Banca Dati - Diritto Europeo

Corte di giustizia dell'unione europea (Lussemburgo)

Giurisprudenza - Corte di giustizia dell'unione europea (Lussemburgo)
20/09/2018 - Corte UE C-51/17 del 20/9/2018 - CARATTERE ABUSIVO DI CLAUSOLA CONTRATTUALE - MUTUO
Corte di giustizia dell’Unione europea Lussemburgo, 20 settembre 2018 Sentenza nella causa C 51/17 OPT Bank Nyrt.e OTP Faktoring Követeléskezelő Zrt./Teréz Ilyés e Emil Kiss ________________________________________ Il carattere abusivo di una clausola contrattuale non chiara che fa gravare il rischio di cambio sul mutuatario e che non riproduce disposizioni legislative può essere oggetto di un controllo giurisdizionale
Scarica il file in formato PDF - 146 Kb
13/09/2018 - C-54/17 e C-55/17 - TUTELA CONSUMATORI .- Carte Sim con servizi a pagamento di cui i consumatori non erano stati informati
(Corte di Giustizia, Seconda Sezione, sentenza 13 settembre 2018, cause riunite C-54/17 e C-55/17) TUTELA DEI CONSUMATORI Carte SIM con servizi a pagamento di cui i consumatori non erano stati informati: è una pratica commerciale sleale La mancata informazione della preimpostazione dei servizi di segreteria telefonica e di navigazione internet su una carta SIM costituisce una “fornitura non richiesta” e dunque una pratica aggressiva in quanto non rispetta il diritto alla libera scelta da parte del consumatore.
Scarica il file in formato PDF - 327 Kb
12/09/2018 - C-358/16 e C-594/16 - Le autorità nazionali di vigilanza finanziaria possono dover dare accesso a informazioni coperte dal segreto professionale
Sentenze nelle cause C-358/16, UBS Europe e a., e C-594/16, Enzo Buccioni/Banca d'Italia Le autorità nazionali di vigilanza finanziaria possono dover dare accesso a informazioni coperte dal segreto professionale per garantire i diritti della difesa o per il loro utilizzo nell’ambito di un procedimento civile o commerciale Spetta alle autorità e ai giudici nazionali competenti effettuare un bilanciamento tra gli opposti interessi delle parti
Scarica il file in formato PDF - 130 Kb
07/08/2018 - C-96/16 e C-94/17, 7/8/2018, Consuimatori e interessi moratori
C-96/16 e 94/17 7 AGOSTO 2018 TUTELA DEI CONSUMATORI- CLAUSOLE SUL CALCOLO DEGLI INTERESSI MORATORI- VESSATORIETÀ. Cessione di credito – Contratto di mutuo concluso con un consumatore – Criteri di valutazione del carattere abusivo di una clausola di tale contratto che fissa il tasso degli interessi moratori – Conseguenze di tale carattere.
Scarica il file in formato PDF - 197 Kb
07/08/2018 - (Corte di Giustizia, Seconda Sezione, sentenza 7 agosto 2018, causa C-161/17)
(Corte di Giustizia, Seconda Sezione, sentenza 7 agosto 2018, causa C-161/17) Vietato pubblicare foto di siti web free senza una nuova autorizzazione dell'autore La nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’art. 3 §.1 Direttiva 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, dev’essere interpretata nel senso che essa ricomprende la messa in rete su un sito Internet di una fotografia precedentemente pubblicata, senza restrizioni atte ad impedire che venisse scaricata e con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, su un altro sito Internet. La messa in rete su un sito Internet di una fotografia, liberamente accessibile su un altro sito Internet con l’autorizzazione dell’autore, necessita di una nuova autorizzazione da parte di tale autore Infatti, con siffatta messa in rete, la fotografia viene messa a disposizione di un pubblico nuovo Il sig. Dirk Renckhoff, fotografo, ha autorizzato i gestori di un sito Internet dedicato ai viaggi a pubblicare sul loro sito una delle sue foto. Una alunna di un istituto di istruzione secondaria situato nel Land della Renania settentrionale-Vestfalia, in Germania (Gesamtschule di Waltrop) ha scaricato la foto in oggetto a partire da tale sito (dove essa era liberamente accessibile) per illustrare un progetto scolastico. Quest’ultimo è stato in seguito pubblicato sul sito Internet della scuola. Il sig. Renckhoff ha intrapreso un’azione contro il Land della Renania settentrionale-Vestfalia dinanzi ai giudici tedeschi per vietare a detto Land di riprodurre la sua foto. Altresì, ha reclamato il pagamento di una somma di EUR 400 a titolo di risarcimento danni. A tale riguardo, il sig. Renckhoff sostiene di aver concesso un diritto d’uso solamente al gestore del sito Internet di viaggio e afferma che la messa in rete della fotografia sul sito Internet della scuola costituisce una violazione del suo diritto d’autore. In tale contesto, il Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania) ha chiesto alla Corte di giustizia di interpretare la direttiva sul diritto d’autore[1], ai sensi della quale l’autore di un’opera ha, in linea di principio, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la comunicazione dell’opera al pubblico[2]. Il Bundesgerichtshof chiede se la nozione di «comunicazione al pubblico» comprende la messa in rete su un sito Internet di una fotografia precedentemente pubblicata su un altro sito Internet, senza restrizioni atte ad impedire che venisse scaricata e con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore. Con la sua sentenza in data odierna, la Corte risponde in maniera affermativa a tale questione. Innanzitutto, la Corte ricorda che una fotografia può essere protetta dal diritto d’autore alla condizione (che spetta al giudice nazionale verificare) che essa costituisca una creazione intellettuale dell’autore, che ne rifletta la personalità e si manifesti attraverso le scelte libere e creative di quest’ultimo nella realizzazione di tale fotografia. Inoltre, la Corte constata che, fatte salve le eccezioni e le limitazioni previste, in termini tassativi, dalla direttiva, qualsivoglia utilizzazione di un’opera effettuata da un terzo in assenza del previo consenso dell’autore deve essere considerata lesiva dei diritti dell’autore di detta opera. Infatti, la direttiva mira ad instaurare un livello elevato di protezione a favore degli autori, al fine di consentire loro di ottenere un adeguato compenso per l’utilizzazione delle loro opere, in particolare in occasione di una comunicazione al pubblico. Nella fattispecie, la messa in rete su un sito Internet di una fotografia precedentemente pubblicata su un altro sito Internet (la fotografia era stata copiata, tra i due caricamenti in rete, su un server privato), deve essere qualificata come «messa a disposizione» e, di conseguenza, come «atto di comunicazione». Invero, siffatta messa in rete dà la possibilità ai visitatori del sito Internet sul quale tale messa in rete è effettuata (nella fattispecie, il sito internet della scuola) di avere accesso a detta fotografia su tale sito Internet. Inoltre, la messa in rete di un’opera protetta dal diritto d’autore su un sito Internet diverso da quello sul quale è stata effettuata la comunicazione iniziale con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, nelle circostanze come quelle di cui trattasi, dev’essere qualificata come messa a disposizione di un pubblico nuovo. Invero, in dette circostanze, il pubblico preso in considerazione dal titolare del diritto d’autore nel momento in cui ha autorizzato la comunicazione della sua opera sul sito Internet sul quale quest’ultima è stata inizialmente pubblicata è costituito dai soli utilizzatori di detto sito, e non 1) dagli utilizzatori del sito Internet sul quale l’opera è stata successivamente messa in rete senza l’autorizzazione di detto titolare e 2) dagli altri internauti. A tale riguardo, la Corte rileva che siffatta messa in rete dev’essere distinta dalla messa a disposizione di opere protette tramite un collegamento cliccabile che rimanda ad un altro sito Internet sul quale la comunicazione iniziale è stata effettuata[3]. Infatti, a differenza dei collegamenti ipertestuali che contribuiscono al buon funzionamento di Internet, la messa in rete su un sito Internet senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore di un’opera precedentemente comunicata su un altro sito Internet con l’accordo di detto titolare non contribuisce, nella stessa misura, a siffatto obiettivo. Infine, la Corte sottolinea che è ininfluente il fatto che il titolare del diritto d’autore non abbia posto restrizioni alle possibilità di utilizzo della fotografia da parte degli internauti, come nella fattispecie.
Scarica il file in formato PDF - 297 Kb
07/08/2018 - Corte UE C-485/17, 7/8/2018 - Il consumatore ha diritto di recedere dall'acquisto di merce durante una fiera?
(Corte di Giustizia UE, Ottava Sezione, sentenza 7 agosto 2018, causa C-485/17) Il consumatore ha diritto di recedere dall'acquisto di merce durante una fiera? L’art. 2, punto 9, Direttiva 2011/83/UE (diritti dei consumatori) deve essere interpretato nel senso che uno stand, come quello di cui trattasi nel procedimento principale, di un professionista presso una fiera commerciale, in cui egli esercita le proprie attività pochi giorni all’anno, è un «locale commerciale», ai sensi di tale disposizione, se, alla luce dell’insieme delle circostanze di fatto che accompagnano le attività di cui trattasi, e in particolare dell’aspetto di tale stand e delle informazioni fornite nei locali della fiera stessa, un consumatore normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto possa ragionevolmente aspettarsi che detto professionista vi eserciti le proprie attività e che gli proponga di concludere un contratto, il che spetta al giudice nazionale verificare.
Scarica il file in formato PDF - 294 Kb
25/07/2018 - C-84/2017 C-85/2017 C-95/2017 - Forma tridimensionale prodotto - 25/7/2018
Sentenza nelle cause riunite C-84/17 P, Société des produits Nestlé SA/Mondelez UK Holdings & Services Ltd, già Cadbury Holdings Ltd, e EUIPO, C-85/17 P, Mondelez UK Holdings & Services Ltd, già Cadbury Holdings Ltd/EUIPO, e C-95/17 P, EUIPO/Mondelez UK Holdings & Services Ltd, già Cadbury Holdings Ltd L’EUIPO deve riesaminare se la forma tridimensionale corrispondente al prodotto « Kit Kat 4 fingers » può essere conservata come marchio dell’Unione La Corte respinge le impugnazioni proposte dalla Nestlé, l’EUIPO e la Mondelez
Scarica il file in formato PDF - 211 Kb
25/07/2018 - C-632/2016 - Consumatori ed etichette ingannevoli - 25/7/2018
Sentenza nella causa C-632/16 Dyson Ltd, Dyson BV / BSH Home Appliances) Il fatto di non fornire al consumatore informazioni sulle condizioni di prova che hanno determinato la classificazione indicata sull’etichetta energetica degli aspirapolvere non costituisce un’«omissione ingannevole» Inoltre, i fornitori e i distributori di aspirapolvere non possono utilizzare etichette aggiuntive che riproducono o specificano le informazioni figuranti sull’etichetta energetica qualora ciò possa indurre il consumatore in errore o ingenerare in lui confusione per quanto riguarda il consumo di energia
Scarica il file in formato PDF - 282 Kb
10/07/2018 - Corte UE C-25/17, 10 luglio 2018- Privacy e raccolta dati da parte di comunità religiosa
Corte di Giustizia, sentenza del 10 luglio 2018, nella causa C-25/17, Tietosuojavaltuutettu/Jehovan todistajat – uskonnollinen yhdyskunta La responsabilità dei testimoni di Geova per il trattamento dei dati personali raccolti porta a porta La raccolta di dati personali da parte dei membri di una comunità religiosa nell’ambito di un’attività di predicazione porta a porta ed i trattamenti successivi di tali dati, sono soggetti alla disciplina europea a tutela della privacy. Una comunità religiosa, come quella dei testimoni di Geova, è responsabile, congiuntamente ai suoi membri predicatori, del trattamento dei dati personali raccolti nell’ambito di un’attività di predicazione porta a porta I trattamenti di dati personali effettuati nell’ambito di un’attività di questo tipo devono rispettare le norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali Il 17 settembre 2013, la tietosuojalautakunta (commissione finlandese per la protezione dei dati) ha vietato alla Jehovan todistajat – uskonnollinen yhdyskunta (comunità religiosa dei testimoni di Geova in Finlandia) di raccogliere o trattare dati personali, nell’ambito dell’attività di predicazione porta a porta effettuata dai suoi membri, senza che siano soddisfatti i requisiti legali per il trattamento di tali dati. I membri di tale comunità, nell’ambito della loro attività di predicazione porta a porta, prendono appunti sulle visite effettuate a persone che né essi, né la comunità conoscono. I dati raccolti possono comprendere il nome e l’indirizzo delle persone contattate porta a porta e informazioni sul loro credo religioso e sulla loro situazione familiare. Essi sono raccolti a titolo di promemoria, per poter essere consultati ai fini di un’eventuale visita successiva, senza che le persone interessate vi abbiano acconsentito o ne siano state informate. La comunità dei testimoni di Geova e le congregazioni che ne dipendono organizzerebbero e coordinerebbero l’attività di predicazione porta a porta dei loro membri, in particolare, predisponendo mappe sulla cui base sarebbe realizzata una ripartizione in zone tra i membri predicatori e tenendo schedari sui predicatori e sul numero di pubblicazioni della comunità diffuse da questi ultimi. Inoltre, le congregazioni della comunità dei testimoni di Geova gestirebbero un elenco delle persone che hanno espresso la volontà di non ricevere più visite da parte dei membri predicatori; i dati personali che figurano in tale elenco sarebbero utilizzati dai membri della comunità. La domanda di pronuncia pregiudiziale del Korkein hallinto-oikeus (Corte amministrativa suprema, Finlandia) è volta in sostanza ad accertare se la comunità sia soggetta al rispetto delle norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali[1], per il fatto che i suoi membri, nell’esercizio della loro attività di predicazione porta a porta, possono essere indotti a prendere appunti trascrivendo il contenuto del loro colloquio e, in particolare, l’orientamento religioso delle persone cui essi hanno reso visita. Nella sentenza odierna, la Corte di giustizia considera anzitutto che l’attività di predicazione porta a porta dei membri della comunità dei testimoni di Geova non rientra tra le eccezioni previste dal diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali. In particolare, tale attività non costituisce un’attività esclusivamente personale o domestica alla quale il diritto dell’Unione non si applica. La circostanza che l’attività di predicazione porta a porta sia tutelata dal diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di religione, sancito all’articolo 10, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, non ha l’effetto di conferirle un carattere esclusivamente personale e domestico, poiché essa va oltre la sfera privata di un membro predicatore di una comunità religiosa. Successivamente, la Corte ricorda che le norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali si applicano, tuttavia, al trattamento manuale dei dati solo se questi ultimi sono contenuti o destinati a figurare in un archivio. Nel caso di specie, dal momento che il trattamento di dati personali è effettuato in modo non automatizzato, la questione che si pone è se i dati trattati in tal modo siano contenuti o destinati a figurare in un archivio siffatto. Al riguardo, la Corte conclude che la nozione di «archivio» include ogni insieme di dati personali raccolti nell’ambito di un’attività di predicazione porta a porta e contenente nomi, indirizzi e altre informazioni riguardanti le persone contattate porta a porta, dal momento che tali dati sono strutturati secondo criteri specifici che consentono, in pratica, di recuperarli facilmente per un successivo impiego. Affinché detto insieme rientri in tale nozione, non è necessario che esso comprenda schedari, elenchi specifici o altri sistemi di ricerca. I trattamenti di dati personali effettuati nell’ambito dell’attività di predicazione porta a porta devono quindi rispettare le norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali. Riguardo alla questione di chi possa essere considerato responsabile del trattamento dei dati personali, la Corte ricorda che la nozione di «responsabile del trattamento» può riguardare più soggetti che partecipano al trattamento, ognuno dei quali deve essere pertanto assoggettato alle norme del diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali. Tali soggetti possono essere coinvolti in fasi diverse del trattamento e a diversi livelli, cosicché il grado di responsabilità di ciascuno di essi deve essere valutato tenendo conto di tutte le circostanze rilevanti del caso di specie. La Corte constata altresì che nessuna disposizione del diritto dell’Unione consente di ritenere che la determinazione delle finalità e dei mezzi del trattamento debba essere effettuata mediante istruzioni scritte o incarichi da parte del responsabile del trattamento. Può essere invece considerata responsabile del trattamento una persona fisica o giuridica che, a scopi che le sono propri, influisca sul trattamento dei dati personali e partecipi pertanto alla determinazione delle finalità e dei mezzi di tale trattamento. Inoltre, la responsabilità congiunta di vari soggetti non presuppone che ciascuno di essi abbia accesso ai dati personali. Nel caso di specie risulta che la comunità dei testimoni di Geova, organizzando, coordinando e promuovendo l’attività di predicazione dei suoi membri, partecipa, insieme ai suoi membri predicatori, a determinare le finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali delle persone contattate porta a porta, circostanza che spetta tuttavia al giudice finlandese valutare alla luce di tutte le circostanze del caso di specie. Tale analisi non è rimessa in discussione dal principio dell’autonomia organizzativa delle comunità religiose, sancito all’articolo 17 TFUE. La Corte conclude che il diritto dell’Unione in materia di protezione dei dati personali consente di considerare una comunità religiosa, congiuntamente ai suoi membri predicatori, quale responsabile del trattamento dei dati personali effettuato da questi ultimi nell’ambito di un’attività di predicazione porta a porta organizzata, coordinata e incoraggiata da tale comunità, senza che sia necessario che detta comunità abbia accesso a tali dati o che si debba dimostrare che essa ha fornito ai propri membri istruzioni scritte o incarichi relativamente a tali trattamenti.
Scarica il file in formato PDF - 329 Kb
05/07/2018 - C-27/2017, 5/7/2018 - Foro risarcimento danni da condotte anticoncorrenziali
C- 27/17 5 LUGLIO 2018 LEALE CONCORRENZA- PERDITE DA ATTI ANTICONCORRENZIALI- FORO DELL’AZIONE RISARCITORIA. Materia di illeciti civili dolosi o colposi – Luogo in cui è avvenuto l’evento dannoso – Luogo in cui si è concretizzato il danno e luogo dell’evento generatore del danno – Domanda di risarcimento del danno asseritamente causato da condotte anticoncorrenziali poste in essere in diversi Stati membri – Esercizio di una succursale – Nozione.
Scarica il file in formato PDF - 251 Kb
26/06/2018 - 26/6/2018 - Sentenza nella causa T 71/17, France.com, Inc. / EUIPO
Sentenza nella causa T 71/17, France.com, Inc. / EUIPO Il segno «france.com» non può essere registrato come marchio dell’Unione Nel 2014, il sig. Jean-Noël Frydman, il quale ha in seguito ceduto i propri diritti alla società americana France.com, ha chiesto all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) la registrazione come marchio dell’Unione del seguente segno figurativo per servizi pubblicitari, servizi relativi ai viaggi e pubblicazioni online: La Francia ha allora presentato opposizione invocando il seguente marchio dell’Unione che essa aveva fatto registrare nel 2010 presso l’EUIPO: L’EUIPO ha accolto l’opposizione della Francia ritenendo che i segni in conflitto presentassero complessivamente un elevato grado di somiglianza e coprissero servizi identici o simili e che non si potesse quindi escludere un rischio di confusione. Insoddisfatta della decisione dell’EUIPO, la società France.com ne ha chiesto l’annullamento dinanzi al Tribunale dell’Unione europea. Con la sentenza odierna, il Tribunale respinge il ricorso della società France.com, confermando che il segno di tale società non può essere registrato come marchio dell’Unione. Il Tribunale esamina, in particolare, l’analisi dell’EUIPO riguardante il confronto tra i segni in conflitto e l’esistenza di un rischio di confusione. Per quanto riguarda il confronto visivo tra i segni, il Tribunale ritiene, contrariamente all’EUIPO, che, tenuto conto delle differenze esistenti a livello dei loro elementi e della loro configurazione visiva generale, i segni in conflitto, presi nel loro insieme, presentino soltanto un debole grado di somiglianza sul piano visivo. Sul piano fonetico, il Tribunale conferma l’analisi dell’EUIPO secondo la quale i segni in conflitto sono quasi identici poiché è prevedibile che molti consumatori faranno riferimento al segno della società France.com attraverso il solo termine «france», dal momento che l’abbreviazione «.com» è percepita come indicazione di un sito web. Infine, il Tribunale ritiene, al pari dell’EUIPO, che i segni in conflitto siano simili sul piano concettuale, in quanto veicolano il medesimo concetto (vale a dire la Francia, la torre Eiffel e i colori della bandiera francese), mentre la presenza dell’elemento denominativo «.com» nel segno della società France.com non ha alcuna incidenza sull’identità concettuale dei segni. Considerato che i segni in conflitto coprono servizi identici o simili e presentano un grado particolarmente elevato di somiglianza sui piani fonetico e concettuale, il Tribunale conclude che esiste un rischio di confusione. Ne consegue che, come ha deciso l’EUIPO, la Francia può validamente opporsi alla registrazione del segno france.com.
Scarica il file in formato PDF - 165 Kb
20/06/2018 - C-15/16 - 20/6/2018 - Informazioni di autorità di vigilanza
UFFICIO DEI REFERENTI PER LA FORMAZIONE DECENTRATA DISTRETTO DI TORINO Cari Colleghi, a nome dell’Ufficio dei Referenti per la Formazione Decentrata di diritto europeo, vi segnalo:
Scarica il file in formato PDF - 207 Kb
12/06/2018 - 12/6/2018 Sentenza nella causa C-163/16
12/6/2018 Sentenza nella causa C-163/16 Christian Louboutin e Christian Louboutin SAS / Van Haren Schoenen BV Un marchio consistente in un colore applicato sulla suola di una scarpa non rientra nel divieto di registrazione delle forme Infatti, un marchio del genere non è costituito «esclusivamente dalla forma» ai sensi della direttiva sui marchi Il sig. Louboutin e la Christian Louboutin SAS creano scarpe da donna con tacco alto. Tali scarpe hanno la peculiarità di avere la suola esterna sistematicamente rivestita di colore rosso. Nel 2010, il sig. Louboutin ha registrato tale marchio in Benelux nella classe «calzature», poi, dal 2013, nella classe «calzature con tacco alto». Tale marchio è descritto come consistente «nel colore rosso (Pantone 18-1663TP) applicato alla suola di una scarpa come rappresentata (il contorno della scarpa non fa parte del marchio ma ha lo scopo di evidenziare la posizione del marchio)». La società Van Haren gestisce nei Paesi Bassi negozi di vendita al dettaglio di scarpe. Nel 2012 ha venduto scarpe da donna con tacco alto, la cui suola era rivestita di colore rosso. Il sig. Louboutin e la sua società hanno adito i giudici olandesi per far dichiarare che la Van Haren si era resa responsabile di una contraffazione. La Van Haren sostiene che il marchio in questione è nullo. Infatti, la direttiva dell’Unione sui marchi elenca vari motivi di nullità o impedimenti alla registrazione, in particolare per quanto riguarda i segni costituiti esclusivamente dalla forma che dà un valore sostanziale al prodotto[1]. Il rechtbank Den Haag (tribunale dell’Aia, Paesi Bassi) ha deciso d’interpellare la Corte di giustizia a tal riguardo. Esso ritiene che il marchio di cui trattasi sia inscindibilmente connesso a una suola di scarpa e si chiede se, secondo la direttiva, la nozione di «forma» sia limitata alle sole caratteristiche tridimensionali di un prodotto (come il contorno, la dimensione e il volume) o se essa riguardi anche altre caratteristiche, come il colore. Nella sua sentenza odierna, la Corte ritiene che, non essendovi nella direttiva alcuna definizione della nozione di «forma», la determinazione del significato di tale termine deve essere stabilita sulla base del significato abituale di quest’ultimo nel linguaggio corrente. La Corte rileva che dal senso usuale di tale termine non risulta che un colore in sé, senza delimitazione nello spazio, possa costituire una forma. Inoltre, se è vero che la forma del prodotto o di una parte del prodotto svolge un ruolo nella delimitazione del colore nello spazio, non si può ritenere, tuttavia, che un segno sia costituito da tale forma qualora non sia la forma quel che la registrazione del marchio è intesa a tutelare, ma solo l’applicazione di un colore su una parte specifica del prodotto. Nel caso di specie, il marchio non verte su una forma specifica di suola di scarpa con tacco alto, in quanto la descrizione di detto marchio indica espressamente che il contorno della scarpa non fa parte del marchio, ma serve unicamente a mettere in evidenza la posizione del colore rosso cui si riferisce la registrazione. La Corte aggiunge che non si può ritenere che un segno, come quello di cui trattasi, sia costituito «esclusivamente» dalla forma ove l’oggetto principale di questo segno sia un colore precisato mediante un codice d’identificazione riconosciuto a livello internazionale.
Scarica il file in formato PDF - 288 Kb
12/06/2018 - 12/6/2018 Conclusioni nella causa C-594/16, Buccioni / Banca d’Italia
Conclusioni nella causa C-594/16, Buccioni / Banca d’Italia (IT) (Accesso agli atti dell'attività degli enti creditizi e della vigilanza prudenziale degli enti creditizi – Segreto professionale della Banca d’Italia – Informazioni confidenziali concernenti una banca posta in liquidazione coatta – Possibilità di divulgare dette informazioni in assenza di una causa in corso) Il signor Buccioni, correntista della Banca Network Investimenti Spa (BNI), aveva ivi depositati circa 180 mila euro ma, a seguito della liquidazione coatta amministrativa della banca, se ne è visti restituire soltanto 100 mila (c.d. effetti del burden sharing). Egli, sospettando l’esistenza di fatti che potrebbero dare luogo a responsabilità sia della BNI sia della Banca d’Italia, ha chiesto alla Banca d’Italia l’accesso ad alcuni documenti della BNI o riguardanti la BNI per valutare l’opportunità di instaurare una causa volta ad ottenere un risarcimento o un indennizzo. L’accesso agli atti gli è stato in parte negato dalla Banca d’Italia. La ragione del rifiuto è stata indicata nel segreto professionale, visto che le informazioni richieste erano in possesso della Banca d’Italia a fini di vigilanza. Il signor Buccioni ha impugnato tale decisione di diniego davanti al TAR Lazio, osservando che, dopo la liquidazione coatta, nessuna informazione poteva ritenersi coperta da segreto. Con sentenza del 2015, il TAR Lazio ha respinto il ricorso del signor Buccioni, accogliendo la tesi della Banca d’Italia secondo cui, conformemente alla direttiva 2013/36[1], la possibilità di chiedere l’accesso alle informazioni confidenziali relative agli istituti di credito sottoposti a liquidazione coatta presuppone che il richiedente abbia introdotto una causa. Il signor Buccioni ha impugnato la sentenza del Tar davanti al Consiglio di Stato, il quale ha deciso di sottoporre alla Corte varie questioni pregiudiziali sull’interpretazione della direttiva, del regolamento 1024/2013[2] e del principio di trasparenza[3]. Nelle sue odierne conclusioni, l’Avvocato Generale Michal Bobek (Repubblica ceca) propone alla Corte di dichiarare la sussistenza dell’obbligo dell’Autorità nazionale di vigilanza di consentire l’accesso ad informazioni riservate, in base alle regole nazionali sull’accesso ai documenti, ad un cittadino che intenda vagliare la possibilità di avviare una causa contro detta Autorità per danni derivati dalla liquidazione coatta o dal fallimento di una banca. L’Avvocato generale rileva che una richiesta come quella del signor Buccioni alla Banca d’Italia è soggetta alle regole nazionali sull’accesso ai documenti nonché alla direttiva 2013/36, la quale, all’articolo 53, prevede, da un lato, una regola generale sul segreto professionale (il segreto e la confidenzialità delle informazioni, infatti, debbono essere la regola nella vita normale di una banca) e, dall’altro, un’eccezione a detto principio in caso di fallimento o liquidazione coatta della banca[4]. L’Avvocato Generale prende atto del fatto che il Consiglio di Stato dà per scontato che le informazioni richieste dal signor Buccioni sono riservate e non riguardano terzi coinvolti in tentativi di salvataggio della BNI. Quindi, la presente causa richiede soltanto di stabilire come debba essere interpretata la direttiva laddove stabilisce che la “disclosure” deve avvenire “nell'ambito di procedimenti civili o commerciali”[5]. Una prima interpretazione, restrittiva, suggerirebbe di ritenere tale clausola riferita a procedimenti civili o commerciali pendenti. Una seconda interpretazione, più lata, suggerirebbe, invece, di ritenere tale clausola riferita a procedimenti civili o commerciali non solo pendenti, ma anche potenziali. L’Avvocato Generale osserva che né l’interpretazione storica dell’art. 53 della direttiva né il confronto di detta norma con altre simili norme del diritto dell’Unione comprovano che la suddetta eccezione dovrebbe essere interpretata nel modo più restrittivo possibile. L’Avvocato generale pone, poi, l’accento sul fatto che l’accesso ai documenti riguardanti BNI non avrebbe potuto essere garantito al signor Buccioni nell’ambito della procedura di liquidazione coatta della BNI. La ragione è semplicemente che il liquidatore non possiede i documenti richiesti. Quindi, la liquidazione coatta o il fallimento di una banca non rientrano tra i “procedimenti civili o commerciali” di cui all’art. 53 della direttiva. In seguito, l’Avvocato generale esamina i problemi pratici della tesi restrittiva. In primo luogo, per capire se ci siano i presupposti per instaurare una causa, si dovrebbe innanzitutto instaurare tale causa. Ciò ha poco senso per una corretta amministrazione della giustizia a livello nazionale, soprattutto se nello Stato membro (ad esempio, in Italia) non esiste una procedura preliminare di accesso agli atti e considerato, inoltre, che non vi sono regole dell’Unione sull’accesso agli atti nel campo della vigilanza bancaria. In secondo luogo, poiché qualsiasi informazione concernente una banca può essere, in teoria, ritenuta riservata, tale linea interpretativa condurrebbe ad un eccessivo restringimento dell’eccezione prevista dall’art. 53 della direttiva. In terzo luogo, un’interpretazione restrittiva porterebbe ad escludere l’accesso agli atti in pendenza di un giudizio amministrativo (quindi, a rigore, né civile né commerciale): ma tale esclusione sarebbe irragionevole. L’Avvocato Generale, quindi, propone una lettura più ampia della locuzione “nell’ambito di procedimenti civili o commerciali”: questi non debbono essere necessariamente pendenti, essendo sufficiente che siano potenziali. Perché possano dirsi potenziali, è necessario, però, che il richiedente sia un soggetto direttamente danneggiato dal fallimento o dalla liquidazione coatta della banca (ad esempio, un investitore, un cliente o un dipendente). Per l’Avvocato generale, all’autorità nazionale competente in materia di accesso ai documenti spetta di decidere sia chi possa avere accesso ad una certa informazione riservata sia a quale informazione riservata possa essere consentito l’accesso. Il controllo sulla decisione di tale autorità è di competenza delle giurisdizioni amministrative nazionali.
Scarica il file in formato PDF - 498 Kb
07/06/2018 - 7/6/2018 - CORTE UE 44/17 - INDICAZIONI GEOGRAFICHE
Sentenza nella causa C-44/17, The Scotch Whisky Association, The Registered Office / Michael Klotz Per determinare la sussistenza di una «evocazione» vietata dal diritto dell’Unione, il giudice nazionale deve verificare se, in presenza di un prodotto simile recante la denominazione «Glen», al consumatore venga direttamente in mente l’indicazione geografica registrata «Scotch Whisky», Non è sufficiente che la denominazione possa suscitare, nella mente del consumatore interessato, una qualsivoglia associazione d’idee con l’indicazione protetta o con la zona geografica di cui trattasi
Scarica il file in formato PDF - 187 Kb
05/06/2018 - 5/6/2018 C-673/16 - NOZIONE DI CONIUGE
Sentenza nella causa C-673/16, Relu Adrian Coman e a./Inspectoratul General pentru Imigrări e a. La nozione di «coniuge», ai sensi delle disposizioni del diritto dell’Unione sulla libertà di soggiorno dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari, comprende i coniugi dello stesso sesso Anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio omosessuale, essi non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non UE, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio
Scarica il file in formato PDF - 279 Kb
05/06/2018 - 5/6/2018 C-210/16 - AMMINISTRATORE FANPAGE
Sentenza nella causa C-210/16, Unabhängiges Landeszentrum für Datenschutz Schleswig-Holstein / Wirtschaftsakademie Schleswig-Holstein GmbH) L’amministratore di una fanpage su Facebook è responsabile assieme a Facebook del trattamento dei dati dei visitatori della sua pagina L’autorità per la protezione dei dati dello Stato membro in cui tale amministratore ha la propria sede può agire, in forza della direttiva 95/46[1], sia nei confronti di quest’ultimo sia nei confronti della filiale di Facebook stabilita in tale medesimo Stato
Scarica il file in formato PDF - 199 Kb
17/05/2018 - C-642/16-17MAGGIO2018 TUTELA DEL COPYRIGHT - TUTELA DEI CONSUMATORI - GARANZIA DELLA PROVENIENZA.
C-642/16-17MAGGIO2018 TUTELA DEL COPYRIGHT - TUTELA DEI CONSUMATORI - GARANZIA DELLA PROVENIENZA. Esaurimento del diritto conferito dal marchio – Importazione parallela – Ricondizionamento del prodotto munito del marchio – Nuova etichettatura – Requisiti applicabili ai dispositivi medici. L’art. 13 §.12 Regolamento (CE) n. 207/2009 (marchio comunitario), dev’essere interpretato nel senso che il titolare di un marchio non può opporsi all’ulteriore commercializzazione, da parte di un importatore parallelo, di un dispositivo medico nel suo imballaggio esterno ed interno d’origine laddove sia stata apposta, da parte dell’importatore, un’etichetta aggiuntiva, del genere di quella oggetto del procedimento principale, la quale, alla luce del suo contenuto, della sua funzione, delle sue dimensioni, della sua presentazione e della sua collocazione non presenti rischi per la garanzia di provenienza del dispositivo medico munito del marchio. La lite verte sui rapporti tra la titolare del controverso marchio di cerotti e la sua distributrice in Germania che aveva omesso di informarla sulla reimportazione del prodotto da un altro Stato membro, dandone atto, senza oscurare il marchio originale, con l’apposizione di un’ulteriore etichetta. Ciò costituiva una garanzia di provenienza che rientra nei fini di tutela del consumatore prefissi dalla normativa in esame. Sul tema: EU:C:2007:249 e 2002:246.
Scarica il file in formato PDF - 199 Kb
17/05/2018 - C-147/16 17 maggio 2018 - TUTELA CONSUMATORI
Corte UE - C:2018:320, C-147/16 17 MAGGIO 2018 TUTELA DEI CONSUMATORI - CLAUSOLE VESSATORIE - RILEVABILITÀ D’UFFICIO. Verifica d’ufficio da parte del giudice nazionale diretta a stabilire se un contratto rientri nell’ambito di applicazione della direttiva 93/13/CEE - Nozione di “professionista” – Istituto di insegnamento superiore il cui finanziamento è garantito principalmente da fondi pubblici – Contratto relativo a un piano di rimborso a rate esente da interessi delle tasse di iscrizione e della partecipazione alle spese per un viaggio di studio. La direttiva 93/13/CEE (clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori) dev’essere interpretata nel senso che un giudice nazionale che si pronuncia in contumacia ed è competente, secondo le norme di procedura nazionali, ad esaminare d’ufficio se la clausola su cui si basa la domanda sia contraria alle norme nazionali di ordine pubblico è tenuto ad esaminare d’ufficio se il contratto contenente tale clausola rientri nell’ambito di applicazione della suddetta direttiva e, se del caso, la natura eventualmente abusiva di detta clausola. Fatte salve queste verifiche, l’art. 2, lett. c), dev’essere interpretato nel senso che un istituto di libero insegnamento, come quello di cui trattasi nel procedimento principale, che, per contratto, abbia concordato con una delle sue studentesse agevolazioni di pagamento di importi dovuti da quest’ultima a titolo di tasse di iscrizione e di spese relative a un viaggio di studio, dev’essere considerato, nell’ambito di tale contratto, un «professionista» ai sensi di tale disposizione, cosicché detto contratto rientra nel suo ambito di applicazione. I principi di diritto sottesi alla fattispecie sono già stati analizzati nelle note alle EU:C:2016:98 e 283 nei quotidiani del 19/2 e 21/4/16.
Scarica il file in formato PDF - 252 Kb
17/05/2018 - C-147/16 17/5/2018 - clausole abusive nei contratti dei consumatori
la Sentenza nella causa C-147/16, Karel de Grote-Hogeschool VZW/Susan Romy Jozef Kuijpers La direttiva dell’Unione sulle clausole abusive nei contratti conclusi con i consumatori può applicarsi a un istituto di insegnamento Il giudice nazionale è tenuto a valutare d’ufficio il carattere abusivo delle clausole contenute nei contratti tra gli istituti di insegnamento e gli studenti rientranti nell’ambito di applicazione della direttiva
Scarica il file in formato PDF - 185 Kb
04/05/2018 - T.UE 197/2017: AZIONE RISARCIMENTO DANNI DI 1500 PERSONE PER INQUINAMENTO
Ordinanza nella causa T-197/17, Marc Abel e a./Commissione Il Tribunale dell’Unione europea respinge l’azione per risarcimento danni avviata da circa 1 500 persone a seguito dell’adozione da parte della Commissione di un regolamento del 2016 sulle emissioni inquinanti dei veicoli Senza pronunciarsi sulla legittimità di tale regolamento, di cui varie capitali europee chiedono l’annullamento in altre cause, il Tribunale ritiene che queste 1 500 persone circa non abbiano dimostrato la natura effettiva e certa o personale dei danni invocati
Scarica il file in formato PDF - 187 Kb
02/05/2018 - C-331 2016 - C-366 2016 - Libertà di circolazione e soggiorno e crimini di guerra
Sentenza nelle cause riunite C-331/16,K. /Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie e C-366/16 H. F. / Belgische Staat (Diritto di soggiorno e asseriti crimini di guerra) La necessità di limitare la libertà di circolazione e di soggiorno di un cittadino dell’Unione o di un suo familiare, sospettato di aver partecipato, in passato, a crimini di guerra, dev’essere valutata caso per caso Tale valutazione implica un bilanciamento tra, da un lato, la minaccia costituita dalla persona di cui trattasi per gli interessi fondamentali della società di accoglienza e, dall’altro, la tutela dei diritti dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari
Scarica il file in formato PDF - 188 Kb
26/04/2018 - T-554 2014 - MARCHIO MESSI
Sentenza nella causa T-554/14, Lionel Andrés Messi Cuccittini / EUIPO) Lionel Messi può registrare il suo marchio «MESSI» per articoli sportivi e abbigliamento sportivo La notorietà del calciatore neutralizza le somiglianze visive e fonetiche tra il suo marchio e il marchio «MASSI» di una società spagnola
Scarica il file in formato PDF - 99 Kb
24/04/2018 - Tribunale UE 43/2015, 24/4/2015 - Indicazione geografica protetta- Piadina romagnola
Sentenza nella causa T-43/15, CRM Srl / Commissione, 24/4/2015 (Registrazione di un’indicazione geografica protetta – “Piadina romagnola/Piada romagnola” – Richiesta di annullamento) La CRM Srl è un’azienda italiana di produzione di prodotti da forno, in particolare di diverse tipologie di piadine romagnole. Essa ha chiesto l’annullamento del regolamento di esecuzione (UE) n. 1174/2014 della Commissione, del 24 ottobre 2014, recante iscrizione di una denominazione nel registro delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette [Piadina Romagnola/Piada Romagnola (IGP)]. La CRM, infatti, teme che riservare l’uso della denominazione «romagnola» alle piadine/piade prodotte nell’area geografica protetta renda impossibile l’esercizio della propria attività economica ordinaria, in quanto il proprio stabilimento di produzione si trova al di fuori di questa area. La domanda di registrazione della IGP «piadina romagnola / piada romagnola» (in prosieguo: «piadina romagnola»), è stata proposta alle autorità italiane, nel 2011, da un consorzio per la promozione di tale prodotto (proposta di registrazione pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana del 28 gennaio 2012). Tale pubblicazione ha dato luogo a numerose opposizioni da parte di organizzazioni rappresentative dei produttori artigianali di piadine vendute in chioschi, che hanno contestato l’equiparazione, ai fini della IGP considerata, delle piadine prodotte industrialmente alle piadine di fabbricazione artigianale vendute in chioschi. Ciononostante, le autorità italiane, l’11 dicembre 2012, hanno depositato presso la Commissione la dichiarazione di registrazione della IGP in questione, unitamente al disciplinare di produzione. Nel 2013, la CRM impugnava davanti al TAR Lazio gli atti della fase nazionale della procedura di registrazione. Con sentenza del 15 maggio 2014, il TAR accoglieva il ricorso, imponendo alle autorità italiane di riformulare detto disciplinare. Secondo il TAR, infatti, la reputazione meritevole di tutela poteva essere riconosciuta unicamente alla produzione artigianale, ad esclusione di qualsivoglia realizzazione industriale della piadina romagnola. Conformemente al diritto italiano, tale sentenza di primo grado era immediatamente esecutiva. Qualche giorno dopo questa sentenza, la Commissione pubblicava la domanda di registrazione della IGP, indicando che tale pubblicazione conferiva il diritto di opposizione alla domanda medesima. La CRM Srl informava quindi la Commissione della sentenza del TAR e, sulla base di questa, chiedeva alla Commissione di annullare la pubblicazione della domanda così come effettuata. Ciononostante, la Commissione adottava il regolamento impugnato, dal quale deriva, come conseguenza, che la CRM Srl non è più autorizzata a utilizzare la denominazione «piadine romagnole» per i suoi prodotti fabbricati a Modena, in quanto questa città si trova al di fuori dell’area geografica protetta. Con sentenza del 13 maggio 2015, il Consiglio di Stato, adito in appello, ha annullato la sentenza del TAR Lazio. Nel frattempo, però, la CRM Srl ha proposto il ricorso di cui trattasi al Tribunale UE. Con la sentenza odierna, il Tribunale respinge il ricorso della CRM, pur muovendo alla Commissione una serie di rimproveri. Il Tribunale rileva, innanzitutto, che la Commissione non ha commesso errori di diritto[1] ritenendo che sussista un legame tra la reputazione del prodotto, anche industriale, e la sua origine geografica. Il Tribunale sottolinea, a questo proposito, che tale legame esiste in ragione di fattori umani. Infatti, grazie alle tecniche di fabbricazione della piadina, trasmesse in Romagna di generazione in generazione, inizialmente per il consumo immediato e poi per la consumazione differita, e grazie agli eventi socio-culturali organizzati dalla popolazione romagnola, il consumatore associa l’immagine della piadina romagnola, a prescindere dalle modalità artigianali o industriali di realizzazione, al territorio della Romagna. Il Tribunale ritiene, invece, che la Commissione, non avendo tenuto in considerazione l’avvenuto annullamento del disciplinare di produzione da parte del TAR Lazio, abbia svolto un’istruttoria incompleta e violato il principio di buona amministrazione. Tuttavia, poiché la sentenza del TAR Lazio è stata annullata dal Consiglio di Stato, i suddetti profili di illegittimità restano, per così dire, “virtuali”, sicché il Tribunale conclude che essi non possono condurre all’annullamento della decisione della Commissione. Infine, il Tribunale osserva che non è stato violato, nella specie, il fondamentale diritto di difesa della società ricorrente, la quale ha potuto fare valere le proprie ragioni sia davanti ai giudici nazionali sia davanti al giudice dell’Unione.
Scarica il file in formato PDF - 261 Kb
24/04/2018 - Sentenze nelle cause T-207/17 e T-2018/17, Senetic S.A. / EUIPO
Sentenze nelle cause T-207/17 e T-2018/17, Senetic S.A. / EUIPO La Hewlett Packard può registrare le lettere HP come marchio dell’Unione
Scarica il file in formato PDF - 143 Kb
24/04/2018 - Sentenza nella causa C-353/16, MP / Secretary of State for Home Department: (Protezione sussidiaria di una vittima di atti di tortura subiti in passato
Chi è stato vittima in passato di atti di tortura nel suo Paese di origine può beneficiare della «protezione sussidiaria» se corre il rischio effettivo di essere privato intenzionalmente in tale Paese di cure adeguate al suo stato di salute fisica e mentale Un rinvio verso tale Paese può altresì essere contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo
Scarica il file in formato PDF - 189 Kb
19/04/2018 - Corte UE 565/16 - RINUNCIA EREDITA' MINORE
Proroga di giurisdizione per rinunciare all’eredità del minore: applicabile il regolamento n. 2201/2003 Via libera alla proroga di competenza e alla scelta di un giudice diverso da quello della residenza abituale del minore per due genitori, di diversa nazionalità, che vogliono ottenere l’autorizzazione alla rinuncia dell’eredità di cui è destinataria la propria figlia. La scelta del giudice, infatti, può avvenire in modo implicito, anche senza un accordo scritto, a condizione che sia salvaguardato l’interesse superiore del minore. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza del 19 aprile nella causa C-565/16 su rinvio pregiudiziale di un giudice greco. Quest’ultimo aveva dubbi sulla propria competenza relativa all’azione di due genitori – padre italiano e madre greca – residenti con la figlia, cittadina greca, in Italia, che avevano presentato una richiesta di autorizzazione a rinunciare, per conto della figlia, all’eredità del nonno materno. Questo anche per il timore di azioni di risarcimento danni nei confronti della minore visto che il de cuius era stato condannato per tentata frode. Importante la precisazione della Corte Ue: la richiesta di autorizzazione alla rinuncia all’eredità del minore, che impone l’intervento del giudice tutelare, non è da inquadrare nella materia successoria perché è “conseguenza diretta dello stato e della capacità dei figli minori”, in quanto misura di protezione nell’amministrazione dei suoi beni. Il procedimento di successione – osserva la Corte – non è determinante per inquadrare la misura nel diritto delle successioni. Così, è applicabile il regolamento n. 2201/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale, che esclude dal proprio ambito di applicazione le successioni. Il regolamento individua come giudice competente, tra gli altri, quello della residenza abituale del minore, ma ammette la possibilità per le parti di scegliere il giudice. Una possibilità – scrive la Corte – che può realizzarsi in modo implicito e univoco con una domanda congiunta, anche senza accordo espresso. A patto, però, che anche il pubblico ministero, parte nel procedimento, sia d’accordo e che la proroga sia nell’interesse superiore del minore.
Scarica il file in formato PDF - 325 Kb
17/04/2018 - Corte UE C-414/16 17/4/2018 - Discriminazioni di carattere religioso in materia di lavoro
La Corte di giustizia si occupa per la prima volta dell’art. 4, par. 2, della direttiva 2000/78/CE sui limiti dell’esenzione delle organizzazioni di tendenza religiosa dal divieto di discriminazioni di carattere religioso in materia di lavoro. A fronte di un ordinamento come quello tedesco, che ha dato attuazione piuttosto blanda alla direttiva favorendo ampiamente l’autonomia confessionale e limitando conseguentemente il controllo giurisdizionale alla mera plausibilità del provvedimento confessionale, Corte giust. 17 aprile 2018, causa C-414/16 opta per l’interpretazione rigorosa del carattere essenziale, legittimo e giustificato del nesso tra mansioni del lavoratore e attività dell’ente, da accompagnare con l’applicazione del principio di proporzionalità (dalla stessa direttiva non richiamato espressamente). Il riconoscimento di una cognizione piena ed esauriente da parte del giudice consente una valutazione oggettiva, e non spiritualistica, del rapporto tra lavoro e tendenza in direzione di una tutela più efficace dei cittadini da discriminazioni di carattere religioso. 1)L’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, in combinato disposto con gli articoli 9 e 10 di quest’ultima, nonché con l’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve essere interpretato nel senso che, qualora una Chiesa o un’altra organizzazione la cui etica è fondata sulla religione o sulle convinzioni personali alleghi, a sostegno di un atto o di una decisione quale il rigetto di una candidatura a un posto di lavoro al suo interno, che, per la natura delle attività di cui trattasi o per il contesto in cui tali attività devono essere espletate, la religione costituisce un requisito essenziale, legittimo e giustificato per lo svolgimento dell’attività lavorativa, tenuto conto dell’etica di tale Chiesa o di tale organizzazione, una siffatta allegazione deve, se del caso, poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo al fine di assicurarsi che, nel caso di specie, siano soddisfatti i criteri di cui all’articolo 4, paragrafo 2, della suddetta direttiva. 2) L’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78 deve essere interpretato nel senso che il requisito essenziale, legittimo e giustificato per lo svolgimento dell’attività lavorativa ivi previsto rinvia a un requisito necessario e oggettivamente dettato, tenuto conto dell’etica della Chiesa o dell’organizzazione di cui trattasi, dalla natura o dalle condizioni di esercizio dell’attività professionale in questione, e non può includere considerazioni estranee a tale etica o al diritto all’autonomia di detta Chiesa o di detta organizzazione. Tale requisito deve essere conforme al principio di proporzionalità. 3) Un giudice nazionale investito di una controversia tra due privati è tenuto, qualora non gli sia possibile interpretare il diritto nazionale vigente in modo conforme all’articolo 4, paragrafo 2, della direttiva 2000/78, ad assicurare, nell’ambito delle sue competenze, la tutela giuridica spettante ai singoli in forza degli articoli 21 e 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e a garantire la piena efficacia di tali articoli, disapplicando all’occorrenza qualsiasi disposizione nazionale contraria.
Scarica il file in formato PDF - 283 Kb
17/04/2018 - C-414/16 - Il requisito dell’appartenenza a una religione per ottenere un posto di lavoro nell’ambito di una Chiesa deve poter essere soggetto a un controllo giurisdizionale effettivo
Il requisito dell’appartenenza a una religione per ottenere un posto di lavoro nell’ambito di una Chiesa deve poter essere soggetto a un controllo giurisdizionale effettivo Tale requisito deve essere necessario nonché, tenuto conto dell’etica della Chiesa, oggettivamente dettato dalla natura o dalle condizioni di esercizio dell’attività professionale in questione e deve essere conforme al principio di proporzionalità (Sentenza nella causa C-414/16, Vera Egenberger / Evangelisches Werk für Diakonie und Entwicklung)
Scarica il file in formato PDF - 187 Kb
17/04/2018 - C-316/16 e C-424/16 - Allontanamento dal territorio dello Stato
Il beneficio della protezione rafforzata contro l’allontanamento dal territorio è subordinato, in particolare, alla condizione che l’interessato goda di un diritto di soggiorno permanente Il requisito di aver «soggiornato nello Stato membro ospitante i precedenti dieci anni», che parimenti condiziona tale protezione rafforzata, può essere soddisfatto purché una valutazione complessiva della situazione del cittadino induca alla conclusione che, nonostante la sua detenzione, i legami di integrazione che lo collegano allo Stato membro ospitante non si sono interrotti (Sentenza nelle cause riunite C-316/16 e C-424/16, B / Land Baden-Württemberg e Secretary of State for the Home Department / Franco Vomero)
Scarica il file in formato PDF - 155 Kb
17/04/2018 - cause riunite C-195/17, da C-197/17 a C 203/17, C-226/17, C-228/17, C-254/17, C-274/17, C-275/17, da C-278/17 a C-286/17 e da C-290/17 a C-292/17 - sciopero selvaggio
Uno «sciopero selvaggio» del personale di volo a seguito dell’annuncio a sorpresa di una ristrutturazione non costituisce una «circostanza eccezionale» che consenta alla compagnia aerea di esonerarsi dall’obbligo di compensazione pecuniaria ad essa incombente in caso di cancellazione o ritardo prolungato del volo I rischi derivanti dalle conseguenze sociali che accompagnano tali misure sono inerenti al normale esercizio dell’attività della compagnia aerea (Sentenza nelle cause riunite C-195/17, da C-197/17 a C 203/17, C-226/17, C-228/17, C-254/17, C-274/17, C-275/17, da C-278/17 a C-286/17 e da C-290/17 a C-292/17, Helga Krüsemann e a. / TUIfly GmbH)
Scarica il file in formato PDF - 184 Kb
12/04/2018 - Corte UE C-550/16 - Minore non accompagnato - Ricongiungimento
Sentenza nella causa C 550/16, A e S / Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie Un minore non accompagnato che diventa maggiorenne nel corso della procedura di asilo conserva il suo diritto al ricongiungimento familiare La domanda di ricongiungimento familiare deve tuttavia essere presentata entro un termine ragionevole, in linea di principio tre mesi a decorrere dal giorno in cui al minore interessato è stato riconosciuto lo status di rifugiato
Scarica il file in formato PDF - 230 Kb
12/04/2018 - RESPONSABILITA' GENITORIALE
Conclusioni dell’avvocato generale nella causa C-335/17, Valcheva / Babanarakis L’avvocato generale Szpunar propone alla Corte di dichiarare che il diritto di visita in materia di responsabilità genitoriale include il diritto di visita dei nonni Il diritto dell’Unione prevede una regola di competenza unica e uniforme, che è quella delle autorità dello Stato membro della residenza abituale del minore
Scarica il file in formato PDF - 272 Kb
07/03/2018 - C-494/16 - Illegittima precarizzazione del rapporto di pubblico impiego per abuso di contratti a termine reiterati - Conseguenze
Sentenza Corte UE nella causa C-494/16, Giuseppa Santoro / Comune di Valderice e Presidenza del Consiglio dei Ministri Illegittima precarizzazione del rapporto di pubblico impiego per abuso di contratti a termine reiterati - Conseguenze La signora Santoro, assunta dal Comune di Valderice con una serie consecutiva di contratti a termine, si è rivolta al Tribunale di Trapani chiedendo la stabilizzazione del rapporto di lavoro, oltre al risarcimento del danno. Il Tribunale di Trapani osserva che, ferma l’illegittimità di una prassi abusiva di successione di contratti di lavoro a tempo determinato per oltre trentasei mesi nel settore pubblico[1] , si tratta di stabilire quale debba essere il modo di reagire a tale tipo di abuso, posto che nel settore privato è prevista l’automatica trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Nel settore pubblico, invece, viene solo riconosciuto un risarcimento in termini monetari. Tale diverso trattamento tra settore pubblico e privato è spiegato dal principio costituzionale in base al quale agli impieghi negli organismi pubblici si accede solo mediante concorso. Tuttavia, la legittimità di un diverso trattamento delle due categorie di lavoratori non significa che si possano discriminare, in senso sfavorevole, i lavoratori pubblici rispetto ai lavoratori privati: e, infatti, in una recente pronuncia, la Corte di cassazione a Sezioni Unite (sentenza n. 5072/2016), onde rendere equo il trattamento del lavoratore pubblico rispetto a quello del lavoratore privato in una situazione analoga (cioè, come detto, abuso della contrattazione a tempo determinato per un periodo di oltre tre anni), ha stabilito che il risarcimento al lavoratore del settore pubblico è composto da due parti: a. un'indennità forfettaria attribuita senza che il lavoratore sia chiamato a fornire alcuna prova, da quantificare fra un minimo di 2,5 mensilità e un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione (identico trattamento per le due categorie di lavoratori, pubblici e privati); b. un risarcimento per la perdita di chances favorevoli, previo assolvimento di un pesante onere probatorio a carico del lavoratore: costui deve dimostrare che, se l'Amministrazione avesse regolarmente indetto un concorso, egli sarebbe risultato vincitore o, comunque, che talune possibilità di impiego alternative sono sfumate a causa del rapporto a termine instaurato con l'Amministrazione. Questa voce risarcitoria serve a “compensare” l’impossibilità di stabilizzare un contratto di lavoro a termine nel settore pubblico. Ebbene, in relazione a quest’ultima voce, il Tribunale di Trapani osserva che al lavoratore si imporrebbe l’onere di fornire una prova “diabolica”, perché sarebbe impossibile provare (sia pure con l'ausilio di presunzioni) l'ipotetica vittoria di un eventuale concorso pubblico … mai bandito. Il risarcimento della perdita di chances, ossia uno dei due pilastri sui quali poggia la tutela approntata dalla Corte di cassazione, sarebbe quindi solo apparente e l'unica forma di tutela effettiva sarebbe rappresentata dall'indennità di cui al punto a), che da sola non eliminerebbe l’esistenza di una vera e propria discriminazione tra lavoratori pubblici e lavoratori privati. Così impostato il problema, il Tribunale di Trapani chiede alla Corte di giustizia, in via pregiudiziale, se la normativa italiana rispetti i principii di equivalenza e di effettività stabiliti dal diritto dell’Unione[2]. Con la sentenza odierna, la Corte rileva che gli Stati membri hanno un margine di discrezionalità nella scelta degli strumenti per contrastare l’abuso dei contratti a termine e che il diritto dell’Unione non prevede alcun obbligo di far conseguire a detto abuso la stabilizzazione del rapporto di lavoro, sia esso pubblico o privato. La Corte osserva, inoltre, che gli Stati membri sono liberi di prevedere, per l’abuso dei contratti a termine, conseguenze diverse nel settore pubblico e nel settore privato. La Corte evidenzia che non può essere invocato a questo proposito il principio di equivalenza, il quale, nel diritto dell’Unione, significa che le persone che fanno valere dei diritti scaturenti da norme dell’Unione non devono essere sfavorite rispetto a quelle che fanno valere analoghi diritti scaturenti da norme puramente nazionali. In tal senso, quindi, non vi sono elementi per affermare che la normativa italiana violi detto principio. La Corte ritiene che neppure il principio di effettività sia violato dalla normativa italiana, non emergendo che la stessa, come interpretata dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione, renda praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti ai privati dal diritto dell’Unione: spetterà al giudice nazionale “alleggerire”, attraverso l’uso di presunzioni, l’onere della prova a carico del lavoratore in relazione alla perdita dell’opportunità di ottenere un vantaggio. La Corte dichiara, quindi, che il diritto dell’Unione non osta alla normativa italiana in materia di risarcimento del lavoratore del settore pubblico “vittima” di abuso di contratti a termine, purché tale normativa sia accompagnata da un meccanismo di sanzioni effettivo e dissuasivo, ciò che il giudice nazionale dovrà verificare. A tal proposito, la Corte invita il giudice nazionale a tener conto non solo del sistema risarcitorio nei confronti del lavoratore ma anche del sistema sanzionatorio previsto nei confronti del dirigente pubblico responsabile del ricorso abusivo ai contratti a tempo determinato.
Scarica il file in formato PDF - 161 Kb
01/03/2018 - T-85/16 e T-629/16, Shoe Branding BVBA/EUIPO: Adidas può opporsi alla registrazione, come marchio dell'Unione, di due strisce parallele apposte su delle scarpe
Adidas può opporsi alla registrazione, come marchio dell’Unione, di due strisce parallele apposte su delle scarpe I marchi richiesti nel caso di specie rischiano di trarre indebito vantaggio dal marchio anteriore adidas raffigurante tre strisce parallele apposte su una scarpa Nel 2009 e nel 2011, la società belga Shoe Branding Europe ha chiesto all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO)[1] la registrazione di due marchi dell’Unione europea (figura in basso a sinistra), uno per le calzature e l’altro per le scarpe antinfortunistiche. La società tedesca Adidas ha proposto opposizione alla registrazione dei suddetti marchi facendo valere, tra gli altri, uno dei suoi marchi riprodotto di seguito in basso a destra: Marchi per i quali la Shoe Branding Europe chiede la registrazione Marchio addotto da Adidas per opporsi alle domande della Shoe Branding Europe Con decisioni del 2015 e del 2016, l’EUIPO ha accolto le opposizioni di Adidas e ha negato la registrazione dei due marchi richiesti dalla Shoe Branding Europe. In particolare, l’EUIPO ha considerato che, tenuto conto di una certa somiglianza tra i marchi in conflitto, dell’identità[2] o della somiglianza[3] dei prodotti designati da tali marchi e dell’elevata notorietà del marchio anteriore adidas, esisteva il rischio che il pubblico di riferimento stabilisse un nesso tra i marchi in conflitto e che l’uso dei marchi richiesti traesse indebito vantaggio dalla notorietà del marchio adidas, senza che, nel caso di specie, tale uso fosse giustificato da un giusto motivo. Con le sentenze odierne, il Tribunale dell’Unione europea respinge i ricorsi proposti dalla Shoe Branding Europe avverso le due decisioni dell’EUIPO e conferma pertanto tali decisioni. Secondo il Tribunale, l’EUIPO non ha commesso alcun errore di valutazione per avere, in particolare, ritenuto i) probabile che l’uso dei marchi richiesti traesse indebito vantaggio dalla notorietà del marchio adidas e ii) che la Shoe Branding Europe non avesse dimostrato l’esistenza di un giusto motivo per l’uso dei marchi richiesti. Per quanto riguarda il marchio richiesto dalla Shoe Branding Europe nel 2009 per le calzature, occorre ricordare che il Tribunale si pronuncia al riguardo per la seconda volta. Con sentenza del 21 maggio 2015[4], il Tribunale aveva infatti annullato una precedente decisione dell’EUIPO che, a torto, aveva concluso per l’assenza di somiglianze tra i marchi in conflitto. Tale sentenza del Tribunale è stata confermata dalla Corte di giustizia con ordinanza del 17 febbraio 2016[5] (si veda per dettagli il comunicato stampa n. 17/16).
Scarica il file in formato PDF - 159 Kb
28/02/2018 - C-46/17, 28/2/2018 - La proroga di un contratto di lavoro oltre l'età normale di pensionamento può essere limitata nel tempo
Sentenza nella causa C-46/17 Hubertus John / Freie Hansestadt Bremen 28/2/2018 La proroga di un contratto di lavoro oltre l’età normale di pensionamento può essere limitata nel tempo Il dipendente non può far valere che si tratta di un ricorso abusivo a contratti a tempo determinato Il sig. Hubertus John è stato dipendente della città di Brema (Germania) in qualità di docente a contratto. Nell’avvicinarsi all’età normale di pensionamento, ha chiesto di poter continuare a lavorare oltre a tale termine. La città ha accettato di prorogare il suo contratto fino alla fine dell’anno scolastico 2014/2015. In seguito, la città ha respinto un’ulteriore domanda del sig. John di proroga fino al termine del primo semestre dell’anno scolastico 2015/2016. Ritenendo che la durata determinata della proroga accordatagli fosse contraria al diritto dell’Unione, il sig. John ha intentato una causa contro la città. Investito della controversia, il Landesarbeitsgericht Bremen (Tribunale superiore del lavoro del Land, Brema, Germania) rileva che la normativa tedesca in vigore consente alle parti del contratto di lavoro, secondo certe modalità, di differire la data di cessazione del contratto per il solo fatto che il lavoratore, con il raggiungimento dell’età normale di pensionamento, ha diritto ad una pensione di vecchiaia. Il Landesarbeitsgericht Bremen chiede alla Corte di giustizia se una tale normativa sia compatibile con il divieto di discriminazione fondata sull’età[1] e con l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato[2] (accordo inteso a evitare il ricorso abusivo ad una successione di contratti a tempo determinato). Con la sentenza odierna, la Corte accerta che il divieto di discriminazione fondata sull’età non osta ad una disposizione nazionale come quella in questione, che subordina il differimento della data di cessazione di attività dei lavoratori che hanno raggiunto l’età di pensionamento prevista dalla legge al consenso accordato dal datore di lavoro per un periodo determinato. Secondo la Corte, la normativa in questione non sfavorisce i soggetti che abbiano raggiunto l’età pensionabile, rispetto a quelli che non l’hanno ancora raggiunta. Essa costituisce una deroga al principio della cessazione automatica del rapporto di lavoro quando il lavoratore abbia raggiunto l’età normale di pensionamento e consente di differire la data di cessazione del rapporto di lavoro a più riprese, senza condizioni né limiti di tempo. La prosecuzione del rapporto di lavoro, in ogni caso, non può avvenire senza accordo tra le due parti contrattuali. Per quanto concerne l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, la Corte dubita, innanzitutto, che la proroga in questione possa essere considerata un utilizzo di una successione di contratti a tempo determinato. Infatti, non pare escluso che una simile proroga possa essere considerata come un semplice rinvio contrattuale dell’età di pensionamento inizialmente concordata. La Corte osserva, a tal proposito, che non risulta da alcun elemento del fascicolo che la normativa controversa possa favorire il ripetuto ricorso a contratti a tempo determinato o costituisca una potenziale fonte di abusi a danno dei lavoratori. Non vi è comunque motivo di ritenere che i limiti di età corrispondenti all’età normale di pensionamento comportino sistematicamente una precarizzazione della situazione dei lavoratori interessati, ai sensi dell’accordo quadro, se questi ultimi beneficiano di una pensione a importo pieno e, in particolare, se il datore di lavoro è autorizzato a procedere ad un rinnovo del contratto di lavoro di cui trattasi. Nell’ipotesi in cui il Landesarbeitsgericht Bremen concludesse nel senso che la proroga accordata al sig. John dev’essere considerata un utilizzo di una successione di contratti a tempo determinato, la Corte statuisce che l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato non osta a una disposizione nazionale come quella in questione, che permette alle parti del contratto di lavoro di differire senza limiti di tempo, di comune accordo ed eventualmente anche più volte, la data di cessazione del contratto per il solo fatto che il lavoratore, con il raggiungimento dell’età normale di pensionamento, ha diritto alla pensione di vecchiaia. La Corte rinvia a tal proposito alle osservazioni del Landesarbeitsgericht Bremen, secondo cui un lavoratore che ha raggiunto il limite di età normale per percepire una pensione di vecchiaia a norma di legge si distingue dagli altri lavoratori non soltanto in quanto gode di una protezione sociale, ma anche per il fatto che - di norma - egli si trova alla fine della sua vita professionale e, di conseguenza, sotto il profilo della durata determinata del proprio contratto, non è posto dinnanzi all’alternativa di beneficiare di un contratto a tempo indeterminato. Inoltre, la proroga in questione garantisce il mantenimento delle condizioni contrattuali iniziali, pur conservando il lavoratore interessato il diritto di percepire una pensione di vecchiaia
Scarica il file in formato PDF - 145 Kb
27/02/2018 - Sentenza nella causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses/Tribunal de Contas, 27/2/2018
Sentenza nella causa C-64/16, Associação Sindical dos Juízes Portugueses/Tribunal de Contas Le riduzioni salariali applicate ai giudici del Tribunal de Contas in Portogallo non violano il principio dell’indipendenza dei giudici Infatti, tali misure, adottate nell’ambito di un’assistenza finanziaria dell’Unione europea a detto Stato membro, hanno colpito, in modo generale e temporaneo, una gran parte del pubblico impiego portoghese Il legislatore portoghese ha ridotto temporaneamente, a partire dal mese di ottobre del 2014, l’importo della retribuzione di una serie di titolari di cariche e di persone che esercitano funzioni nel settore pubblico, tra cui i giudici del Tribunal de Contas (Corte dei Conti, Portogallo). Una legge del 2015 ha posto fine, con effetto progressivo a partire dal 1° gennaio 2016, a tali misure di riduzione. L’Associação Sindical dos Juízes Portugueses (Associazione sindacale dei giudici portoghesi, «ASJP»), che agisce per conto di membri del Tribunal de Contas, ha proposto dinanzi al Supremo Tribunal Administrativo (Corte amministrativa suprema, Portogallo) un ricorso contro tali misure di bilancio. L’ASJP considera che le misure di riduzione salariale violano il «principio dell’indipendenza dei giudici», sancito non soltanto dalla Costituzione portoghese, ma anche dal diritto dell’Unione. A parere del Supremo Tribunal Administrativo, le misure di riduzione temporanea dell’importo delle retribuzioni del settore pubblico si basano su esigenze imperative di riduzione del disavanzo di bilancio eccessivo dello Stato portoghese imposte al governo portoghese dall’Unione in contropartita, in particolare, di un’assistenza finanziaria a tale Stato membro. Il Supremo Tribunal Administrativo rileva, tuttavia, che lo Stato portoghese è anche obbligato a rispettare i principi generali del diritto dell’Unione, tra cui quello dell’indipendenza dei giudici, applicabile sia ai giudici dell’Unione sia ai giudici nazionali. Infatti, secondo il Supremo Tribunal Administrativo, la tutela giurisdizionale effettiva dei diritti derivanti dall’ordinamento giuridico dell’Unione è garantita, in via principale, dai giudici nazionali. Questi ultimi sarebbero chiamati ad attuare detta tutela nel rispetto dei principi di indipendenza e di imparzialità. Il Supremo Tribunal Administrativo sottolinea che l’indipendenza degli organi giurisdizionali dipende dalle garanzie associate allo status dei loro membri, anche in termini di retribuzione. Esso chiede quindi alla Corte di giustizia se il principio dell’indipendenza dei giudici osti all’applicazione ai membri del potere giudiziario di uno Stato membro di misure generali di riduzione salariale, qualora misure del genere siano associate, come nel caso di specie, ad esigenze di eliminazione di un disavanzo eccessivo di bilancio nonché ad un programma di assistenza finanziaria dell’Unione. Con la sua sentenza odierna, la Corte dichiara che il principio dell’indipendenza dei giudici non osta all’applicazione delle misure di cui trattasi ai membri del Tribunal de Contas. La Corte sottolinea, anzitutto, l’importanza del principio di tutela giurisdizionale effettiva in quanto principio generale del diritto dell’Unione che deriva dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e che è attualmente affermato nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Spetta quindi agli Stati membri prevedere che il loro sistema giuridico garantisca un controllo giurisdizionale effettivo nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione. L’esistenza stessa di tale controllo destinato ad assicurare il rispetto del diritto dell’Unione è intrinseca ad uno Stato di diritto. Ne consegue che ogni Stato membro deve garantire che gli organi rientranti, in quanto «giurisdizione» nel senso definito dal diritto dell’Unione, nel suo sistema di rimedi giurisdizionali nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione soddisfino i requisiti di una tutela giurisdizionale effettiva. Nella misura in cui il Tribunal de Contas potrebbe pronunciarsi, in qualità di «giurisdizione», su questioni riguardanti l’applicazione o l’interpretazione del diritto dell’Unione, cosa che spetterà al Supremo Tribunal Administrativo verificare, il Portogallo deve quindi garantire che tale organo soddisfi i requisiti inerenti a una tutela giurisdizionale effettiva. La Corte rileva, poi, che la preservazione dell’indipendenza di tale organo è di primaria importanza ed è intrinseca alla sua funzione giurisdizionale. Essa s’impone non soltanto a livello dell’Unione, ma anche a livello degli Stati membri e, pertanto, ai giudici nazionali. È essenziale per il buon funzionamento del sistema di cooperazione giudiziaria tra i giudici nazionali e la Corte. In tale contesto, la Corte precisa che la nozione di «indipendenza» presuppone, in particolare, che l’organo di cui trattasi eserciti le sue funzioni giurisdizionali in piena autonomia, senza vincoli gerarchici o di subordinazione nei confronti di alcuno e senza ricevere ordini o istruzioni da alcuna fonte, e che esso sia quindi tutelato da interventi o pressioni dall’esterno idonei a compromettere l’indipendenza di giudizio dei suoi membri e ad influenzare le loro decisioni. Essa aggiunge che il fatto che i membri dell’organo giurisdizionale in questione percepiscano una retribuzione di livello adeguato all’importanza delle funzioni che esercitano costituisce un elemento inerente all’indipendenza dei giudici. Tuttavia, la Corte dichiara che le misure di riduzione salariale di cui trattasi non possono essere considerate lesive dell’indipendenza dei membri del Tribunal de Contas. Infatti, tali misure non sono state applicate soltanto ai membri del Tribunal de Contas, ma, in termini più ampi, a differenti titolari di cariche pubbliche e a persone che esercitano funzioni nel settore pubblico, tra cui i rappresentanti dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Si tratta quindi di misure generali dirette a far sì che un insieme di membri del pubblico impiego nazionale contribuisca allo sforzo di austerità dettato dalle esigenze imperative di riduzione del disavanzo di bilancio eccessivo dello Stato portoghese. Inoltre, le misure in questione presentavano carattere temporaneo, poiché sono entrate in vigore il 1° ottobre 2014 e sono state definitivamente abrogate il 1° ottobre 2016.
Scarica il file in formato PDF - 186 Kb
22/02/2018 - Conclusioni dell'avvocato generale nella causa C-632/16 - Etichette energetiche - Pratiche Commerciali Sleali
Conclusioni dell’avvocato generale nella causa C-632/16 Dyson Ltd, Dyson BV/BSH Home Appliances NV Lussemburgo, 22/2/2018 L’avvocato generale Saugmandsgaard Øe propone alla Corte di statuire che i fornitori e i distributori di aspirapolvere non possono utilizzare etichette aggiuntive che riproducono o specificano le informazioni contenute nell’etichetta energetica prevista dal regolamento dell’Unione Inoltre, la direttiva sulle pratiche commerciali sleali non si applica agli aspetti specifici delle pratiche commerciali sleali disciplinati dal regolamento, dato che quest’ultimo non lascia alcun margine di manovra ai professionisti interessati Dal 1o settembre 2014, su tutti gli aspirapolvere venduti nell’Unione europea deve essere apposta un’etichetta energetica secondo le modalità precisate dalla Commissione in un regolamento che integra la direttiva sull’etichettatura energetica[1]. L’etichettatura ha in particolare lo scopo di informare i consumatori sul livello di efficienza energetica e sulle prestazioni di pulizia dell’aspirapolvere. La società Dyson vende aspirapolvere che funzionano senza sacchetto per la polvere, mentre la società BSH vende aspirapolvere, con i marchi Siemens e Bosch, che funzionano nel modo classico con il sacchetto per la polvere. La Dyson contesta l’etichettatura energetica degli aspirapolvere commercializzati dalla BSH. Tale etichettatura riflette i risultati delle prove di efficienza energetica eseguiti con un sacchetto vuoto, in conformità al regolamento. La Dyson ritiene che l’etichettatura energetica di questi aspirapolvere induca in errore il consumatore per il fatto che, in condizioni di uso normale, il sacchetto si riempie di polvere per cui i pori si ostruiscono e il motore deve sviluppare maggiore potenza per mantenere lo stesso potere aspirante. Inoltre, gli aspirapolvere commercializzati dalla Dyson, che funzionano senza sacchetto per la polvere, non sarebbero soggetti a questa perdita di efficienza energetica nelle normali condizioni d’uso [2]. La Dyson ha introdotto un’azione contro la BSH dianzi al rechtbank van koophandel te Antwerpen (Tribunale del commercio di Anversa, Belgio). Quest’ultimo chiede alla Corte di giustizia se, alla luce della direttiva sulle pratiche commerciali sleali[3], la BSH induca il consumatore in errore astenendosi dal menzionare che le prove sono state eseguite con un sacco per la polvere vuoto. Il rechtbank van koophandel te Antwerpen rileva peraltro che la BSH ha scrupolosamente rispettato le disposizioni del regolamento e si chiede se l’aggiunta di ulteriori informazioni sia compatibile con le disposizioni del regolamento relative al formato e al contenuto dell’etichetta. Nelle odierne conclusioni, l’avvocato generale Henrik Saugmandsgaard Øe considera che per quanto riguarda il formato e il contenuto dell’etichetta energetica, il regolamento non offre alcun margine di manovra ai produttori e ai rivenditori, cosicché questi ultimi non possono specificare le condizioni in cui sono state eseguite le prove che hanno determinato la classificazione energetica. L’avvocato generale rileva in proposito che l’uso dell’etichetta energetica è obbligatorio. Per di più, tale etichetta deve rispettare tutti i requisiti prescritti dal regolamento, per quanto riguarda sia il formato sia le informazioni che deve contenere. Secondo l’avvocato generale, con l’adozione del regolamento, il legislatore dell’Unione ha consapevolmente fatto una scelta sulle informazioni che devono essere comunicate ai consumatori con l’etichetta energetica. Ora, la metodologia utilizzata per misurare le prestazioni energetiche degli aspirapolvere non figura tra le informazioni considerate dal legislatore. Inoltre, l’avvocato generale conclude che il regolamento osta all’utilizzo di etichette aggiuntive che riproducano o specifichino le informazioni che figurano sull’etichetta energetica. Egli constata che consentire l’utilizzo di tali etichette aggiuntive metterebbe in discussione lo scopo del regolamento, ossia uniformare le informazioni comunicate agli utilizzatori finali in relazione al consumo di energia e ad altre risorse essenziali. L’avvocato generale precisa, per contro, che tale interpretazione riguarda unicamente le informazioni che rientrano nell’ambito di applicazione del regolamento. Considera pertanto che il regolamento non osta alla comunicazione di informazioni che non rientrano nel suo ambito di applicazione, quali, ad esempio, il prezzo di vendita, il luogo di fabbricazione o la durata della garanzia. Per finire, l’avvocato generale esamina la questione se il fatto di utilizzare l’etichetta energetica in conformità al regolamento (vale a dire senza specificare le condizioni nelle quali sono state eseguite le prove) possa rappresentare un’omissione ingannevole ai sensi della direttiva sulle pratiche commerciali sleali. L’avvocato generale conclude che la direttiva non è applicabile agli aspetti specifici delle pratiche commerciali sleali disciplinati dalle norme dell’Unione che non lasciano alcun margine di manovra ai professionisti interessati, come l’obbligo di utilizzare un’etichetta energetica precisa e il divieto di utilizzare etichette aggiuntive che riproducono o specificano le informazioni ivi contenute. Perciò, non è necessario, a suo avviso, verificare l’esistenza di un’omissione ingannevole ai sensi della direttiva.
Scarica il file in formato PDF - 230 Kb
22/02/2018 - Conclusioni dell'avvocato generale nella causa C-44/17, The Scotch Whisky Association, The Registered Office / Michael Klotz - INDICAZIONI GEOGRAFICHE
Lussemburgo 22/2/2018 L’avvocato generale Saugmandsgaard Øe si pronuncia sull’interpretazione delle disposizioni del diritto dell’Unione relative alle indicazioni geografiche degli alcolici nel quadro di una controversia concernente un whisky tedesco denominato «Glen Buchenbach» Un giudice tedesco ha chiesto alla Corte di giustizia se l’uso di un nome siffatto possa costituire un «impiego indiretto» o un’«evocazione» dell’indicazione geografica registrata «Scotch Whisky» oppure un’«indicazione falsa o ingannevole tale da indurre in errore sull’origine» del prodotto Il sig. Michael Klotz commercializza un whisky recante la denominazione «Glen Buchenbach», prodotto da una distilleria situata a Berglen nella valle di Buchenbach in Souabe (Germania). L’etichetta apposta sulle bottiglie contiene, in particolare, le seguenti informazioni: « Waldhornbrennerei [distilleria Waldhorn], Glen Buchenbach, Swabian Single Malt Whisky [whisky single malt del Souabe], Deutsches Erzeugnis [prodotto tedesco], Hergestellt in den Berglen [fatto nei Berglen] ». The Scotch Whisky Association, che ha lo scopo di promuovere gli interessi dell’industria del whisky scozzese, ritiene che l’uso del termine «Glen» per il whisky tedesco in questione leda l’indicazione geografica registrata «Scotch Whisky». Infatti, malgrado le altre menzioni contenute nell’etichetta, il termine «Glen» potrebbe spingere i consumatori a stabilire un nesso inopportuno con tale indicazione geografica registrata e, pertanto, indurli in errore in merito all’origine del whisky in questione. The Scotch Whisky Association ha pertanto adito il Landgericht Hamburg (Tribunale di Amburgo, Germania) affinché quest’ultimo ordini al sig. Klotz di cessare di utilizzare la denominazione «Glen Buchenbach» per questo whisky. È in tale contesto che il Landgericht Hamburg chiede alla Corte di giustizia di interpretare la normativa dell’Unione in materia di protezione delle indicazioni geografiche registrate applicabile agli alcolici [1]. Esso spiega che il termine «glen» è una parola di origine gaelica che significa «valle stretta» e che 31 delle 116 distillerie che producono «Scotch Whisky» (ossia, whisky di origine scozzese) recano il nome del glen nel quale sono situate. Detto giudice sottolinea tuttavia che esistono anche whisky prodotti al di fuori della Scozia, che contengono il termine «glen» nella loro denominazione, quali i whisky «Glen Breton», «Glendalough» e «Glen Els», originari, rispettivamente, del Canada, dell’Irlanda e della Germania. Nelle sue odierne conclusioni, l’avvocato generale Henrik Saugmandsgaard Øe osserva anzitutto che è la prima volta che la Corte è invitata a precisare in che misura una denominazione che non presenta nessuna somiglianza, né fonetica né visiva, con un’indicazione geografica protetta possa comunque ledere quest’ultima. In primo luogo, l’avvocato generale ritiene che un’indicazione geografica registrata costituisca oggetto di un «impiego indiretto» proibito solo qualora la denominazione controversa sia identica all’indicazione in questione oppure simile foneticamente e/o visivamente. Pertanto, non è sufficiente che questa denominazione sia in grado di suscitare, nella mente del consumatore in questione, una qualsivoglia associazione di idee con l’indicazione o con la zona geografica interessata. In secondo luogo, l’avvocato generale reputa che la denominazione controversa non debba necessariamente presentare una parentela fonetica e visiva con l’indicazione geografica registrata per costituire un’«evocazione» illecita di detta indicazione. Viceversa, non è sufficiente che la denominazione possa suscitare, nella mente del consumatore in questione, una qualsivoglia associazione di idee con l’indicazione protetta o con la zona geografica interessata. In mancanza di una parentela fonetica e visiva, occorre allora tener conto della vicinanza concettuale esistente, se del caso, tra l’indicazione interessata e la denominazione contestata, purché tale vicinanza sia in grado di indurre il consumatore ad avere in mente, come immagine di riferimento, il prodotto che beneficia dell’indicazione. Pertanto, spetterà al Landgericht Hamburg, e soltanto ad esso, verificare se, nel caso di specie, un consumatore medio europeo abbia direttamente in mente lo «Scotch Whisky» in presenza di un prodotto paragonabile recante la designazione «Glen». L’avvocato generale aggiunge che, al fine di qualificare l’esistenza di un’«evocazione» vietata, non occorre prendere in considerazione le informazioni aggiuntive che compaiono ai lati del segno controverso nella designazione, presentazione o etichettatura del prodotto in questione, in particolare quelle che fanno riferimento alla reale origine del prodotto. In tale contesto, è indifferente che la denominazione controversa corrisponda al nome dell’impresa e/o del luogo in cui il prodotto è ottenuto; in effetti, il sig. Klotz sostiene che la designazione «Glen Buchenbach» costituirebbe un gioco di parole formato a partire dal nome del luogo di origine della bevanda in questione (Berglen) e dal nome di un fiume del posto (Buchenbach). Infine, in terzo luogo, l’avvocato generale osserva che per qualificare l’esistenza di un’«indicazione falsa o ingannevole tale da indurre in errore sull’origine» del prodotto in questione, non occorre nemmeno prendere in considerazione le informazioni aggiuntive che compaiono ai lati del segno controverso nella designazione, presentazione o etichettatura del prodotto in questione, in particolare quelle che fanno riferimento alla reale origine del prodotto.
Scarica il file in formato PDF - 194 Kb
22/02/2018 - C-103/16, 22/2/2018 - Le lavoratrici gestanti possono essere licenziate a seguito di un licenziamento collettivo
Sentenza nella causa C-103/16 Jessica Porras Guisado/Bankia S.A., Fondo de Garantía Salarial e altri Le lavoratrici gestanti possono essere licenziate a seguito di un licenziamento collettivo In un caso del genere, il datore di lavoro deve fornire alla lavoratrice gestante licenziata i motivi che giustificano il licenziamento nonché i criteri oggettivi adottati per designare i lavoratori da licenziare Il 9 gennaio 2013 la società spagnola Bankia ha avviato una fase di consultazione con i rappresentanti dei lavoratori al fine di procedere a un licenziamento collettivo. L’8 febbraio 2013 il comitato di negoziazione è giunto a un accordo che stabiliva i criteri da applicare nella scelta dei lavoratori da licenziare e quelli che stabiliscono una priorità al mantenimento dei posti di lavoro nell’impresa. Il 13 novembre 2013 la Bankia ha notificato a una lavoratrice, che era all’epoca incinta, una lettera di licenziamento in forza dell’accordo del comitato di negoziazione. Tale lettera indicava, in particolare, che nel caso specifico della provincia in cui essa lavorava era necessario ridurre in misura notevole l’organico e che dalla procedura di valutazione realizzata dall’impresa nel corso della fase di consultazione risultava che essa aveva ottenuto uno dei punteggi più bassi della provincia. La lavoratrice di cui trattasi ha contestato il suo licenziamento dinanzi al Juzgado de lo Social n. 1 de Mataró (Tribunale del lavoro n. 1 di Mataró, Spagna), che si è pronunciato a favore della Bankia. Essa ha quindi proposto appello contro detta sentenza dinanzi al Tribunal Superior de Justicia de Cataluña (Corte superiore di giustizia della Catalogna, Spagna). Quest’ultimo chiede alla Corte di giustizia di interpretare il divieto di licenziare le lavoratrici gestanti, previsto nella direttiva 92/85 sulla sicurezza e la salute delle lavoratrici gestanti[1], nel contesto di una procedura di licenziamento collettivo ai sensi della direttiva 98/59 sui licenziamenti collettivi[2]. Infatti, la direttiva 92/85 vieta il licenziamento delle lavoratrici nel periodo compreso tra l’inizio della gravidanza e il termine del congedo di maternità, tranne nei casi eccezionali non connessi al loro stato ammessi dalle legislazioni e/o prassi nazionali. Con la sua sentenza odierna, la Corte dichiara che la direttiva 92/85 non osta a una normativa nazionale che consente il licenziamento di una lavoratrice gestante a causa di un licenziamento collettivo. La Corte ricorda, anzitutto, che una decisione di licenziamento adottata per motivi essenzialmente legati allo stato di gravidanza dell’interessata è incompatibile con il divieto di licenziamento previsto in tale direttiva. Per contro, una decisione di licenziamento presa durante il periodo che va dall’inizio della gravidanza fino al termine del congedo di maternità per motivi non connessi allo stato di gravidanza della lavoratrice non è contraria alla direttiva 92/85 se il datore di lavoro fornisce per iscritto giustificati motivi di licenziamento e il licenziamento dell’interessata è consentito dalle legislazioni e/o prassi dello Stato membro di cui trattasi. Ne consegue che i motivi non inerenti alla persona del lavoratore, che possono essere invocati nell’ambito dei licenziamenti collettivi ai sensi della direttiva 98/59, rientrano nei casi eccezionali non connessi allo stato delle lavoratrici ai sensi della direttiva 92/85. La Corte dichiara, poi, che la direttiva 92/85 non osta a una normativa nazionale che consenta al datore di lavoro di licenziare una lavoratrice gestante nell’ambito di un licenziamento collettivo senza fornirle motivi diversi da quelli che giustificano tale licenziamento collettivo, a condizione che siano indicati i criteri oggettivi adottati per designare i lavoratori da licenziare. A tal fine, il combinato disposto delle due direttive richiede unicamente che il datore di lavoro: i) esponga per iscritto i motivi non inerenti alla persona della lavoratrice gestante per i quali esso effettua il licenziamento collettivo (in particolare, motivi economici, tecnici o relativi all’organizzazione o alla produzione dell’impresa) e ii) indichi alla lavoratrice interessata i criteri oggettivi presi in considerazione per designare i lavoratori da licenziare. In risposta a un’altra questione sollevata dal Tribunal Superior de Justicia de Cataluña, la Corte dichiara altresì che la direttiva 92/85 osta a una normativa nazionale che non vieti, in linea di principio, il licenziamento di una lavoratrice gestante, puerpera o in periodo di allattamento, a titolo preventivo, e che preveda unicamente la nullità di tale licenziamento se questo è illegittimo, a titolo di risarcimento. La Corte sottolinea che la direttiva 92/85 opera un’espressa distinzione tra, da un lato, la tutela contro il licenziamento stesso, a titolo preventivo, e, dall’altro, la tutela contro le conseguenze del licenziamento, a titolo di risarcimento. Gli Stati membri sono quindi tenuti ad instaurare tale duplice protezione. La tutela preventiva è particolarmente importante nel quadro della direttiva 92/85, in considerazione dei rischi che un eventuale licenziamento fa gravare sullo stato fisico e psichico delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, ivi compreso il rischio particolarmente grave di spingere la lavoratrice gestante ad interrompere volontariamente la gravidanza. Il divieto di licenziamento che figura nella direttiva risponde a tale preoccupazione. Pertanto, la Corte considera che la tutela a titolo di risarcimento, anche nell’ipotesi in cui sfociasse nella reintegrazione della lavoratrice licenziata e nel versamento delle retribuzioni non percepite a causa del licenziamento, non può sostituire la tutela a titolo preventivo. Di conseguenza, gli Stati membri non possono limitarsi a prevedere unicamente, a titolo di risarcimento, la nullità di tale licenziamento se questo è ingiustificato. In risposta alle altre due questioni sollevate dal giudice spagnolo, la Corte dichiara che la direttiva 92/85 non osta a una normativa nazionale che, nell’ambito di un licenziamento collettivo, non preveda né una priorità al mantenimento del posto di lavoro né una priorità di riqualificazione applicabili prima di tale licenziamento, per le lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento. Infatti, la direttiva 92/85 non impone agli Stati membri di prevedere priorità del genere. Tuttavia, poiché la direttiva contiene unicamente prescrizioni minime, gli Stati membri hanno la facoltà di garantire una protezione più elevata alle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento.
Scarica il file in formato PDF - 351 Kb
21/02/2018 - C-518/17, 21/2/2018 - Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori - Organizzazione dell'orario di lavoro - Nozioni di "orario di lavoro" e "periodo di riposo"
SENTENZA DELLA CORTE UE (Quinta Sezione) 21 febbraio 2018 «Rinvio pregiudiziale – Direttiva 2003/88/CE – Tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori – Organizzazione dell’orario di lavoro – Articolo 2 – Nozioni di “orario di lavoro” e “periodo di riposo” – Articolo 17 – Deroghe – Vigili del fuoco – Ore di guardia – Servizi di guardia al proprio domicilio» Nella causa C-518/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla cour du travail de Bruxelles (corte del lavoro di Bruxelles, Belgio), con decisione del 14 settembre 2015, pervenuta in cancelleria il 28 settembre 2015, nel procedimento Ville de Nivelles contro Rudy Matzak, 1) L’articolo 17, paragrafo 3, lettera c), punto iii), della direttiva 2003/88/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che gli Stati membri non possono derogare, con riferimento a talune categorie di vigili del fuoco reclutati dai servizi pubblici antincendio, a tutti gli obblighi derivanti dalle disposizioni di tale direttiva, ivi compreso l’articolo 2 di quest’ultima, che definisce in particolare le nozioni di «orario di lavoro» e di «periodo di riposo». 2) L’articolo 15 della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che esso non consente agli Stati membri di adottare o mantenere una definizione della nozione di «orario di lavoro» meno restrittiva di quella contenuta all’articolo 2 di tale direttiva. 3) L’articolo 2 della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che esso non impone agli Stati membri di determinare la retribuzione dei periodi di guardia al proprio domicilio come quelli di cui al procedimento principale in funzione della previa qualificazione di tali periodi come «orario di lavoro» o «periodo di riposo». 4) L’articolo 2 della direttiva 2003/88 deve essere interpretato nel senso che le ore di guardia che un lavoratore trascorre al proprio domicilio con l’obbligo di rispondere alle convocazioni del suo datore di lavoro entro 8 minuti, obbligo che limita molto fortemente le possibilità di svolgere altre attività, devono essere considerate come «orario di lavoro».
Scarica il file in formato PDF - 314 Kb
07/02/2018 - CORTE UE C-304/16 e C-643/16 - La Corte estende i casi in cui si applicano i massimali delle commissioni interbancarie
UFFICIO DEI REFERENTI PER LA FORMAZIONE DECENTRATA DISTRETTO DI TORINO Cari Colleghi, a nome dell’Ufficio dei Referenti per la Formazione Decentrata di diritto europeo, vi segnalo Corte di giustizia dell’Unione europea COMUNICATO STAMPA n. 12/18 Lussemburgo, 7 febbraio 2018 Sentenza nelle cause C-304/16 e C-643/16 The Queen, su istanza di American Express Company / The Lords Commissioners of Her Majesty's Treasury ________________________________________ Uno schema a tre parti che coinvolge un partner di carta multimarchio in co-branding o un agente è soggetto alle stesse limitazioni applicabili agli schemi a quattro parti in materia di commissioni interbancarie Tuttavia, il solo fatto che uno schema di carte di pagamento a tre parti si avvalga di un partner di carta multimarchio in co-branding non comporta necessariamente il suo assoggettamento ai requisiti in materia di accesso Nell’ambito dei pagamenti tramite carta esistono due modelli: gli schemi a quattro parti e gli schemi a tre parti. I primi presuppongono la partecipazione di quattro parti: i pagamenti si effettuano dal conto del consumatore verso quello del commerciante grazie all’intervento della banca che ha emesso la carta del consumatore e della banca convenzionatrice che fornisce al commerciante i servizi che consentono di accettare la carta. Negli schemi a quattro parti le operazioni di pagamento basate su carta sono effettuate dal conto di pagamento del pagatore verso il conto di pagamento del beneficiario tramite l’intermediazione dello schema, dell’emittente (dal lato del pagatore) e del soggetto convenzionatore (dal lato del beneficiario). Negli schemi a tre parti, invece, i servizi di convenzionamento e di emissione vengono forniti dallo schema stesso, e le operazioni di pagamento basate su carta sono effettuate dal conto di pagamento del pagatore verso il conto di pagamento del beneficiario all’interno dello schema. L’American Express gestisce uno schema di carte di pagamento a tre parti. La «commissione interbancaria» è una commissione applicata per ogni operazione direttamente o indirettamente, ad esempio mediante un terzo, tra l’emittente e il soggetto convenzionatore in relazione a un’operazione di pagamento basata su carta. Un regolamento dell’Unione limita l’importo delle commissioni interbancarie [1]. Tale regolamento prevede che, quando uno schema di carte di pagamento a tre parti, come l’American Express, emette strumenti di pagamento basati su carta con un partner di carta multimarchio in co-branding («estensione per co-branding») o tramite un agente («estensione per agenzia»), esso è considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti. Nella causa C-304/16, in seguito alla proposizione da parte dell’American Express di un ricorso per il controllo della legittimità, la High Court of Justice (England & Wales), Queen’s Bench Division (Administrative Court) [Alte Corte di giustizia (Inghilterra e Galles), divisione del Queen’s Bench (sezione amministrativa), Regno Unito] chiede alla Corte di giustizia se sia necessario che un partner di carta multimarchio in co-branding o un agente agisca in qualità di emittente affinché uno schema di carte di pagamento a tre parti sia considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti e, di conseguenza, sia assoggettato ai massimali per le commissioni interbancarie previsti dal regolamento. La causa C-643/16 riguarda la direttiva sui servizi di pagamento [2], che dispone, tra l’altro, che le norme che disciplinano l’accesso dei prestatori di servizi di pagamento ai sistemi di pagamento devono essere obiettive, non discriminatorie e proporzionate, e che i sistemi di pagamento non devono imporre ai prestatori di servizi di pagamento regole restrittive per quanto riguarda la partecipazione effettiva ad altri sistemi di pagamento, regole discriminatore e restrizioni sulla base dello status istituzionale. In tale causa la High Court chiede se, nel caso in cui un sistema di pagamento a tre parti come l’American Express concluda accordi di co-branding o si avvalga di un agente, tale sistema sia soggetto all’obbligo in materia di accesso previsto dalla direttiva, qualora il partner multimarchio in co-branding non fornisca egli stesso servizi di pagamento in tale sistema o qualora l’agente agisca per conto del sistema ai fini della fornitura di servizi di pagamento. Nelle sentenze odierne, la Corte risponde anzitutto, nella causa C-304/16, che non risulta né dal tenore letterale né dalla struttura del regolamento che il partner di carta multimarchio in co-branding o l’agente debba essere egli stesso coinvolto nell’attività di emissione affinché lo schema di carte di pagamento a tre parti sia considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti. Essa constata che, se il legislatore dell’Unione avesse voluto restringere l’ambito di applicazione del regolamento perché così fosse, avrebbe potuto prevederlo espressamente. Inoltre, la Corte osserva che la regolamentazione delle commissioni interbancarie è diretta a migliorare il funzionamento del mercato interno e a contribuire a ridurre i costi delle operazioni per i consumatori. Essa dichiara che non si può escludere che in un certo tipo di contropartita o di vantaggio sia ravvisabile una commissione interbancaria implicita, senza che il partner di carta multimarchio in co-branding o l'agente con il quale lo schema di carte di pagamento a tre parti ha concluso un accordo sia necessariamente coinvolto nell’attività di emissione di tale schema. Di conseguenza, essa considera che potrebbe rivelarsi difficile conseguire gli obiettivi del regolamento, in particolare quello consistente nel garantire condizioni di parità sul mercato, se le situazioni nelle quali il partner di carta multimarchio in co-branding o l’agente non agisce in qualità di emittente dovessero, per questo, essere sottratte alle disposizioni previste da tale regolamento per quanto concerne le commissioni interbancarie. La Corte dichiara quindi che, quando uno schema di carte di pagamento a tre parti conclude un accordo di co-branding o un accordo con un agente, tale schema dev’essere considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti, con la conseguenza che i massimali per le commissioni interbancarie previsti dal regolamento gli sono applicabili. Nella causa C-643/16, la Corte considera che uno schema di carte di pagamento a tre parti che abbia concluso un accordo di co-branding non è assoggettato ai requisiti in materia di accesso previsti dalla direttiva nel caso in cui tale partner non sia un prestatore di servizi di pagamento e non fornisca servizi di pagamento in tale schema per quanto concerne i prodotti in co-branding. Per contro, uno schema di carte di pagamento a tre parti che si sia avvalso di un agente ai fini della fornitura di servizi di pagamento è assoggettato ai requisiti in materia di accesso previsti dalla direttiva.
Scarica il file in formato PDF - 360 Kb
07/02/2018 - CORTE UE C-304/16 e C-643/16 - La Corte estende i casi in cui si applicano i massimali delle commissioni interbancarie
UFFICIO DEI REFERENTI PER LA FORMAZIONE DECENTRATA DISTRETTO DI TORINO Cari Colleghi, a nome dell’Ufficio dei Referenti per la Formazione Decentrata di diritto europeo, vi segnalo Corte di giustizia dell’Unione europea COMUNICATO STAMPA n. 12/18 Lussemburgo, 7 febbraio 2018 Sentenza nelle cause C-304/16 e C-643/16 The Queen, su istanza di American Express Company / The Lords Commissioners of Her Majesty's Treasury ________________________________________ Uno schema a tre parti che coinvolge un partner di carta multimarchio in co-branding o un agente è soggetto alle stesse limitazioni applicabili agli schemi a quattro parti in materia di commissioni interbancarie Tuttavia, il solo fatto che uno schema di carte di pagamento a tre parti si avvalga di un partner di carta multimarchio in co-branding non comporta necessariamente il suo assoggettamento ai requisiti in materia di accesso Nell’ambito dei pagamenti tramite carta esistono due modelli: gli schemi a quattro parti e gli schemi a tre parti. I primi presuppongono la partecipazione di quattro parti: i pagamenti si effettuano dal conto del consumatore verso quello del commerciante grazie all’intervento della banca che ha emesso la carta del consumatore e della banca convenzionatrice che fornisce al commerciante i servizi che consentono di accettare la carta. Negli schemi a quattro parti le operazioni di pagamento basate su carta sono effettuate dal conto di pagamento del pagatore verso il conto di pagamento del beneficiario tramite l’intermediazione dello schema, dell’emittente (dal lato del pagatore) e del soggetto convenzionatore (dal lato del beneficiario). Negli schemi a tre parti, invece, i servizi di convenzionamento e di emissione vengono forniti dallo schema stesso, e le operazioni di pagamento basate su carta sono effettuate dal conto di pagamento del pagatore verso il conto di pagamento del beneficiario all’interno dello schema. L’American Express gestisce uno schema di carte di pagamento a tre parti. La «commissione interbancaria» è una commissione applicata per ogni operazione direttamente o indirettamente, ad esempio mediante un terzo, tra l’emittente e il soggetto convenzionatore in relazione a un’operazione di pagamento basata su carta. Un regolamento dell’Unione limita l’importo delle commissioni interbancarie [1]. Tale regolamento prevede che, quando uno schema di carte di pagamento a tre parti, come l’American Express, emette strumenti di pagamento basati su carta con un partner di carta multimarchio in co-branding («estensione per co-branding») o tramite un agente («estensione per agenzia»), esso è considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti. Nella causa C-304/16, in seguito alla proposizione da parte dell’American Express di un ricorso per il controllo della legittimità, la High Court of Justice (England & Wales), Queen’s Bench Division (Administrative Court) [Alte Corte di giustizia (Inghilterra e Galles), divisione del Queen’s Bench (sezione amministrativa), Regno Unito] chiede alla Corte di giustizia se sia necessario che un partner di carta multimarchio in co-branding o un agente agisca in qualità di emittente affinché uno schema di carte di pagamento a tre parti sia considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti e, di conseguenza, sia assoggettato ai massimali per le commissioni interbancarie previsti dal regolamento. La causa C-643/16 riguarda la direttiva sui servizi di pagamento [2], che dispone, tra l’altro, che le norme che disciplinano l’accesso dei prestatori di servizi di pagamento ai sistemi di pagamento devono essere obiettive, non discriminatorie e proporzionate, e che i sistemi di pagamento non devono imporre ai prestatori di servizi di pagamento regole restrittive per quanto riguarda la partecipazione effettiva ad altri sistemi di pagamento, regole discriminatore e restrizioni sulla base dello status istituzionale. In tale causa la High Court chiede se, nel caso in cui un sistema di pagamento a tre parti come l’American Express concluda accordi di co-branding o si avvalga di un agente, tale sistema sia soggetto all’obbligo in materia di accesso previsto dalla direttiva, qualora il partner multimarchio in co-branding non fornisca egli stesso servizi di pagamento in tale sistema o qualora l’agente agisca per conto del sistema ai fini della fornitura di servizi di pagamento. Nelle sentenze odierne, la Corte risponde anzitutto, nella causa C-304/16, che non risulta né dal tenore letterale né dalla struttura del regolamento che il partner di carta multimarchio in co-branding o l’agente debba essere egli stesso coinvolto nell’attività di emissione affinché lo schema di carte di pagamento a tre parti sia considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti. Essa constata che, se il legislatore dell’Unione avesse voluto restringere l’ambito di applicazione del regolamento perché così fosse, avrebbe potuto prevederlo espressamente. Inoltre, la Corte osserva che la regolamentazione delle commissioni interbancarie è diretta a migliorare il funzionamento del mercato interno e a contribuire a ridurre i costi delle operazioni per i consumatori. Essa dichiara che non si può escludere che in un certo tipo di contropartita o di vantaggio sia ravvisabile una commissione interbancaria implicita, senza che il partner di carta multimarchio in co-branding o l'agente con il quale lo schema di carte di pagamento a tre parti ha concluso un accordo sia necessariamente coinvolto nell’attività di emissione di tale schema. Di conseguenza, essa considera che potrebbe rivelarsi difficile conseguire gli obiettivi del regolamento, in particolare quello consistente nel garantire condizioni di parità sul mercato, se le situazioni nelle quali il partner di carta multimarchio in co-branding o l’agente non agisce in qualità di emittente dovessero, per questo, essere sottratte alle disposizioni previste da tale regolamento per quanto concerne le commissioni interbancarie. La Corte dichiara quindi che, quando uno schema di carte di pagamento a tre parti conclude un accordo di co-branding o un accordo con un agente, tale schema dev’essere considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti, con la conseguenza che i massimali per le commissioni interbancarie previsti dal regolamento gli sono applicabili. Nella causa C-643/16, la Corte considera che uno schema di carte di pagamento a tre parti che abbia concluso un accordo di co-branding non è assoggettato ai requisiti in materia di accesso previsti dalla direttiva nel caso in cui tale partner non sia un prestatore di servizi di pagamento e non fornisca servizi di pagamento in tale schema per quanto concerne i prodotti in co-branding. Per contro, uno schema di carte di pagamento a tre parti che si sia avvalso di un agente ai fini della fornitura di servizi di pagamento è assoggettato ai requisiti in materia di accesso previsti dalla direttiva.
Scarica il file in formato PDF - 360 Kb
07/02/2018 - CORTE UE C-304/16 e C-643/16 - La Corte estende i casi in cui si applicano i massimali delle commissioni interbancarie
Corte di giustizia dell’Unione europea COMUNICATO STAMPA n. 12/18 Lussemburgo, 7 febbraio 2018 Sentenza nelle cause C-304/16 e C-643/16 The Queen, su istanza di American Express Company / The Lords Commissioners of Her Majesty's Treasury ________________________________________ Uno schema a tre parti che coinvolge un partner di carta multimarchio in co-branding o un agente è soggetto alle stesse limitazioni applicabili agli schemi a quattro parti in materia di commissioni interbancarie Tuttavia, il solo fatto che uno schema di carte di pagamento a tre parti si avvalga di un partner di carta multimarchio in co-branding non comporta necessariamente il suo assoggettamento ai requisiti in materia di accesso Nell’ambito dei pagamenti tramite carta esistono due modelli: gli schemi a quattro parti e gli schemi a tre parti. I primi presuppongono la partecipazione di quattro parti: i pagamenti si effettuano dal conto del consumatore verso quello del commerciante grazie all’intervento della banca che ha emesso la carta del consumatore e della banca convenzionatrice che fornisce al commerciante i servizi che consentono di accettare la carta. Negli schemi a quattro parti le operazioni di pagamento basate su carta sono effettuate dal conto di pagamento del pagatore verso il conto di pagamento del beneficiario tramite l’intermediazione dello schema, dell’emittente (dal lato del pagatore) e del soggetto convenzionatore (dal lato del beneficiario). Negli schemi a tre parti, invece, i servizi di convenzionamento e di emissione vengono forniti dallo schema stesso, e le operazioni di pagamento basate su carta sono effettuate dal conto di pagamento del pagatore verso il conto di pagamento del beneficiario all’interno dello schema. L’American Express gestisce uno schema di carte di pagamento a tre parti. La «commissione interbancaria» è una commissione applicata per ogni operazione direttamente o indirettamente, ad esempio mediante un terzo, tra l’emittente e il soggetto convenzionatore in relazione a un’operazione di pagamento basata su carta. Un regolamento dell’Unione limita l’importo delle commissioni interbancarie [1]. Tale regolamento prevede che, quando uno schema di carte di pagamento a tre parti, come l’American Express, emette strumenti di pagamento basati su carta con un partner di carta multimarchio in co-branding («estensione per co-branding») o tramite un agente («estensione per agenzia»), esso è considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti. Nella causa C-304/16, in seguito alla proposizione da parte dell’American Express di un ricorso per il controllo della legittimità, la High Court of Justice (England & Wales), Queen’s Bench Division (Administrative Court) [Alte Corte di giustizia (Inghilterra e Galles), divisione del Queen’s Bench (sezione amministrativa), Regno Unito] chiede alla Corte di giustizia se sia necessario che un partner di carta multimarchio in co-branding o un agente agisca in qualità di emittente affinché uno schema di carte di pagamento a tre parti sia considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti e, di conseguenza, sia assoggettato ai massimali per le commissioni interbancarie previsti dal regolamento. La causa C-643/16 riguarda la direttiva sui servizi di pagamento [2], che dispone, tra l’altro, che le norme che disciplinano l’accesso dei prestatori di servizi di pagamento ai sistemi di pagamento devono essere obiettive, non discriminatorie e proporzionate, e che i sistemi di pagamento non devono imporre ai prestatori di servizi di pagamento regole restrittive per quanto riguarda la partecipazione effettiva ad altri sistemi di pagamento, regole discriminatore e restrizioni sulla base dello status istituzionale. In tale causa la High Court chiede se, nel caso in cui un sistema di pagamento a tre parti come l’American Express concluda accordi di co-branding o si avvalga di un agente, tale sistema sia soggetto all’obbligo in materia di accesso previsto dalla direttiva, qualora il partner multimarchio in co-branding non fornisca egli stesso servizi di pagamento in tale sistema o qualora l’agente agisca per conto del sistema ai fini della fornitura di servizi di pagamento. Nelle sentenze odierne, la Corte risponde anzitutto, nella causa C-304/16, che non risulta né dal tenore letterale né dalla struttura del regolamento che il partner di carta multimarchio in co-branding o l’agente debba essere egli stesso coinvolto nell’attività di emissione affinché lo schema di carte di pagamento a tre parti sia considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti. Essa constata che, se il legislatore dell’Unione avesse voluto restringere l’ambito di applicazione del regolamento perché così fosse, avrebbe potuto prevederlo espressamente. Inoltre, la Corte osserva che la regolamentazione delle commissioni interbancarie è diretta a migliorare il funzionamento del mercato interno e a contribuire a ridurre i costi delle operazioni per i consumatori. Essa dichiara che non si può escludere che in un certo tipo di contropartita o di vantaggio sia ravvisabile una commissione interbancaria implicita, senza che il partner di carta multimarchio in co-branding o l'agente con il quale lo schema di carte di pagamento a tre parti ha concluso un accordo sia necessariamente coinvolto nell’attività di emissione di tale schema. Di conseguenza, essa considera che potrebbe rivelarsi difficile conseguire gli obiettivi del regolamento, in particolare quello consistente nel garantire condizioni di parità sul mercato, se le situazioni nelle quali il partner di carta multimarchio in co-branding o l’agente non agisce in qualità di emittente dovessero, per questo, essere sottratte alle disposizioni previste da tale regolamento per quanto concerne le commissioni interbancarie. La Corte dichiara quindi che, quando uno schema di carte di pagamento a tre parti conclude un accordo di co-branding o un accordo con un agente, tale schema dev’essere considerato uno schema di carte di pagamento a quattro parti, con la conseguenza che i massimali per le commissioni interbancarie previsti dal regolamento gli sono applicabili. Nella causa C-643/16, la Corte considera che uno schema di carte di pagamento a tre parti che abbia concluso un accordo di co-branding non è assoggettato ai requisiti in materia di accesso previsti dalla direttiva nel caso in cui tale partner non sia un prestatore di servizi di pagamento e non fornisca servizi di pagamento in tale schema per quanto concerne i prodotti in co-branding. Per contro, uno schema di carte di pagamento a tre parti che si sia avvalso di un agente ai fini della fornitura di servizi di pagamento è assoggettato ai requisiti in materia di accesso previsti dalla direttiva.
Scarica il file in formato PDF - 365 Kb
25/01/2018 - Corte UE 25/1/2018 n. 473/16: ai fini della concessione della protezione internazionale non possono disporsi test psicologici che violano la Carta
CORTE UE 25/1/2018 n. 473/16: ai fini della concessione della protezione internazionale non possono disporsi test psicologici che violano la Carta L’articolo 4 della direttiva 2011/95 / UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, sulle norme relative ai requisiti dei cittadini di paesi terzi o degli apolidi per beneficiare della protezione internazionale e al contenuto di questa protezione, deve essere interpretato nel senso che non è contrario a che l'autorità responsabile per la revisione delle domande di protezione internazionale disponga una consulenza per la valutazione dei fatti e delle circostanze relativi al presunto orientamento sessuale di un richiedente, a condizione che le modalità di tale consulenza siano compatibili con i diritti fondamentali garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che l'autorità e questi i tribunali non basino la propria decisione sulle sole conclusioni della relazione degli esperti e non siano vincolati da tali conclusioni nella valutazione delle dichiarazioni di questo richiedente sul suo orientamento sessuale. L'articolo 4 della direttiva 2011/95, alla luce dell'articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali, deve essere interpretato nel senso che si oppone alla realizzazione e all'utilizzo, per valutare la realtà del presunto orientamento sessuale di un richiedente per la protezione internazionale, di una consulenza psicologica, come quella in questione nella causa principale, che è stata basata su di test di personalità proiettivi, per fornire un quadro dell'orientamento sessuale del richiedente.
Scarica il file in formato PDF - 210 Kb
24/01/2018 - C-616 + 617/16, 24/1/2018 - REMUNERAZIONE DEI MEDICI SPECIALIZZANDI
Sentenza nelle cause riunite C-616/16, Pantuso e a., e C-617/16, Castellano e a. (Remunerazione dei medici specializzandi – Corsi di specializzazione tra il 1982 e il 1990) La direttiva n. 82/76/CEE[1], riassuntiva delle direttive n. 75/362/CEE[2] e n. 75/363/CEE[3], ha per la prima volta introdotto il principio per cui i medici specializzandi debbono essere adeguatamente remunerati. Entro il 31 dicembre 1982, gli Stati dovevano quantificare, con legge nazionale, l’entità della remunerazione. L’Italia ha provveduto con quasi nove anni di ritardo all’attuazione della direttiva (D.lgs. 8 agosto 1991 n. 257), con effetti a partire dall’anno accademico 1991/1992. Tra il 2001 e il 2003, alcuni medici si sono rivolti al Tribunale di Palermo chiedendo la condanna dell’Università degli Studi di Palermo e dello Stato italiano al pagamento di una remunerazione appropriata per i corsi di specializzazione da loro seguiti tra il 1982 e il 1990 o quantomeno al risarcimento dei danni per la mancata trasposizione della direttiva. I predetti medici hanno perso la causa in primo grado. Nel 2012, invece, la Corte di appello di Palermo ha condannato lo Stato italiano a pagare a ciascuno di loro un risarcimento per la mancata remunerazione durante la specialità. La Corte di Cassazione, adita dallo Stato italiano che ha impugnato la suddetta sentenza d’appello, ha sospeso il procedimento e si è rivolta, in via pregiudiziale, alla Corte di giustizia chiedendo di interpretare la direttiva. In particolare, la Cassazione ha chiesto: se la direttiva sia applicabile ai corsi di specializzazione, a tempo pieno o a tempo ridotto, iniziati prima del 31 dicembre 1982 (come detto, termine fissato agli Stati membri per conformarsi alla direttiva) e completati dopo tale data, sino al 1990 (anno precedente l’attuazione in Italia della direttiva). In caso di risposta affermativa al suddetto quesito: se l’obbligo di remunerazione adeguata per i medici specializzandi sorga immediatamente per effetto della direttiva oppure solo per effetto della trasposizione della stessa nell’ordinamento nazionale; se l’obbligo di remunerazione adeguata valga, per i corsi di specializzazione svoltisi “a cavallo” del 31 dicembre 1982, anche per la parte di corso anteriore a tale data. Con la sentenza odierna, la Corte afferma, innanzitutto, che la direttiva si applica a tutti i corsi di formazione specialistica, a tempo pieno o a tempo ridotto, iniziati a partire dal 1982 (anno di emanazione della direttiva). Tali formazioni specialistiche, quindi, devono essere adeguatamente remunerate (si vedrà oltre a partire da quando, nell’ambito di un singolo corso), a condizione che si tratti di una specialità comune a tutti gli Stati membri oppure comune a due o più Stati membri e menzionata dalla direttiva sul mutuo riconoscimento dei titoli di studio. In secondo luogo, la Corte stabilisce che detto obbligo di remunerazione sorge immediatamente con la direttiva, a prescindere dal suo recepimento nel diritto nazionale. In effetti, l’obbligo di remunerazione previsto dalla direttiva è, in quanto tale, incondizionato e sufficientemente preciso. Quindi, se, come è accaduto in Italia, mancano le norme interne di trasposizione, la quantificazione della remunerazione agli specializzandi va effettuata dal giudice mediante l’interpretazione di altre norme del diritto nazionale. Se ciò non è possibile (e sarà il giudice nazionale a stabilirlo), allora il mancato recepimento della direttiva deve essere considerato come un inadempimento dello Stato che comporta a suo carico l’obbligo di risarcire i singoli soggetti danneggiati. A tal riguardo, il risarcimento dovrebbe essere quantomeno pari alla remunerazione prevista dalla successiva normativa di trasposizione della direttiva, fatta salva la possibilità per i medici interessati di provare danni ulteriori per non avere potuto beneficiare della remunerazione nei giusti tempi. In terzo luogo, la Corte dichiara che, per i medici che abbiano seguìto, a tempo pieno o a tempo ridotto, dei corsi di specializzazione “a cavallo” del 31 dicembre 1982, il diritto alla retribuzione sorge solo a partire dal giorno successivo a tale data (quindi a partire dal 1° gennaio 1983). La stessa direttiva, infatti, ha previsto che, sino al 31 dicembre 1982, gli Stati membri avessero il tempo di adeguarvisi.
Scarica il file in formato PDF - 320 Kb
20/12/2017 - C-649/16 del 20/12/2017 - Comitato dei creditori e azioni di responsabilità extracontrattuale: la Corte Ue chiarisce l'ambito di applicazione del regolamento Bruxelles 1bis
Comitato dei creditori e azioni di responsabilità extracontrattuale: la Corte Ue chiarisce l’ambito di applicazione del regolamento Bruxelles 1bis Il regolamento n. 1215/2012 sulla competenza giurisdizionale e il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale non si applica alle azioni di responsabilità extracontrattuale avviate contro un comitato dei creditori che, nell’ambito di una procedura di insolvenza, blocca l’attuazione di un piano di risanamento. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza depositata il 20 dicembre nella causa C-649/16 (Valach). A sollevare la questione è stata la Corte suprema austriaca alle prese con una controversia tra alcuni azionisti di una società di diritto slovacco che, a seguito del rifiuto di alcuni membri del comitato dei creditori della società del piano di risanamento proposto nell’ambito di una procedura di amministrazione controllata avviata in Slovacchia, si erano rivolti ai giudici austriaci. In particolare, i ricorrenti sostenevano di aver subito un danno per la perdita di valore delle quote nella società. Il Tribunale austriaco aveva respinto l’azione ritenendo di non avere competenza in quanto l’azione di responsabilità era strettamente collegata alla procedura di insolvenza con conseguente esclusione dall’ambito di applicazione del regolamento n. 1215/2012 che, come è noto, in base all’articolo 1, esclude “i fallimenti, le procedure relative alla liquidazione di società o altre persone giuridiche che si trovino in stato di insolvenza, i concordati e le procedure affini”. La Corte suprema, prima di decidere, ha sollevato la questione pregiudiziale a Lussemburgo. Per gli eurogiudici, nell’adozione del regolamento n. 1215/2012, il legislatore dell’Unione ha accolto una concezione ampia della nozione di materia civile e commerciale, mentre il considerando n. 6 del regolamento n. 1346/2000 sulle procedure d’insolvenza, sostituito dal n. 2015/848, applicabile dal 26 giugno 2017, chiarisce che esso non deve essere oggetto di un’interpretazione estensiva. Inoltre, è precisato che il regolamento si limita “a disposizioni che disciplinino le competenze per l’apertura delle procedure di insolvenza e per l’adozione di decisioni che scaturiscono direttamente da tali procedure e (…) sono ad esse strettamente connesse”. Con riguardo al primo criterio – osserva la Corte Ue – è necessario fare riferimento al fondamento giuridico dell’azione e non al contesto procedurale, accertando così se alla base dell’azione ci sia il diritto civile e commerciale o le norme specifiche in materia di procedure d’insolvenza. Ed invero, nel caso di specie, l’azione di responsabilità “è conseguenza diretta e indissociabile dell’esercizio da parte del comitato dei creditori, organo obbligatorio creato al momento dell’apertura della procedura di insolvenza”. Di qui la conclusione che la fonte dell’azione è nelle norme specifiche sulle procedure di insolvenza. Così, per il secondo criterio, è evidente che l’azione di responsabilità dovrà essere analizzata tenendo conto degli obblighi che incombono sul comitato dei creditori istituito proprio a causa della procedura di insolvenza. Di conseguenza, per la Corte, in questi casi, l’azione di responsabilità extracontrattuale è esclusa dall’ambito di applicazione ratione materiae del regolamento n. 1215/2002.
Scarica il file in formato PDF - 116 Kb
20/12/2017 - Corte UE C-322/16 20 dicembre 2017 - GESTIONE TELEMATICA GIOCO
Sentenza nella causa C-322/16, GLOBAL STARNET Ltd, (Concessioni per la gestione telematica del gioco lecito – Sentenza della Corte Costituzionale – obbligo di interrogare su analoghe questioni anche la Corte di giustizia – Modifica unilaterale, da parte dell’autorità pubblica, delle condizioni per la continuazione delle concessioni preesistenti – Compatibilità con il diritto dell’Unione) La GLOBAL STARNET Ltd (già B Plus Giocolegale Ltd), società di diritto britannico, è concessionaria, a seguito di procedura ad evidenza pubblica effettuata ai sensi del decreto legge 78/2009[1], dell’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS) per “l’attivazione e la conduzione operativa della rete per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi da divertimento ed intrattenimento nonché delle attività connesse”. Ai sensi del predetto decreto legge, l’aggiudicazione della concessione ad operatori preesistenti, quale era la GLOBAL STARNET, poteva avvenire al di fuori delle procedure di selezione previste per gli altri operatori di gioco. Con la legge 220/2010[2], le condizioni richieste per attribuire e mantenere le concessioni sono state modificate in modo meno favorevole per GLOBAL STARNET. In base a tale legge, l'AAMS ha adottato: - il decreto interdirigenziale del 28 giugno 2011, recante la determinazione dei requisiti delle società concessionarie del gioco pubblico non a distanza e degli amministratori delle stesse; - un bando di gara per l’affidamento in concessione della realizzazione e conduzione della rete per la gestione telematica del gioco lecito, mediante apparecchi da divertimento e intrattenimento. La GLOBAL STARNET ha impugnato entrambi i suddetti atti amministrativi dinanzi al TAR del Lazio, che ha solo parzialmente accolto il ricorso. La sentenza del TAR è stata impugnata davanti al Consiglio di Stato, che ha proceduto in tre fasi. • Il 2 settembre 2013, il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza parziale, stabilendo, in via definitiva, che la legge n. 220/2010 non ha affatto inteso abrogare la disciplina previgente ma, al contrario, la ha data come presupposto[3]: pertanto GLOBAL STARNET è stata costretta a partecipare alla nuova procedura di selezione quando, in base ad una legislazione ancora vigente, una procedura di selezione per gli operatori esistenti non era necessaria. • Il Consiglio di Stato ha poi sollevato davanti alla Corte Costituzionale una questione di costituzionalità della legge 220/2010, nella parte in cui impone ai “vecchi” concessionari la sottoscrizione di uno “schema di atto integrativo” alla convenzione di concessione, comportante l’introduzione di nuovi requisiti ed obblighi. Con sentenza del 31 marzo 2015, la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente legittima tale disciplina introdotta dalla legge 220/2010. Infatti, i principii del legittimo affidamento e della certezza del diritto sono valori protetti dalla Costituzione, ma non in termini assoluti o inderogabili. Per quanto riguarda le concessioni di servizi pubblici, la Corte Costituzionale ha rilevato che una modifica delle condizioni originarie per effetto di un intervento pubblico deve essere considerata inerente al rapporto di concessione sin dal suo inizio, soprattutto in un ambito così delicato come quello dei giochi pubblici, meritevoli di un’attenzione speciale e continua del legislatore. Inoltre, i nuovi obblighi imposti ai concessionari preesistenti hanno costituito un giusto contrappeso al vantaggio costituito dalla non necessità, per loro, di partecipare ad una nuova procedura di selezione. • Successivamente, il Consiglio di Stato, su richiesta della difesa di GLOBAL STARNET, ha deciso di interrogare anche la Corte di giustizia dell’Unione europea, affinché valuti se la legge 220/2010, laddove prevede nuovi requisiti e obblighi anche per i “vecchi” concessionari, sia contraria al generale principio del legittimo affidamento e ai principii di libertà di stabilimento, libera prestazione dei servizi, divieto di restrizioni ai movimenti di capitali tra gli stati membri. E’ chiaro che l’oggetto di tale valutazione richiesta alla Corte di giustizia è largamente sovrapponibile a quello della pronuncia della Corte Costituzionale. Tuttavia, le giurisdizioni di ultimo grado (qual è il Consiglio di Stato), a differenza dei giudici dei gradi inferiori, hanno non solo la facoltà, ma il vero e proprio obbligo di sollevare una questione d’interpretazione del diritto dell’Unione, ove se ne presenti una. Le questioni poste dal Consiglio di Stato con l’ordinanza di rinvio pregiudiziale sono, la prima, metodologica e, la seconda, di merito. Il Consiglio di Stato chiede alla Corte: a) in via principale: se il diritto dell’Unione preveda l’obbligo incondizionato del giudice di ultima istanza (come il Consiglio di Stato) di rivolgersi alla Corte di giustizia quando, come nel caso di specie, la Corte Costituzionale abbia già valutato la legittimità costituzionale della norma nazionale, utilizzando gli stessi parametri di cui si chiede l’interpretazione alla Corte di giustizia, ancorché formalmente diversi perché contenuti nella Costituzione e non nei Trattati europei; b) solo nel caso in cui la Corte dichiari che il Consiglio di Stato aveva l’obbligo di sollevare questione pregiudiziale: se i principii del Trattato UE e i diritti fondamentali nonché il generale principio del legittimo affidamento, ostino alla adozione ed applicazione di una normativa nazionale (come la legge 220/2010) che sancisce, anche a carico di soggetti già concessionari nel settore della gestione telematica del gioco lecito, nuovi requisiti ed obblighi, modificando (unilateralmente) la convenzione già in essere (e senza alcun termine per il progressivo adeguamento). Con l’odierna sentenza, la Corte risponde, sulla prima questione, che il Consiglio di Stato, quale giurisdizione di ultima istanza, era tenuto a procedere al rinvio pregiudiziale, anche se questioni analoghe erano già state valutate dalla Corte costituzionale. Sulla seconda questione, la Corte dichiara che una legge nazionale come quella di cui trattasi è compatibile con il diritto dell’Unione, purché A) sia giustificata da obbiettivi costituenti motivi imperativi d’interesse generale e B) imponga, per raggiungere tali obiettivi, il minor sacrificio possibile dei diritti dei concessionari. Le predette condizioni (sub A e B) devono essere valutate dal giudice nazionale. A tal proposito, la Corte osserva che le nuove condizioni imposte ai concessionari esistenti costituiscono un ostacolo alle libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi (articoli 49 TFUE e 56 TFUE) nella misura in cui possono limitare i ritorni sugli investimenti. Si tratta, quindi, di stabilire se dette limitazioni siano giustificate da motivi imperativi d’interesse generale e se siano proporzionate rispetto ad essa: aspetti, questi, che, come detto, il giudice nazionale dovrà verificare. In ausilio al giudice nazionale, la Corte suggerisce che: - le restrizioni introdotte dalla normativa italiana potrebbero ritenersi giustificate dallo scopo di migliorare la solidità economico-finanziaria dei concessionari e di rafforzarne l’affidabilità e l’onorabilità, nonché dallo scopo di combattere la criminalità: queste finalità costituiscono motivi imperativi d’interesse generale in grado di giustificare la restrizione di libertà fondamentali come quelle di cui trattasi; - le disposizioni nazionali in questione sembrano idonee a contribuire al conseguimento dei citati obiettivi e non paiono andare oltre quanto strettamente necessario a raggiungerli. La Corte esclude, poi, che la normativa nazionale in questione comporti la violazione del principio di legittimo affidamento dei concessionari, tenuto conto del fatto che detta normativa prevede un periodo transitorio dalla sua entrata in vigore in cui i contratti esistenti possono essere integrati e visto che il principio del legittimo affidamento non comporta l’immodificabilità assoluta delle situazioni nel corso del tempo.
Scarica il file in formato PDF - 331 Kb
20/12/2017 - Corte UE C-178/16 20 dicembre 2017 - Appalti Pubblici - non segnalare l'esistenza di una condanna (anche non definitiva) dell'(ex) amministratore di una società può portare all'esclusione di tale società dalla gara
Sentenza nella causa C-178/16, Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani S.p.a. (IT) (Appalti pubblici - Legislazione nazionale secondo cui l’impresa partecipante alla gara deve presentare una dichiarazione di assenza di precedenti penali delle persone che hanno avuto ruoli di rilievo in essa nell’anno precedente la pubblicazione del bando – In caso contrario, obbligo dell’impresa, a pena di esclusione dalla gara, di dimostrare di essersi completamente ed effettivamente dissociata dai comportamenti delittuosi accertati in capo alle suddette persone – Valutazione dell’ente aggiudicatore) L’Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani s.p.a., quale capogruppo di una costituenda associazione temporanea di imprese, è stata esclusa da una gara d’appalto pubblico indetta nel 2013 dalla Provincia autonoma di Bolzano per la costruzione e gestione della nuova Casa Circondariale di Bolzano. L’esclusione è avvenuta in quanto la Mantovani non ha tempestivamente dichiarato che, nel corso della procedura, il proprio ex amministratore delegato era stato condannato con sentenza definitiva per reati finanziari e fiscali (false fatture) e per associazione a delinquere. Questa omissione è stata considerata una violazione del dovere di leale collaborazione con la stazione appaltante (cioè la Provincia di Bolzano). In ragione di ciò, la Mantovani è stata ritenuta non avere dimostrato la propria completa ed effettiva dissociazione dalla condotta criminosa di un soggetto che, nell’anno antecedente alla pubblicazione del bando di gara, aveva rivestito proprio nella Mantovani una carica rilevante. La mancata dissociazione, nei termini ora detti, costituisce, secondo una norma del Codice degli appalti pubblici, una causa di esclusione dalla gara. La Mantovani si è rivolta al TAR – sezione autonoma di Bolzano – per ottenere il risarcimento dei danni. Il TAR ha respinto la domanda con sentenza che è stata impugnata davanti al Consiglio di Stato, il quale ha deciso di sollevare davanti alla Corte di giustizia una questione pregiudiziale sulla compatibilità di tale normativa con il diritto dell’Unione[1]. Con la sentenza odierna, la Corte stabilisce che il diritto dell’Unione non osta a una normativa nazionale come quella di cui trattasi. La Corte osserva che le imprese agiscono a mezzo dei loro amministratori e che un comportamento contrario alla morale professionale di questi ultimi si riverbera sulla moralità dell’impresa. L’emissione di false fatture da parte dell’amministratore di un’impresa può essere considerata quindi un delitto che incide in senso negativo sulla moralità dell’impresa. La Corte osserva che l’ente aggiudicatore può richiedere all’impresa di manifestare la propria dissociazione dagli atti illeciti dell’amministratore dichiarando l’esistenza di una condanna penale, anche non definitiva, a carico di costui. La Corte sottolinea, poi, che anche una sentenza non definitiva a carico dell’amministratore dell’impresa offerente può fornire all’ente aggiudicatore un elemento idoneo a valutare l’ammissione di tale impresa alla gara d’appalto.
Scarica il file in formato PDF - 358 Kb
20/12/2017 - C-372/16 Regolamento Roma III Divorzio
Il regolamento Roma III non determina la legge applicabile ai divorzi privati (Sentenza nella causa C-372/16, Soha Sahyouni / Raja Mamisch)
Scarica il file in formato PDF - 94 Kb
20/12/2017 - C - 434/15 UBER
Il servizio di messa in contatto con conducenti non professionisti fornito da Uber rientra nell’ambito dei servizi nel settore dei trasporti Gli Stati membri possono di conseguenza disciplinare le condizioni di prestazione di tale servizio (Sentenza nella causa C-434/15, Asociación Profesional Elite Taxi/Uber Systems Spain SL)
Scarica il file in formato PDF - 148 Kb
20/12/2017 - C-291/16 Marchio Schweppes
La società spagnola Schweppes non può opporsi all’importazione di bottiglie di acqua tonica recanti il marchio «Schweppes» provenienti dal Regno Unito se essa stessa ha dato l’impressione che si tratti di un marchio unico e globale Lo stesso dicasi se tale società ha rapporti economici con il terzo che detiene attualmente i diritti su tale marchio nel Regno Unito (Sentenza nella causa C-291/16, Schweppes SA / Red Paralela SL e Red Paralela BCN SL)
Scarica il file in formato PDF - 151 Kb
20/12/2017 - C-393/16 Marchio Champagner Sorbet
Un gelato può essere venduto con la denominazione «Champagner Sorbet» se ha, quale caratteristica essenziale, un gusto conferito principalmente dallo champagne In tal caso, detta denominazione del prodotto non procura un indebito vantaggio derivante dalla denominazione di origine protetta «Champagne» (Sentenza nella causa C-393/16, Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne / Aldi Süd Dienstleistungs-GmbH & Co. OHG )
Scarica il file in formato PDF - 92 Kb
20/12/2017 - C 434 16 Data Protection Candidato Esame
Le risposte scritte fornite da un candidato durante un esame professionale e le eventuali annotazioni dell’esaminatore ad esse relative costituiscono dati personali del candidato ai quali egli ha, in linea principio, diritto di accesso Riconoscere al candidato un tale diritto è infatti conforme all’obiettivo della legislazione dell’Unione di garantire la tutela della vita privata delle persone fisiche rispetto al trattamento dei dati che le riguardano (Sentenza nella causa C-434/16, Peter Nowak / Data Protection Commissioner)
Scarica il file in formato PDF - 189 Kb
20/12/2017 - C-442/16 Lavoratore autonomo UE
Un cittadino dell’Unione che, dopo oltre un anno, abbia cessato di esercitare un’attività autonoma in un altro Stato membro per mancanza di lavoro causata da ragioni indipendenti dalla sua volontà, mantiene lo status di lavoratore autonomo e, di conseguenza, un diritto di soggiorno in tale Stato membro (Sentenza nella causa C-442/16, Florea Gusa/Minister for Social Protection, Irlanda e Attorney General)
Scarica il file in formato PDF - 209 Kb
20/12/2017 - Corte UE 434/15 20/12/2017 - UBER
La sentenza della Cgue sul “caso Uber”: uno spartiacque per la corretta determinazione dei modelli della sharing economy di Andrea Previato tirocinante (ex art. articolo 73 del dl 69/2013), Corte di appello di Bologna Una decisione, quella dei giudici di Lussemburgo, i cui effetti non interesseranno solo la multinazionale convenuta in giudizio, ma potrebbero estendersi anche ad altre startup di primo piano, le cui piattaforme elettroniche ricadono nelle tipologie di economia on-demand, gig economy o rental economy. • Cgue, Causa C-434/15 (20 dicembre 2017) Il 20 dicembre 2017 era attesa un’importante sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea la cui decisione, in un modo o nell’altro, avrebbe rappresentato un autorevole precedente giurisprudenziale su un emergente ed ormai sempre più affermatosi modello economico: quello della sharing economy. E così è stato. La vicenda, sottoposta al vaglio finale della Corte di Lussemburgo, ineriva al cd. “caso Uber”, che, prendendo il nome dall’omonima azienda californiana, si rese protagonista per una serie di vicende giuridiche svoltasi all’interno delle Corti di giustizia nazionali: Tribunal de commerce de Bruxelles (31 marzo 2014), Employment Tribunal di Londra (Case Nos: 2202550/2015 & Other Employment Tribunal between Mr Y Aslam, & Other and Uber B.V., Uber London Ltd and Uber Britannia Ltd), Frankfurt District Court (sentenza del 18 marzo 2015 n. 3 08 0 136/14 confermata in Corte d’appello in data 9 giugno 2016), Tribunale Ordinario di Torino (sentenza n. 1553/2017 del Tribunale Ordinario di Torino, 20 marzo 2017), Conseil Constitutionnel (decisione n. 2015-484 QPC 22 settembre 2015, Societé UBER France SAS et autre III) e High Court of Denmark (sentenza del 18 novembre 2016). Nella fattispecie concreta, la domanda di pronuncia pregiudiziale con cui si interpellava la Corte Ue, era stata proposta dal Juzgado Mercantil di Barcellona, in relazione a un procedimento promosso da un’associazione professionale, raggruppante conducenti dei taxi della città, in rivolta contro le modalità operative – lesive, a loro parere, delle regole sulla leale concorrenza – con cui la società Uber offrirebbe il proprio servizio. I termini della questione sulla quale la Cgue ha dovuto esprimersi vertevano su quale fosse il servizio principalmente offerto dalla compagnia statunitense: se ascrivibile a un servizio di trasporto, come sostenuto dalle associazioni di categoria in rivolta, o se si trattasse di un mero servizio tecnologico finalizzato all’intermediazione fra utenti e conducenti, come affermato dai legali di Uber. Una decisione, quella della Corte di Lussemburgo, i cui effetti non interesseranno esclusivamente la multinazionale convenuta in giudizio, bensì potrebbero estendersi anche nei confronti di altre startup di primo piano, quali Airbnb, Deliveroo o Handy, le cui piattaforme elettroniche ricadono, come la società fondata da Travis Kalanick, all’interno delle tipologie di economia on-demand, gig economy o rental economy. Questa attesa sentenza potrebbe costituire un punto di partenza per definire, una volta per tutte, quei servizi di mera intermediazione informatica ascrivibili dentro il contenitore della sharing economy rispetto a quelle prestazioni offerte direttamente da imprese che formalmente, ma solo in apparenza, sembrerebbero limitarsi a gestire un marketplace [1]. La pronuncia dei giudici di Lussemburgo (Causa C-434 Profesional Elite Taxi/Uber Systems Spain SL), avvalorando sostanzialmente il ragionamento giuridico delineato dall’Avvocato generale nel suo parere (Causa C-435, Uber System Spain) ha dichiarato che l’attività di intermediazione offerta da Uber tramite la sua app “UberPop” si configura, sebbene con modalità innovative, quale servizio nel «settore dei trasporti» e non un «servizio di intermediazione elettronica» o della «società dell’informazione». La Corte, in quel che è il cuore della sentenza, ha precisato inoltre che, il servizio d’intermediazione offerto dalla società è secondario rispetto al potere organizzativo che esercita su aspetti come i prezzi [2], gli orari di lavoro e le condizioni del veicolo e del servizio, nonché, in ultimo, sugli autisti stessi [3]. Una conclusione la cui imprevedibilità poteva essere indubitabilmente equiparata alla sua attesa. Così, come l’impatto avuto da Uber è stato tale da travolgere in toto la regolamentazione del mercato dei trasporti non di linea nei suoi vari aspetti (dal diritto amministrativo, al diritto della concorrenza, al diritto dei contratti e al diritto del lavoro), nulla preclude che le ricadute più significative della sentenza si possano estendere in egual modo. In prima misura, riconoscendo giuridicamente Uber quale impresa coinvolta nella diretta gestione dell’organizzazione ed offerta dei servizi di trasporto, la Corte ha ravvisato con il suo giudizio l’esistenza di un rapporto di concorrenzialità tra Uber e gli altri operatori del mercato [4] e, conseguentemente, ha riconosciuto la concorrenza sleale compiuta dalla compagnia californiana attraverso il servizio UberPop. Pertanto, atteso l’articolo 2, paragrafo 2, lettera d) della direttiva 2006/123/CE – disciplinante i servizi nel mercato interno – che esclude le attività di trasporto dall’ambito di applicazione di tale direttiva, Uber dovrà necessariamente assoggettarsi alle condizioni nazionali di ciascun Paese membro disciplinanti tale servizio. Dunque, la compagnia californiana non potrà più avvalersi del regime di libera circolazione dei servizi previsto per le piattaforme elettroniche che offrono servizi di e-commerce o della società dell’informazione, in particolare dall’articolo 56 TFUE e dalle direttive 2006/123/CE e 2000/31/CE. In definitiva, la portata della sentenza garantisce la compatibilità con il diritto comunitario di qualsiasi normativa nazionale che assoggetti l’attività di Uber, e non solo quella dei suoi autisti affiliati, a licenze o autorizzazioni. In seconda misura, se Uber è un gestore dei servizi di trasporto urbano, dovranno inevitabilmente ridefinirsi i rapporti contrattuali con i propri conducenti. Già da qualche tempo alcune Corti nazionali hanno affrontato in prima linea la questione giuridica relativa a quale tipologia di vincolo professionale intercorresse fra Uber e i suoi conducenti [5]. Dal canto suo, il colosso californiano è sempre stato coerente con la sua linea di pensiero, ribadendo all’occorrenza che i suoi autisti svolgono le loro mansioni in maniera del tutto indipendente. Un concetto quello di indipendenza suscettibile di incerta e personale delimitazione, considerando che nella realtà dei fatti le interferenze di Uber nei loro confronti non sono mancate. Gli autisti, nel momento in cui configurano il loro account sulla piattaforma elettronica, sono sottoposti alla direzione e controllo di Uber, e il sistema di valutazione che si avvale del voto degli utenti, altro non è che un sostituto del controllo aziendale diretto [6]. Pertanto, difficilmente condivisibile è la linea difensiva di Uber, secondo cui, trattandosi semplicemente di una piattaforma che favorisce l’incontro tra la domanda e l’offerta di trasporto, gli autisti sarebbero liberi professionisti lasciati ad autonoma gestione. La giurisprudenza (Cotter et al. vs. Lyft Inc., Case No. 13-cv-04065-VC, United States District Court Northern District of California), specialmente quella dei sistemi di common law, ha già iniziato ad essere interpellata sulla questione attinente a che tipologia contrattuale e, soprattutto, quali diritti riconoscere ai conducenti affiliati alla società californiana. Il 10 novembre del 2017 l’Employment Appeal Tribunal del Regno Unito ha confermato la sentenza di primo grado dell’Employment Tribunal di Londra con la quale gli autisti di Uber devono essere, ai sensi dell’art. 230 dell’Employment Rights Act, qualificati come “workers”: ciò comporta l’estensione di alcuni diritti − quali la paga minima oraria e le ferie − propri dei lavoratori dipendenti [7]. Ulteriori spunti sulla questione derivano dalla sentenza del Tribunale del lavoro di Belo Horizonte che ha riconosciuto la sussistenza di un vincolo di subordinazione fra Uber e i suoi autisti, attraverso il rinvenimento di alcuni essenziali elementi strutturali [8]: la personalità, l'onerosità della prestazione eseguita dai conducenti, la non-occasionalità della prestazione di lavoro, nonché l’identificazione in capo a Uber della responsabilità per danno alla clientela. Ma il punto nevralgico che accomuna le sentenze richiamate, è l’applicazione del principio della prevalenza della sostanza sulla forma, ossia della volontà cartolare delle parti. Pertanto, sebbene la questione pregiudiziale sottoposta al giudizio della Corte di giustizia europea non afferiva al diritto del lavoro, il riconoscimento del servizio di trasporto come l’attività principale, comporta che i conducenti della società californiana, concorrenti fondamentali nell’erogazione della prestazione, siano sottoposti indubbiamente al suo potere organizzativo e così, di riflesso, si ravvisano elementi decisisi per la qualificazione di lavoro subordinato. In terza misura, riconoscendo ad Uber un ampio potere organizzativo sulle modalità di prestazione del servizio, il contratto di trasporto deve ritenersi stipulato, non tanto fra i drivers di Uber ed il passeggero, quanto con la stessa compagnia statunitense [9]. Le implicazioni sul piano contrattualistico sarebbero rilevanti: dagli accordi stipulati all’interno di una relazione fra prestatore non professionale e utente – espressione del modello peer-to-peer – sottoposta alle regole del diritto comune, si passerebbe al modello business-to-consumer (B2C), nel quale alle relazioni fra piattaforma e utente si applica la normativa del codice dei consumatori [10]. Infine, la sentenza si chiude precisando che «i servizi di trasporto non collettivi in aerea urbana così come i servizi ad essi indissolubilmente collegati, quali il servizio d’intermediazione fornito da Uber, non hanno portato all’adozione di norme comuni a livello dell’Unione sul fondamento di tale politica». Chiaro l’auspicio a un intervento normativo che possa predisporre una cornice giuridica uniforme, che valorizzi l’innovazione tecnologia al fine di garantire un’effettiva tutela sia del consumatore che del lavoratore in una materia, quella dei trasporti, di concorrenza concorrente fra l’Unione europea e gli Stati nazionali. Dalla decisione della Cgue, come evidenziato nel paragrafo precedente, Uber subirà un forte impatto, ma i contraccolpi della sentenza non si riverseranno probabilmente ed esclusivamente solo sulla multinazionale californiana [11]. Giova ribadire che Uber è soltanto uno fra i tanti che offrono servizi on-demand, ma che per effetto delle proteste sollevate delle associazioni di categoria è divenuto in qualche modo il principale testimonial di quel modello di business [12]. Un modello che, chiariamolo subito, con la sharing economy non ha nulla in comune, salvo il ricorso alle piattaforme elettroniche per espletare i propri servizi. Le difficoltà a elaborare una definizione onnicomprensiva e condivisa del concetto di sharing economy ha generato una certa confusione con il risultato – non infrequente [13] – che si sono affiancati altre terminologie – economy on-demand, gig-economy, rental-economy, consumo collaborativo o economy peer-to-peer – in sostituzione perché ritenute equivalenti [14]. Per alcuni aspetti, nulla di tutto più errato. La decisione assunta dalla Cgue di qualificare la questione pregiudiziale sottoposta in termini di servizio di trasporto con la conseguente soggezione – rimarcata in sentenza – alle normative nazionali settoriali potrebbe implicare la scelta di un determinato percorso: la volontà che questi servizi on demand offerti dalle società ascrivibili alla gig-economy siano regolamentati secondo le rispettive discipline di settore. Subentrerebbe pertanto la necessità di una differenziazione netta fra quei servizi ascrivibili al modello della sharing economy rispetto a quelli inquadrabili nella economy on-demand. Quest’ultima si caratterizza per estrinsecarsi in «un’attività imprenditoriale a scopo di lucro, connotata da una forte rendita derivante dal capitale tecnologico sviluppato, dalla massiva raccolta di big data e dall'impiego di manodopera non qualificata, in maniera intermittente e a condizioni unilateralmente prefissate dalla parte datoriale» [15]. Diversamente, la sharing economy si fonda su due caratteristiche basilari: l’elemento tecnologico e un’impostazione delle relazioni sulla base del modello peer-to-peer [16] finalizzate al perseguimento del benessere personale attraverso un’ottimizzazione delle risorse. Oltre al fine solidaristico perseguito dalle parti, la sharing economy assicura ulteriori benefit di interesse collettivo: dalla riduzione dell’inquinamento o del traffico alla riqualificazione sostenibile del tessuto urbano. Fra le piattaforme ascrivibili a questo modello si possono annoverare Bla bla car con il suo servizio di car polling o couchsurfing che favorisce la condivisone e lo scambio di ospitalità fra i propri utenti, fino a pervenire ai progetti di realizzazione delle prime sharing cities [17]. Pertanto, entrambi i modelli economici si concentrano sulla creazione e gestione di un mercato virtuale (cd. marketplace), quale luogo adibito all’incontro fra domanda e offerta, differenziandosi in relazione al tasso di controllo e influenza esercitato dalla piattaforma – il cd. potere organizzativo riconosciuto dalla Cgue nei confronti di Uber – e agli scopi perseguiti. Le interazioni fra gli attori presenti nel marketplace conseguentemente riflettono due differenti tipologie relazionali: nel caso della economy on-demand gli accordi stipulati non avvengono fra due agenti indipendenti, ma fra piattaforma e utente (relazione business-to-consumer) con protezione della parte più debole attraverso l’applicazione delle normative sul consumatore; mentre nella sharing economy basilare è la sussistenza di un rapporto paritario fra le parti (relazione consumer-to-consumer) regolato sulla base delle norme del diritto comune [18]. Dunque, disattendendo parzialmente gli orientamenti della Commissione europea [19] e il parere del Comitato delle Regioni dell'Unione europea sull’economia collaborativa [20], la Cgue propenderebbe per una distinzione fra i servizi on-demand e quelli espressione meramente della sharing economy con la sottoposizione dei primi ai regolamenti nazionali di settore. Naturalmente il riconoscimento delle società della economy on-demand quali prestatori di servizi professionali dovrà essere adeguatamente disciplinato dalle legislazioni dei singoli Paesi membri [21] tenendo conto della centralità assunta dall’innovazione tecnologica e delle sue implicazioni in ambito costituzionale, amministrativo, giuslavoristico [22], concorrenziale, nonché fiscale con l’auspicio di una regolazione che sappia bilanciare il fattore tecnologico con la tutela dei diritti in gioco. In conclusione, alla luce delle riflessioni sulla recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sopra analizzata, emerge nitidamente la valutazione operata dall’autorità giudiziaria europea nell’inquadrare e sottoporre i servizi on-demand prestati da Uber all’interno delle regolamentazioni nazionali dei rispettivi Paesi membri, purché nel rispetto delle norme generali contenute nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. La funzione prestata dalla piattaforma elettronica rispetto a questi servizi non costituisce di per sé il fine perseguito, ma piuttosto un mero mezzo prodromico rispetto alla prestazione complessivamente offerta, rappresentata, nel caso in questione, dal servizio di trasporto. Cosicché, d’ora in avanti, almeno per quanto riguarda Uber, non sarà più possibile rifugiarsi nell’ambito della libera prestazione dei servizi in generale, giustificandosi sulla presunta centralità − smentita espressamente in sentenza − dei servizi d’intermediazione prestati tramite le citate piattaforme. Una conclusione, quella appena esposta, difficilmente associata al solo “caso Uber”, considerando che gli effetti della sentenza potrebbero applicarsi estensivamente anche nei confronti di altri analoghi servizi a quello di trasporto, seppur riconducibili a differenti settori, in modo da operare una volta per tutte una prima e necessaria demarcazione fra i modelli di sharing economy ed economy on-demand. ________________________________________ [1] E. Mostacci e A. Somma, Il caso Uber: La sharing economy nel confronto tra common law e civil law, 2016. [2] J. Nowag, UBER between Labour and Competition Law, Vol. 3 LSEU, 2016, pp. 95-104. [3] G. Milizia, Uber è un servizio di trasporto e come tale deve essere disciplinato dagli Stati, Diritto & Giustizia, fasc. 206, 2017, pag. 10. [4] G. Resta, Uber di fronte alle corti europee, Diritto dell'Informazione e dell'Informatica (Il), fasc. 2, 2017, pag. 330. [5] A. Donini, Regole della concorrenza e attività di lavoro nella on demand economy: brevi riflessioni sulla vicenda Uber, Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, fasc. 1, 2016, p. 46. [6] A. Rosenblat e L. Stark, Algorithmic Labor and Information Asymmetries: A Case Study of Uber’s Drivers, International Journal Of Communication, 2016, pp. 3758–3784. [7] G. Pacella, Drivers di Uber: confermato che si tratta di workers e non di self-employed, Labour & Law Issues, vol. 3, n. 2, 2017. [8] G. Pacella, Lavoro e piattaforme: una sentenza brasiliana qualifica subordinato il rapporto tra Uber e gli autisti, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, fasc. 3, 1 settembre 2017, pag. 560. [9] G. Smorto, Caso Uber, l’impatto su tutta la sharing economy, Il sole 24 ore Tecnologia, 2017, http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2017-05-15/caso-uber-l-impatto--tutta-sharing-economy-101832.shtml [10] A. Quarta, Il diritto dei consumatori ai tempi della peer economy. prestatori di servizi e prosumers: primi spunti, Europa e Diritto Privato, fasc. 2, 1 giugno 2017, pag. 667. [11] G. Scancarello, Uber, le conseguenza della sentenza della Corte europea, Lettera43.it, 29 dicembre 2017, http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2017/12/20/uber-sentenza-conseguenze/216651/ [12] E. Citterio, Cos'è veramente la «sharing economy» e come cambierà, disponibile, Avvenire.it, 8 novembre 2016, https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/economia-della-condivisione-il-futuro-sempre-pi-sociale; J. Penn e J. Wibhey, Uber, Airbnb and consequences of the sharing economy: Research roundup, Research Roundup, 2015 [13] I. Maselli-K. Lenaerts-M. Beblavý, Five things we need to know about the on-demand economy, No. 21, 8 January 2016. [14] C. Solmecke e B. Lengensdorf, Rechtliche Probleme bei Sharing Economy: Herausforderungen an die Gesetzgebung auf dem Weg in eine geteilte Welt, MMR, 8/2015, pp. 493-497. [15] G. Resta, Uber di fronte alle corti europee, Diritto dell'Informazione e dell'Informatica (Il), fasc. 2, 2017, p. 330; V. Zeno Zencovich e G. Giannone Codiglione, Ten legal perspectives on the “big data revolution”, in Conc. merc., 2016, p. 29. [16] K. Stokes-E. Clarence-L. Anderson-A. Rinne, Making Sense of the UK Collaborative Economy, Nesta, 2014. [17] Le sharing cities, www.sharingcities.eu/sharingcities/about/it; E. Ferrero, Le smart cities nell'ordinamento giuridico, Foro Amministrativo (Il), fasc. 4, 2015, p. 1267. [18] A. Quarta, Il diritto dei consumatori ai tempi della peer economy. Prestatori di servizi e prosumers: primi spunti, Europa e Diritto Privato, fasc. 2, 1 giugno 2017, p. 667. [19] Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni, un’agenda europea per l'economia collaborativa, Bruxelles, 2 giugno 2016 com (2016) 356, https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2016/IT/1-2016-356-IT-F1-1.PDF. [20] Parere COR-2015-02698-00-00-AC-TRA su La dimensione locale e regionale dell'economia della condivisione del 4-5 dicembre 2015. [21] Vds. la sentenza n. 265 del 16 dicembre 2016 della Corte costituzionale. [22] A. Perulli, Il jobs act degli autonomi: nuove (e vecchie) tutele per il lavoro autonomo non imprenditoriale, Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, fasc. 2, 1 giugno 2017, p. 173;G. Bronzini, Il punto su il futuro (giuridico) del lavoro autonomo nell'era della share-economy, Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, fasc. 1, 2016, p. 75.
Scarica il file in formato PDF - 243 Kb
07/12/2017 - Trib UE -61/16, 7/12/2017, The Coca-Cola Company/EUIPO - UE: Va tutelato il peculiare segno grafico del marchio Coca-Cola
Sentenza nella causa T-61/16, The Coca-Cola Company/EUIPO La Coca-Cola può opporsi alla registrazione del segno «Master», che utilizza la sua stessa scrittura per la commercializzazione di bevande e prodotti alimentari Benché il segno «Master» sia utilizzato con una forma analoga a quella della Coca-Cola soltanto in Siria e in Medio Oriente, la Coca-Cola può provare il rischio di parassitismo economico mediante deduzione logica, nella misura in cui è probabile che «Master» sia in futuro utilizzato allo stesso modo nell’Unione europea Nel 2010, la società siriana Modern Industrial & Trading Investment (Mitico) ha chiesto all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) la registrazione, per bevande e prodotti alimentari, del seguente marchio dell’Unione europea: La società Coca-Cola ha quindi presentato opposizione facendo valere in particolare quattro marchi dell’Unione europea che aveva fatto anteriormente registrare per bevande: In particolare, la Coca-Cola contesta alla Mitico di usare, nel commercio e sul suo sito Internet www.mastercola.com, il marchio MASTER con una forma che ricorda quella della Coca-Cola: L’EUIPO ha respinto l’opposizione della Coca-Cola con la motivazione che i segni in conflitto non erano simili e che non vi era pertanto alcun rischio di confusione tra di essi nonostante i prodotti interessati fossero identici. Inoltre, l’EUIPO ha respinto gli elementi di prova forniti dalla Coca-Cola per dimostrare l’intenzione della Mitico di trarre indebitamente vantaggio dalla notorietà dei suoi marchi anteriori. In seguito alla contestazione, da parte della Coca-Cola, della decisione dell’EUIPO dinanzi al Tribunale dell’Unione europea, quest’ultimo l’ha annullata con sentenza dell’11 dicembre 2014[1]. Secondo il Tribunale, i segni in conflitto presentavano elementi di somiglianza visiva relativi non soltanto alla «coda» che prolunga le loro rispettive lettere iniziali, «c» ed «m», in una curvatura che evoca una firma, ma altresì al comune utilizzo di un carattere tipografico poco consueto nella prassi commerciale contemporanea: la scrittura spencerian. Avendo concluso che i segni in conflitto presentavano un grado di somiglianza certamente tenue, ma nondimeno sufficiente affinché il pubblico di riferimento associasse il segno «Master» ai quattro marchi anteriori Coca-Cola, il Tribunale ha ritenuto che l’EUIPO avrebbe dovuto verificare se l’uso senza giusto motivo del segno «Master» traesse indebito vantaggio dalla notorietà dei marchi anteriori della Coca-Cola o recasse loro pregiudizio. Infine, il Tribunale ha ritenuto che l’EUIPO avesse commesso un errore nel respingere gli elementi di prova prodotti dalla Coca-Cola. Nel 2015, l’EUIPO ha adottato una nuova decisione sulla base della sentenza del Tribunale del 2014. L’opposizione della Coca-Cola è stata nuovamente respinta in quanto l’EUIPO ha ritenuto questa volta che le prove prodotte dalla Coca-Cola non fossero in grado di dimostrare l’esistenza di un rischio di parassitismo economico. Insoddisfatta di tale nuova decisione dell'EUIPO, la Coca-Cola ha nuovamente adito il Tribunale al fine di chiederne l’annullamento. Con la sentenza odierna, il Tribunale accoglie il ricorso della Coca-Cola e annulla la decisione dell’EUIPO del 2015. Considerato, innanzitutto, il fatto che il segno «Master» non è attualmente usato nel territorio dell’Unione europea (dato che i prodotti Master sono commercializzati in Siria ed in Medio Oriente), il Tribunale ritiene che l’EUIPO fosse tenuto a prendere in considerazione gli elementi di prova relativi all’uso commerciale del segno «Master» fuori dell’Unione al fine di determinare se esista un rischio che l’uso futuro di tale segno nell’Unione tragga indebitamente vantaggio dalla notorietà dei quattro marchi anteriori della Coca-Cola. Infatti, al fine di determinare l’esistenza di siffatto rischio, un’impresa come la Coca-Cola deve potersi avvalere dell’uso che viene fatto di un segno utilizzato al di fuori dell’Unione europea al fine di fondare una deduzione logica relativa al probabile uso commerciale che di tale segno verrà fatto in caso di registrazione nel territorio dell’Unione. Il Tribunale ritiene a tale riguardo che sia possibile, in linea di principio, dedurre logicamente da una domanda di registrazione di un marchio dell'Unione europea che il suo titolare abbia intenzione di commercializzare i propri prodotti o servizi all'interno dell'Unione. Nel caso di specie è pertanto logicamente prevedibile che la Mitico, ove ottenga la registrazione del marchio richiesto, abbia intenzione di commercializzare i propri prodotti con il marchio MASTER nell'Unione. Il Tribunale prosegue dichiarando che il modo in cui il segno «Master» è attualmente usato dalla Mitico fuori dall’Unione consente di concludere, ad una prima impressione, che esiste un rischio futuro non ipotetico di indebito vantaggio nell'Unione, tenuto conto del fatto che la Mitico non ha fornito alcun elemento specifico relativo ad eventuali intenzioni commerciali nell’Unione diverse da quelle riguardanti la Siria ed il Medio Oriente. Il Tribunale ne ha concluso che l’EUIPO ha commesso un errore nella valutazione degli elementi di prova relativi all’uso commerciale del segno «Master» fuori dall’Unione, non tenendo conto delle deduzioni logiche e delle analisi probabilistiche che ne possono derivare quanto all'esistenza, per la Coca-Cola, di un rischio di parassitismo nell'Unione.
Scarica il file in formato PDF - 334 Kb
07/12/2017 - C-636/16, 7/12/2017, Wilber López Pastuzano/Delegación del Gobierno en Navarra - Vanno valutati caso per caso i presupposti dell'allontanamento dei cittadini extra UE soggiornanti di lunga durata
Sentenza nella causa C-636/16, Wilber López Pastuzano/Delegación del Gobierno en Navarra Una decisione di allontanamento non può essere adottata nei confronti di un cittadino di uno Stato non UE, soggiornante di lungo periodo durata, unicamente in ragione del fatto che è stato condannato a una pena privativa della libertà personale superiore a un anno Un cittadino colombiano, che aveva ottenuto nel 2013 un permesso di soggiorno di lungo periodo in Spagna, è stato successivamente condannato a due pene detentive, rispettivamente di dodici e tre mesi, in seguito alle quali è stato incarcerato nel 2015. Veniva dunque aperto un procedimento amministrativo di allontanamento nei suoi confronti. Il 29 giugno 2015, la delegazione del governo a Navarra (Spagna) ha adottato una decisione che disponeva l’allontanamento del cittadino colombiano dal territorio spagnolo. Tale decisione era accompagnata da un divieto di ingresso in Spagna per cinque anni e dal ritiro del permesso di soggiorno di lungo periodo. La direttiva relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo[1] dispone che essi debbano godere di una tutela rafforzata contro l’espulsione. Di conseguenza, gli Stati membri possono decidere di allontanare un soggiornante di lungo periodo esclusivamente se egli costituisce una minaccia effettiva e sufficientemente grave per l’ordine pubblico o la pubblica sicurezza. Prima di emanare un provvedimento di allontanamento nei confronti di un soggiornante di lungo periodo, gli Stati membri devono considerare più elementi: la durata del soggiorno nel loro territorio; l’età dell’interessato; le conseguenze per l’interessato e per i suoi familiari, nonché i vincoli con il paese di soggiorno o l’assenza di vincoli con il paese d’origine. Il Juzgado de lo Contencioso-Administrativo no 1 de Pamplona (Tribunale amministrativo provinciale di Pamplona, Spagna) indica che, nell’ordinamento giuridico spagnolo, esistono due diverse modalità di allontanamento amministrativo di un cittadino straniero, vale a dire, da un lato, l’allontanamento come sanzione inflitta per la commissione di varie violazioni amministrative e, dall’altro, l’allontanamento come conseguenza derivante per legge dalla condanna a una pena privativa della libertà personale superiore a un anno per atto doloso. Il giudice spagnolo rileva che, per quanto riguarda i soggiornanti di lungo periodo in Spagna, secondo la giurisprudenza di alcuni tribunali nazionali, la protezione rafforzata contro le decisioni di allontanamento può essere accordata unicamente nel caso di decisioni di allontanamento adottate per sanzionare determinate violazioni amministrative e non nel caso di decisioni adottate nei confronti di un soggiornante di lungo periodo condannato ad una pena privativa della libertà personale superiore a un anno. Il Juzgado Contencioso-Administrativo no 1 de Pamplona domanda alla Corte, in sostanza, se la direttiva osti a tale giurisprudenza. Con l’odierna sentenza, la Corte dichiara che la direttiva osta a una normativa di uno Stato membro che, come interpretata da una parte degli organi giurisdizionali di tale Stato, non prevede l’applicazione delle condizioni di tutela contro l’allontanamento di un cittadino di uno Stato non UE, soggiornante di lungo periodo, con riferimento a tutte le decisioni amministrative di allontanamento, indipendentemente dalla natura o dalle modalità giuridiche di tale misura. Innanzitutto, la Corte ricorda che l’obiettivo principale della direttiva è l’integrazione dei cittadini di paesi non UE stabilitisi a titolo duraturo negli Stati membri e i quali devono, a tal fine, godere di una tutela rafforzata contro l’espulsione. La Corte rileva, inoltre, che, prima di emanare un provvedimento di allontanamento nei confronti di un cittadino di uno Stato non UE, soggiornante di lungo periodo, gli Stati membri prendono in considerazione la durata del soggiorno nel loro territorio, l’età dell’interessato, le conseguenze per quest’ultimo e per i suoi familiari, nonché i vincoli con il paese di soggiorno o l’assenza di vincoli con il paese d’origine. Essa considera che è pertanto indifferente che una siffatta misura sia stata pronunciata come sanzione amministrativa o sia la conseguenza di una condanna penale. La Corte ricorda anche che una decisione di allontanamento non può essere emanata automaticamente a seguito di una condanna penale, ma richiede una valutazione caso per caso che deve, in particolare, vertere sugli elementi menzionati. Di conseguenza, una decisione di allontanamento non può essere adottata nei confronti di un cittadino di uno Stato non UE, soggiornante di lunga durata, unicamente in ragione del fatto che è stato condannato a una pena privativa della libertà personale superiore a un anno.
Scarica il file in formato PDF - 247 Kb
05/12/2017 - T-893/16, 5/12/2017, Xiaomi, Inc. / EUIPO - Apple impedisce la registrazione di «MI PAD» come marchio dell'Unione europea per dispositivi elettronici e servizi di (tele)comunicazione
Apple impedisce la registrazione di «MI PAD» come marchio dell’Unione europea per dispositivi elettronici e servizi di (tele)comunicazione Sentenza nella causa T-893/16, Xiaomi, Inc. / Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) Nel 2016, l’EUIPO ha accolto l’opposizione della Apple: avendo riscontrato un notevole grado di somiglianza tra i segni in conflitto, l’EUIPO ha dichiarato che le differenze tra i due segni non erano sufficienti per escludere l’esistenza di un rischio di confusione e che il pubblico di riferimento avrebbe pensato che il marchio MI PAD fosse una variante del marchio IPAD. Insoddisfatta della decisione dell’EUIPO, la Xiaomi ha adito il Tribunale dell’Unione europea per chiederne l’annullamento. Con la sentenza odierna, il Tribunale respinge il ricorso della Xiaomi e conferma che il segno MI PAD non può essere registrato come marchio dell’Unione europea.
Scarica il file in formato PDF - 143 Kb
15/11/2017 - C-498/2016 - CONCLUSIONI DELL'AVVOCATO GENERALE del 15/11/2017 - Individuazione del giudice competente: l'utente facebook è un consumatore
CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE MICHAL BOBEK presentate il 14 novembre 2017 Individuazione del giudice competente: l’utente facebook è un consumatore Causa C-498/16 Maximilian Schrems contro Facebook Ireland Limited [domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dall’Oberster Gerichtshof (Corte suprema, Austria)] «Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Regolamento (CE) n. 44/2001 – Competenza giurisdizionale in materia di contratti conclusi da consumatori – Nozione di consumatore – Social media – Account Facebook e pagine Facebook – Cessione di diritti da parte di consumatori domiciliati nello stesso Stato membro, in altri Stati membri e in paesi terzi – Azione collettiva» «1. L’articolo 15, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 44/2001, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che lo svolgimento di attività quali la pubblicazione di libri, la tenuta di conferenze, la gestione di siti web o la raccolta di fondi per l’esercizio di diritti non comporta la perdita dello status di consumatore con riferimento alle domande concernenti il proprio account Facebook utilizzato per finalità private. 2. Sul fondamento dell’articolo 16, paragrafo 1, del regolamento n. 44/2001, un consumatore non può far valere, contemporaneamente a diritti propri, diritti aventi lo stesso oggetto ceduti da altri consumatori domiciliati in altre località all’interno dello stesso Stato membro, in altri Stati membri o in paesi terzi».
Scarica il file in formato PDF - 251 Kb
25/10/2017 - C-201/16 del 25/10/2017 - Stati di primo ingresso: competenti solo se il trasferimento avviene entro sei mesi
Stati di primo ingresso: competenti solo se il trasferimento avviene entro sei mesi SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione) 25 ottobre 2017 «Rinvio pregiudiziale – Regolamento (UE) n. 604/2013 – Determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo – Articolo 27 – Mezzo di ricorso – Portata del sindacato giurisdizionale – Articolo 29 – Termine per effettuare il trasferimento – Mancata esecuzione del trasferimento entro il termine impartito – Obblighi dello Stato membro competente – Trasferimento di competenza – Necessità di una decisione dello Stato membro competente» Nella causa C-201/16 Il trasferimento del richiedente protezione internazionale nel Paese membro di primo ingresso deve avvenire entro sei mesi. In caso contrario, la competenza passa automaticamente dallo Stato di primo ingresso al Paese che dispone il trasferimento ma non lo esegue. È la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilirlo con la sentenza del 25 ottobre (causa C-201/16, Shiri) su richiesta della Corte amministrativa austriaca alle prese con il ricorso di un iraniano entrato in Europa dalla Bulgaria. Arrivato in Austria l’uomo aveva presentato una domanda di protezione internazionale, ma l’Agenzia per l’immigrazione e l’asilo aveva chiesto alle autorità bulgare di riprendere in carico il caso. Tuttavia, a fronte del sì bulgaro, le autorità austriache non avevano proceduto al trasferimento. Di qui la richiesta del cittadino extra Ue di poter presentare nuovamente la domanda alle autorità austriache. Per la Corte il regolamento Dublino III n. 604/2013 prevede che uno Stato membro non competente a decidere sulla domanda di asilo debba procedere al trasferimento del richiedente entro sei mesi dall’accettazione della richiesta dell’altro Stato Ue di riprendere in carico l’istanza perché se ciò non avviene la competenza è trasferita allo Stato membro in origine non competente. Tale trasferimento di competenza – osserva la Corte – avviene in modo automatico perché l’articolo 29 del regolamento non subordina il passaggio sulla decisione della richiesta a ulteriori condizioni anche per assicurare un esame rapido delle domande di protezione internazionale.
Scarica il file in formato PDF - 112 Kb
17/10/2017 - C-194/16 del 17/10/2017 - La Corte Ue chiarisce i criteri per individuare il giudice competente nei casi di diffamazione via web
La Corte Ue chiarisce i criteri per individuare il giudice competente nei casi di diffamazione via web CORTE UE (Grande Sezione) 17 ottobre 2017 «Rinvio pregiudiziale – Cooperazione giudiziaria in materia civile – Regolamento (UE) n. 1215/2012 – Articolo 7, punto 2 – Competenza speciale in materia di illeciti civili dolosi o colposi – Lesione dei diritti di una persona giuridica tramite la pubblicazione, su Internet, di dati asseritamente inesatti ad essa relativi e l’omessa rimozione di commenti che la riguardano – Luogo in cui il danno si è concretizzato – Centro degli interessi di tale persona» Nella causa C-194/16, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Riigikohus (Corte suprema, Estonia), con decisione del 23 marzo 2016, pervenuta in cancelleria il 7 aprile 2016, nel procedimento 1) L’articolo 7, punto 2, del regolamento (UE) n. 1215/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2012, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che una persona giuridica la quale lamenti che, con la pubblicazione su Internet di dati inesatti che la riguardano e l’omessa rimozione di commenti sul proprio conto, sono stati violati i suoi diritti della personalità, può proporre un ricorso diretto alla rettifica di tali dati, alla rimozione di detti commenti e al risarcimento della totalità del danno subito dinanzi ai giudici dello Stato membro nel quale si trova il centro dei propri interessi. Quando la persona giuridica interessata esercita la maggior parte delle sue attività in uno Stato membro diverso da quello della sua sede statutaria, tale persona può citare l’autore presunto della violazione sulla base del luogo in cui il danno si è concretizzato in quest’altro Stato membro. 2) L’articolo 7, punto 2, del regolamento n. 1215/2012 deve essere interpretato nel senso che una persona la quale lamenti che, con la pubblicazione su Internet di dati inesatti che la riguardano e l’omessa rimozione di commenti sul proprio conto, sono stati violati i suoi diritti della personalità, non può proporre un ricorso diretto alla rettifica di tali dati e alla rimozione di detti commenti dinanzi ai giudici di ciascuno Stato membro nel cui territorio siano o siano state accessibili le informazioni pubblicate su Internet.
Scarica il file in formato PDF - 113 Kb
10/10/2017 - C-413/15 Corte UE - 10/10/2017 - Direttive con effetti diretti: la Corte amplia il perimetro di applicazione
SENTENZA DELLA CORTE UE (Grande Sezione) 10 ottobre 2017 «Rinvio pregiudiziale – Ravvicinamento delle legislazioni – Assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli – Direttiva 90/232/CEE – Articolo 1 – Responsabilità in caso di danni alla persona causati a qualsiasi passeggero diverso dal conducente – Assicurazione obbligatoria – Effetto diretto – Direttiva 84/5/CEE – Articolo 1, paragrafo 4 – Organismo incaricato di risarcire i danni alle cose o alle persone causati da un veicolo non identificato o non assicurato – Invocabilità di una direttiva nei confronti di uno Stato – Condizioni in presenza delle quali un organismo di diritto privato può essere considerato un’emanazione dello Stato e sono ad esso opponibili le disposizioni di una direttiva idonee a produrre un effetto diretto» Nella causa C-413/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Supreme Court (Corte Suprema, Irlanda), con decisione del 12 maggio 2015, pervenuta in cancelleria il 27 luglio 2015, nel procedimento Elaine Farrell contro Alan Whitty, Minister for the Environment, Ireland, Attorney General,Motor Insurers Bureau of Ireland (MIBI), Direttive con effetti diretti: la Corte amplia il perimetro di applicazione La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza Farrell depositata il 10 ottobre (causa C-413/15, C-413:15) ha allargato, almeno in parte, il perimetro di applicazione delle direttive dettagliate stabilendo che gli effetti diretti sono opponibili ad enti di diritto privato se lo Stato affida loro compiti di interesse pubblico. La questione pregiudiziale è stata sollevata dalla Corte suprema irlandese: la controversia nazionale riguardava una passeggera di un furgone che, dopo aver subito un incidente, non aveva ottenuto il risarcimento perché il proprietario del mezzo non era assicurato. La donna aveva chiesto un risarcimento all’ente competente: la sua istanza era stata respinta in primo grado, ma in appello aveva ottenuto un indennizzo. La vicenda era approdata alla Corte Suprema che ha chiamato in aiuto gli eurogiudici per stabilire se la seconda direttiva 84/5/CEE concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile risultante dalla circolazione di autoveicoli (modificata dalla terza direttiva 90/232/CEE), dotata di effetti diretti, sia opponibile “a un organismo di diritto privato al quale uno Stato membro abbia demandato il compito di cui all’articolo 1, paragrafo 4, della stessa direttiva”. La Corte di giustizia, da un lato, ha precisato che una direttiva “non può creare obblighi in capo a un singolo” e, quindi, non può essere azionata contro enti privati, dall’altro lato, ha chiarito, però, che gli amministrati possono invocare le norme dell’atto Ue non solo contro uno Stato membro e i suoi organi territoriali, ma anche “nei confronti di organismi o enti soggetti o al controllo dello Stato o che dispongono di poteri che eccedono quelli risultanti dalle norme applicabili nei rapporti fra singoli”. Pur non arrivando ad accogliere la richiesta dell’Avvocato generale Sharpston il quale aveva invitato la Corte “a riconsiderare e a riesaminare criticamente le giustificazioni addotte nella sentenza Faccini Dori per respingere l’efficacia diretta orizzontale”, Lussemburgo ha preso le distanze dalla sentenza Foster del 1990 ritenendo che i criteri individuati per consentire l’azionabilità delle direttive dotate di effetti diretti non devono essere applicati cumulativamente. Di conseguenza, è sufficiente che gli enti o gli organismi, anche di diritto privato, siano chiamati ad assolvere un compito di interesse pubblico, con poteri che vanno al di là di quelli propri dei rapporti tra privati, per permettere ai singoli di invocare direttamente le direttive nei confronti di detti enti. Pertanto, con riguardo al caso di specie, gli organismi costituiti in base alle direttive per indennizzare i danni provocati da soggetti che non hanno rispettato gli obblighi di copertura assicurativa, in quanto enti incaricati dallo Stato di svolgere compiti di interesse pubblico, anche con poteri impositivi nei confronti delle compagnie di assicurazione, devono essere classificati tra gli enti pubblici. E questo al di là della denominazione nazionale. Di conseguenza, i privati possono invocare le norme delle direttive con effetti diretti contro enti di questo genere. Una conclusione che allarga l’efficacia del diritto Ue e apre uno spiraglio, come auspicato dall’Avvocato generale, ad effetti diretti delle direttive non solo in senso verticale, ma anche orizzontale.
Scarica il file in formato PDF - 114 Kb
14/09/2017 - Corte UE -372 16, 14/9/2017: No all'ingresso nello spazio Ue di atti di divorzio che discriminano la donna
CORTE UE 372/16 14/9/2017 Il giudice nazionale deve bloccare l’ingresso di atti di tribunali islamici che mettono la donna in una situazione di inferiorità. E’ quanto ha affermato l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Saugmandsgaard Øe, nelle conclusioni depositate il 14 settembre (C-372/16) con le quali è stata affermata la primazia della tutela dei valori comuni dell’Unione europea, incluso il divieto di discriminazione nei confronti della donna. E’ stato il tribunale regionale superiore di Monaco di Baviera a sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea alcune questioni interpretative prima di risolvere una controversia tra una coppia di cittadini siriani (che aveva acquisito anche la cittadinanza tedesca). I partner si erano sposati in un tribunale islamico di Homs (Siria) e, dopo vari spostamenti, erano rientrati in Germania. Il marito si era rivolto al tribunale religioso della sharia in Siria e aveva ottenuto il divorzio. La donna, secondo le regole della sharia, aveva dovuto firmare un dichiarazione con la quale accettava una somma di denaro e liberava il marito da ogni obbligo nei suoi confronti. L’uomo aveva chiesto ai giudici tedeschi il riconoscimento della pronuncia di divorzio. In un primo tempo aveva ottenuto il sì al riconoscimento, ma la ex moglie si era opposta e il tribunale regionale, prima di decidere, si è rivolto a Lussemburgo per l’interpretazione del regolamento n. 1259/2010 sull’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore della legge applicabile al divorzio e alla separazione personale (“Roma III”), in vigore dal 2012. Prima di tutto, l’Avvocato generale parte dalla constatazione che il regolamento si attua solo per le questioni relative all’individuazione della legge applicabile, con la conseguenza che non dovrebbe trovare attuazione nella vicenda in esame. Tuttavia, Saugmandsgaard Øe riconosce una possibile indiretta attuazione nella vicenda in esame, sottolineando che, in ogni caso, nel regolamento Roma III non possono essere inclusi i divorzi cosiddetti privati pronunciati all’estero, in sistemi giuridici di ispirazione musulmana nei quali si ammette lo scioglimento del matrimonio per volontà dello sposo. In quest’ipotesi manca, infatti, l’intervento di un’autorità giurisdizionale nazionale o di un’autorità pubblica. L’Avvocato generale si spinge in ogni caso a fornire una soluzione: l’articolo 10 del regolamento impedisce l’ingresso di leggi straniere che, anche solo in astratto, mostrano una discriminazione tra coniugi che certo sussiste se non vi sono pari condizioni di accesso al divorzio. In quest’ipotesi scatta la tutela dei diritti fondamentali e dei valori comuni dell’Unione europea, con la conseguenza che va sbarrata la strada all’ingresso di un sistema, come quello islamico, che non attribuisce alla moglie le stesse condizioni di accesso al divorzio del marito. Una valutazione ex ante, quindi, che considera irrilevante l’eventuale consenso dato dalla donna e amplia le possibilità di disapplicazione delle regole fondate sulla sharia che discriminano la donna, con l’obbligo di regolare il divorzio in base alla legge del foro (in questo caso quella tedesca). E’ evidente, in questi casi, che, al di là del consenso della donna, si realizza una discriminazione “fondata sull’appartenenza dei coniugi all’uno o all’altro sesso”, discriminazione che “riveste una gravità tale da dover comportare il rigetto assoluto, senza alcuna possibilità di eccezione nel singolo caso concreto, della totalità della legge altrimenti applicabile”.
Scarica il file in formato PDF - 227 Kb
15/06/2017 - Corte UE C-249/16 - 15 giugno 2017 - DIRITTO BANCARIO- OBBLIGAZIONI SOLIDALI- REGRESSO TRA CONDEBITORI.
C-249/16 15 GIUGNO 2017 DIRITTO BANCARIO- OBBLIGAZIONI SOLIDALI- REGRESSO TRA CONDEBITORI. Nozioni di “materia contrattuale” e di “contratto di prestazione di servizi” – Azione di regresso tra i condebitori in solido di un contratto di mutuo – Determinazione del luogo di esecuzione del contratto di mutuo. L’art. 7, punto 1 Regolamento (UE) n. 1215/2012, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che un’azione di regresso tra i condebitori in solido di un contratto di mutuo rientra nella «materia contrattuale» ai sensi di tale disposizione. Ai sensi dell’art. 7 punto 1 Lett.B secondo trattino un contratto di mutuo, come quello di cui trattasi nel procedimento principale, concluso tra un istituto di credito e due condebitori in solido, va qualificato come «contratto di prestazione di servizi». Qualora un istituto di credito abbia erogato un mutuo a due condebitori solidali, il «luogo, situato in uno Stato membro, in cui i servizi sono stati o avrebbero dovuto essere prestati in base al contratto», ai sensi di questa norma, è, salvo accordo contrario, quello della sede di tale istituto, e ciò anche ove si tratti di determinare la competenza territoriale del giudice chiamato a conoscere dell’azione di regresso tra i condebitori.
Scarica il file in formato PDF - 294 Kb
14/06/2017 - C-610/15 - 14/6/2017 - Internet e diritto d’autore
Internet e diritto d’autore: responsabilità del fornitore di servizi se le piattaforme portano a scaricare opere protette Tutela ad ampio raggio del diritto d’autore anche via web. La Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza depositata il 14 giugno nella causa C-610/15 (Stichting Brein) ha stabilito che i fornitori di accesso a internet sono tenuti a garantire il pieno rispetto del diritto d’autore in ogni caso di comunicazione al pubblico. Di conseguenza, chi fornisce l’accesso alla rete è tenuto a bloccare l’utilizzo di piattaforme di condivisione online che portano a opere protette attraverso l’indicizzazione di metadati. E’ stata la Corte suprema dei Paesi Bassi a chiedere alcuni chiarimenti sulla direttiva 2001/29 sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, recepita in Italia con Dlgs n. 68/2003, per risolvere una controversia tra una fondazione che protegge gli interessi dei titolari dei diritti d’autore e alcune società che forniscono l’accesso a internet. Attraverso una piattaforma di condivisione online, “The Pirate Bay”, alcuni abbonati condividevano file utilizzando un software. Inoltre, attraverso un “file torrent”, indicizzato con la piattaforma, gli utenti arrivavano a scaricare opere protette, senza che i titolari dei diritto avessero dato il consenso agli amministratori delle società dei servizi o agli utenti della piattaforma. La fondazione aveva chiesto di bloccare i nomi di dominio e gli indirizzi IP della piattaforma. La Corte di giustizia, prima di tutto, ha qualificato l’attività degli amministratori attraverso la piattaforma “The Pirate Bay” e l’indicizzazione di metadati relativi ad opere protette, consentendo così la condivisione tra una rete di utenti (peer-to-peer), come una “comunicazione al pubblico”, effettuata a un gruppo di persone che non è stato già considerato dai titolari del diritto d’autore, i quali non hanno reso alcuna autorizzazione. Di conseguenza, – osserva la Corte – il fornitore di accesso va ritenuto responsabile anche se le opere tutelate non sono state messe a disposizione dagli amministratori della piattaforma ma da alcuni utenti. Gli amministratori, inoltre, hanno diffuso attraverso i blog la possibilità di accedere a opere protette e hanno tratto un profitto, tramite gli introiti pubblicitari, da piattaforme come “The Pirate Bay”. Di qui la responsabilità dei fornitori di accesso a internet.
Scarica il file in formato PDF - 108 Kb
14/06/2017 - C-75/16 - 14 giugno 2017 - Mediazione e diritto comunitario -
Corte di Giustizia UE, Prima Sezione, sentenza 14 giugno 2017, causa C-75/16 MEDIAZIONE Nelle controversie di consumo, l'obbligo dell'assistenza dell'avvocato in mediazione è contrario al diritto comunitario (ma, forse, non sempre) Secondo la Corte di Giustizia, la direttiva 2013/11/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2013, sulla risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori, osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale (e, cioè, al d.lgs. n. 28/2010), la quale prevede che, nell'ambito di una mediazione siffatta, i consumatori debbano essere assistiti da un avvocato.
Scarica il file in formato PDF - 205 Kb
14/06/2017 - C-610/15 14/6/2017 - Violazione di copyright su internet
Corte di Giustizia UE, Seconda Sezione, sentenza 14 giugno 2017, causa C-610/15 DIRITTO D'AUTORE The Pirate Bay è direttamente responsabile per le violazioni del copyright commesse dai suoi utenti La nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’art. 3 §.1 Direttiva 2001/29/CE (diritti d’autore e connessi nella società dell’informazione), deve essere interpretata in modo da comprendere la messa a disposizione e la gestione, su internet, di una piattaforma di condivisione che, mediante l’indicizzazione di metadati relativi ad opere protette e la fornitura di un motore di ricerca, consenta agli utenti di tale piattaforma di localizzarle e di condividerle nell’ambito di una rete tra utenti (peer-to-peer).
Scarica il file in formato PDF - 157 Kb
31/05/2017 - Tribunale UE, 2° sezione, 31/5/2017 - Marchio UE - Assenza di somiglianza tra segni
SENTENZA DEL TRIBUNALE UE (Seconda Sezione) 31 maggio 2017 «Marchio dell’Unione europea – Opposizione – Domanda di marchio dell’Unione europea figurativo SOTTO IL SOLE ITALIANO SOTTO il SOLE – Marchio dell’Unione europea denominativo anteriore VIÑA SOL – Impedimento relativo alla registrazione – Pregiudizio al carattere distintivo – Assenza di somiglianza tra i segni – Articolo 8, paragrafo 5, del regolamento (CE) n. 207/2009» Nella causa T-637/15, Alma-The Soul of Italian Wine LLLP contro Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO), Miguel Torres, SA, Secondo il Tribunale UE: Sul piano visivo, i segni in conflitto (“Sotto il sole italiano Sotto il sole” e “VIÑA SOL” presentano solo un debole grado di somiglianza. Il marchio anteriore è composto da due sole parole, mentre il marchio richiesto è composto da due elementi denominativi di, rispettivamente, 3 e 4 parole, nonché da una rappresentazione stilizzata del sole, situata in posizione centrale, che presenta un grado certo di originalità. Inoltre, si deve rilevare che l’elemento figurativo che rappresenta il sole nel marchio richiesto presenta una certa originalità che si riflette sul segno nel suo complesso. La coincidenza tra i segni in conflitto risulta soltanto dalla comune presenza in essi, una volta sola nel marchio anteriore, e due volte nel marchio richiesto, della successione delle lettere «s», «o» e «l». Tale elemento non può controbilanciare i diversi elementi di diversità tra tali segni. Sulla comparazione fonetica: Anche sul piano fonetico i segni in conflitto presentano differenze che prevalgono sugli elementi di somiglianza. La differente lunghezza di tali marchi – in quanto il marchio anteriore è costituito da due parole molto brevi di rispettivamente due sillabe e una sillaba, mentre il marchio richiesto è composto da quattro parole diverse e l’elemento denominativo «sotto il sole» comprende, di per sé, 5 sillabe – comporta che la sonorità e il ritmo della loro pronuncia sono molto diversi. Tali elementi neutralizzano completamente l’elemento di prossimità che potrebbe risultare dalla presenza del termine «sole» nel marchio richiesto e del termine «sol» nel marchio anteriore. Sulla comparazione concettuale: Come la ricorrente ha fatto valere, i segni in conflitto non presentano nemmeno sul piano concettuale un grado di somiglianza sufficiente affinché il pubblico di riferimento possa stabilire un nesso tra loro. Per la parte del pubblico di riferimento che comprende l’espressione spagnola «viña sol» e l’espressione italiana «sotto il sole italiano», la prima espressione significa in sostanza «vigneto del sole», mentre l’associazione dei termini «sole» e «italiano» significa «sole italiano», e la seconda espressione significa «sotto il sole italiano», di modo che essa richiama l’origine italiana del vino contraddistinto dal marchio richiesto. Il solo riferimento comune al sole non è tale da creare, sul piano concettuale, una somiglianza tra i segni in conflitto. Infatti, anche se il marchio anteriore presenta un certo carattere di fantasia nel fare riferimento a un vino proveniente da un «vigneto del sole», che è altresì elogiativo, il marchio richiesto rimanda, quanto ad esso, all’origine e al luogo di produzione del vino. Il significato veicolato da ciascuno di detti segni è quindi dissimile. Conclusione sull’esistenza di un nesso tra i segni in conflitto rispetto alla loro somiglianza La comparazione dei segni in conflitto porta a constatare l’esistenza di un debole grado di somiglianza sul piano visivo, la neutralizzazione dell’elemento di prossimità di tali segni sul piano fonetico e la diversità sul piano concettuale, cosicché deve ritenersi che essi, nel complesso, presentino un debole grado di somiglianza. Quanto agli altri fattori pertinenti presi in considerazione dalla commissione di ricorso, si deve rilevare che, pur se l’identità dei consumatori rilevanti e la notorietà del marchio anteriore per i vini sono stati correttamente valutati nella decisione impugnata, il carattere distintivo del marchio anteriore è comunque debole.
Scarica il file in formato PDF - 285 Kb
18/05/2017 - C- 617/15 18/5/17 - Reg (CE) n. 207/2009 - Marchio UE - Art 97, par 1 - Competenza internazionale - Azione per contraffazione esercitata c. società avente sede in uno Stato terzo
sentenza della Corte di Giustizia, seconda sezione 18 maggio 2017 «Rinvio pregiudiziale – Proprietà intellettuale – Regolamento (CE) n. 207/2009 – Marchio dell’Unione europea – Articolo 97, paragrafo 1 – Competenza internazionale – Azione per contraffazione esercitata nei confronti di una società avente sede in uno Stato terzo – Controllata in forma indiretta stabilita nel territorio dello Stato membro del giudice adito – Nozione di “stabile organizzazione”» Nella causa C-617/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dall’Oberlandesgericht Düsseldorf (Tribunale regionale superiore di Düsseldorf, Germania), con decisione del 16 novembre 2015, pervenuta in cancelleria il 23 novembre 2015, nel procedimento Hummel Holding A/S contro Nike Inc., Nike Retail BV, L’articolo 97, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 207/2009 del Consiglio, del 26 febbraio 2009, sul marchio dell’Unione europea, dev’essere interpretato nel senso che una società giuridicamente indipendente avente sede in uno Stato membro e che sia indirettamente controllata da una capogruppo che non ha sede nell’Unione europea costituisce una «stabile organizzazione» di tale capogruppo, ai sensi di detta disposizione, a condizione che tale controllata sia un centro operativo che, nello Stato membro in cui è situato, sia presente in forma reale e stabile e a partire dal quale sia esercitata un’attività commerciale, e che si manifesti in modo duraturo verso l’esterno come estensione della suddetta capogruppo.
Scarica il file in formato PDF - 259 Kb
26/04/2017 - Corte UE C-527/15 - 26/4/20017 - Direttiva 2001/29/CE – Armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi – Art 3 par 1 - Accesso a siti web di streaming
sentenza DELLA CORTE DI GIUSTIZIA (Seconda Sezione) del 26 aprile 2017 «Rinvio pregiudiziale – Proprietà intellettuale e industriale – Direttiva 2001/29/CE – Armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi – Articolo 3, paragrafo 1 – Comunicazione al pubblico – Nozione – Vendita di un lettore multimediale – Estensioni (“add-ons”) – Pubblicazione di opere senza l’autorizzazione del titolare – Accesso a siti web di streaming – Articolo 5, paragrafi 1 e 5 – Diritto di riproduzione – Eccezioni e limitazioni – Utilizzo legittimo» Nella causa C 527/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Rechtbank Midden-Nederland (tribunale di Midden-Nederland, Paesi Bassi), con decisione del 30 settembre 2015, pervenuta in cancelleria il 5 ottobre 2015, nel procedimento Stichting Brein contro Jack Frederik Wullems, anche operante con la denominazione commerciale «Filmspeler», 1) La nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, deve essere interpretata nel senso che essa ricomprende la vendita di un lettore multimediale, come quello di cui al procedimento principale, nel quale sono state preinstallate estensioni, disponibili su Internet, contenenti collegamenti ipertestuali a siti web liberamente accessibili al pubblico sui quali sono state messe a disposizione del pubblico opere tutelate dal diritto d’autore senza l’autorizzazione dei titolari di tale diritto. 2) Le disposizioni dell’articolo 5, paragrafi 1 e 5, della direttiva 2001/29 devono essere interpretate nel senso che atti di riproduzione temporanea, su un lettore multimediale come quello di cui al procedimento principale, di un’opera tutelata dal diritto d’autore ottenuta via streaming su un sito web appartenente a un terzo che offre tale opera senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore non soddisfano i requisiti indicati nelle menzionate disposizioni.
Scarica il file in formato PDF - 331 Kb
14/03/2017 - Corte UE C-188/15 14 marzo 2017 - VELO ISLAMICO sul luogo di lavoro
CORTE UE (Grande Sezione) 14 marzo 2017 «Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa – Nozione – Desiderio di un cliente che le prestazioni non vengano assicurate da una dipendente che indossa un velo islamico» Nella causa C-188/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Cour de cassation (Corte di cassazione, Francia), con decisione del 9 aprile 2015, pervenuta in cancelleria il 24 aprile 2015, nel procedimento Asma Bougnaoui, Association de défense des droits de l’homme (ADDH) contro Micropole SA, L’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, dev’essere interpretato nel senso che la volontà di un datore di lavoro di tener conto del desiderio di un cliente che i servizi di tale datore di lavoro non siano più assicurati da una dipendente che indossa un velo islamico non può essere considerata come un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa ai sensi di detta disposizione.
Scarica il file in formato PDF - 258 Kb
14/03/2017 - Corte UE C-157/15 14 marzo 2017 - VELO ISLAMICO sul luogo di lavoro
CORTE UE (Grande Sezione) 14 marzo 2017 «Rinvio pregiudiziale – Politica sociale – Direttiva 2000/78/CE – Parità di trattamento – Discriminazione basata sulla religione o sulle convinzioni personali – Regolamento interno di un’impresa che vieta ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di natura politica, filosofica o religiosa – Discriminazione diretta – Insussistenza – Discriminazione indiretta – Divieto posto ad una dipendente di indossare il velo islamico» Nella causa C-157/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dallo Hof van Cassatie (Corte di cassazione, Belgio), con decisione del 9 marzo 2015, pervenuta in cancelleria il 3 aprile 2015, nel procedimento Samira Achbita, Centrum voor gelijkheid van kansen en voor racismebestrijding contro G4S Secure Solutions NV, L’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, deve essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi di tale direttiva. Siffatta norma interna di un’impresa privata può invece costituire una discriminazione indiretta ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2000/78, qualora venga dimostrato che l’obbligo apparentemente neutro da essa previsto comporta, di fatto, un particolare svantaggio per le persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, a meno che esso sia oggettivamente giustificato da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti, e che i mezzi impiegati per il conseguimento di tale finalità siano appropriati e necessari, circostanza, questa, che spetta al giudice del rinvio verificare.
Scarica il file in formato PDF - 253 Kb
09/03/2017 - Corte UE, C -398/15, 9/3/2017 - – DATI PERSONALI – Direttiva 95/46/CE – Art. 6, par 1, lett e) – Dati soggetti a pubblicità nel registro delle imprese
CORTE UE (Seconda Sezione) del 9 marzo 2017 «Rinvio pregiudiziale – Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articolo 6, paragrafo 1, lettera e) – Dati soggetti a pubblicità nel registro delle imprese – Prima direttiva 68/151/CEE – Articolo 3 – Scioglimento della società interessata – Limitazione dell’accesso dei terzi a tali dati» Nella causa C 398/15, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Corte suprema di cassazione (Italia), con ordinanza del 21 maggio 2015, pervenuta in cancelleria il 23 luglio 2015, nel procedimento Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Lecce contro Salvatore Manni L’articolo 6, paragrafo 1, lettera e), l’articolo 12, lettera b), e l’articolo 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, in combinato disposto con l’articolo 3 della prima direttiva 68/151/CEE del Consiglio, del 9 marzo 1968, intesa a coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente dell’articolo 58, secondo comma, del Trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi, come modificata dalla direttiva 2003/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 luglio 2003, devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, spetta agli Stati membri determinare se le persone fisiche di cui all’articolo 2, paragrafo 1, lettere d) e j), della direttiva da ultimo citata possano chiedere all’autorità incaricata della tenuta, rispettivamente, del registro centrale, del registro di commercio o del registro delle imprese di verificare, in base ad una valutazione da compiersi caso per caso, se sia eccezionalmente giustificato, per ragioni preminenti e legittime connesse alla loro situazione particolare, decorso un periodo di tempo sufficientemente lungo dopo lo scioglimento della società interessata, limitare l’accesso ai dati personali che le riguardano, iscritti in detto registro, ai terzi che dimostrino un interesse specifico alla loro consultazione.
Scarica il file in formato PDF - 6332 Kb
07/03/2017 - Corte UE, C -638/16, 7/3/2017 - Reg (CE) n. 810/2009 - Art. 25, par 1, lett a) - Visto con validità territoriale limitata - Rilascio di un visto per motivi umanitari o in virtù di obblighi internazionali
sentenza della CORTE UE (Grande Sezione) del 7 marzo 2017 «Rinvio pregiudiziale – Regolamento (CE) n. 810/2009 – Articolo 25, paragrafo 1, lettera a) – Visto con validità territoriale limitata – Rilascio di un visto per motivi umanitari o in virtù di obblighi internazionali – Nozione di “obblighi internazionali” – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – Convenzione di Ginevra – Rilascio di un visto nell’ipotesi di un rischio comprovato di una violazione degli articoli 4 e/o 18 della carta dei diritti fondamentali – Insussistenza di un obbligo» Nella causa C-638/16 PPU, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Conseil du Contentieux des Étrangers (Commissione per il contenzioso in materia di stranieri, Belgio), con decisione dell’8 dicembre 2016, pervenuta in cancelleria il 12 dicembre 2016, nel procedimento X e X contro État belge, L’articolo 1 del regolamento (CE) n. 810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 luglio 2009, che istituisce un codice comunitario dei visti (codice dei visti), come modificato dal regolamento (UE) n. 610/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, deve essere interpretato nel senso che una domanda di visto con validità territoriale limitata presentata da un cittadino di un paese terzo per motivi umanitari, sulla base dell’articolo 25 del codice in parola, presso la rappresentanza dello Stato membro di destinazione situata nel territorio di un paese terzo, con l’intenzione di presentare, dal momento dell’arrivo in tale Stato membro, una domanda di protezione internazionale e, pertanto, di soggiornare in detto Stato membro più di 90 giorni su un periodo di 180 giorni, non rientra nell’ambito di applicazione del codice menzionato, bensì, allo stato attuale del diritto dell’Unione europea, unicamente in quello del diritto nazionale.
Scarica il file in formato PDF - 318 Kb
16/02/2017 - C -74/16 - Concorrenza – Aiuto di Stato – Articolo 107, paragrafo 1, TFUE – Esenzione fiscale per la Chiesa cattolica
CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE JULIANE KOKOTT presentate il 16 febbraio 2017 Nella Causa C 74/16 Congregación de Escuelas Pías Provincia Betania Contro Ayuntamiento de Getafe «Concorrenza – Aiuto di Stato – Articolo 107, paragrafo 1, TFUE – Imposta spagnola su costruzioni, impianti e opere – Esenzione fiscale per la Chiesa cattolica – Distinzione tra attività economica e attività non economica della Chiesa cattolica – Attività della Chiesa cattolica che non perseguono una finalità strettamente religiosa – Attività nell’ambito del mandato sociale, culturale o educativo della Chiesa cattolica – Chiese, associazioni e comunità religiose – Articolo 17 TFUE – Articolo 351 TFUE» Non è un aiuto di Stato incompatibile con il diritto Ue l’esenzione fiscale sull’imposta su costruzioni concessa da uno Stato alla chiesa cattolica per le opere realizzate all’interno di un edificio scolastico. A patto, però, che la struttura sia utilizzata per fini educativi e sociali e non per motivi commerciali, anche quando le prestazioni di insegnamento non perseguono un obiettivo strettamente religioso. E’ l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, K