrutinio deve essere più rigoroso)
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03/04/2012 - CEDU - Van der Heijden c. Olanda - Convivenza more uxorio e diritto al silenzio
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06/03/2012 - CEDU - Gagliano Giorgi - Ragionevole durata del processo e prescrizione del reato (Prescrizione e ragionevole durata del procedimento - La riduzione della pena connessa alla prescrizione di alcuni dei reati contestati al condannato ha (quantomeno) compensato o particolarmente ridotto i pregiudizi che derivano normalmente dalla durata eccessiva del procedimento - Si tratta di un rilevante re- inquadramento del diritto (dell’imputato) alla ragionevole durata del procedimento che resta “integro” anche sotto il profilo del diritto al “pieno” risarcimento solo se se non si dichiara la prescrizione)
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